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Accordo sul nucleare iraniano
Il destino dell’accordo Iran-Usa, una questione di politica interna
Riccardo Alcaro
20/01/2016

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Sabato scorso le Nazioni Unite hanno confermato che l’Iran ha adempiuto alla sua parte dell’accordo siglato a Vienna nel luglio 2015 e limitato le attività più sensibili del suo programma nucleare.

In risposta, gli Usa e l’Unione europea, Ue, hanno sospeso (i primi) e revocato (la seconda) buona parte delle sanzioni che nel corso degli anni avevano adottato nel tentativo di costringere il governo iraniano a fornire garanzie della natura solo pacifica del programma nucleare.

A suggellare una giornata di ritrovata intesa, Usa ed Iran si sono anche accordati per uno scambio di persone detenute nei rispettivi paesi, nonché per chiudere un’antica vertenza finanziaria pendente fin dal 1981. Alcuni hanno parlato di un giorno storico. Se così sarà, tuttavia, dipenderà più da quanto succederà nel prossimo futuro in Iran e negli Usa che da quanto è avvenuto finora.

Obama e Rouhani, differenza di toni
Sia il presidente Usa, Barack Obama, che quello iraniano, Hassan Rouhani, hanno salutato l’entrata in vigore dell’accordo come un momento storico. Tuttavia i due leader hanno posto l’accento su aspetti diversi. Mentre Rouhani ha insistito sul fatto che l’Iran si è finalmente liberato dello status di paria internazionale, Obama ha ripetuto una volta ancora che l’accordo costituisce la garanzia migliore per tenere l’Iran lontano dall’ottenere armi nucleari.

La differenza nei toni non si spiega con una diversa lettura del valore strategico dell’accordo. Sia Rouhani sia Obama sono persuasi che l’accordo possa nel tempo creare un ambiente in cui una forma di cooperazione selettiva - come quella che, dietro le quinte, è già in atto in Iraq in chiave anti-“stato islamico” - diventi una pratica comune e accettata.

Tuttavia, entrambi i leader sono consapevoli che non esistono ancora le condizioni politiche interne perché l’ostilità ideologica tra Usa ed Iran venga messa da parte. È proprio il contesto interno che spiega la differenza di toni.

Nell’accordo nucleare Rouhani vede una leva per aumentare l’influenza della presidenza sugli altri centri di potere che caratterizzano la complessa architettura costituzionale della Repubblica islamica: il parlamento (oggi in mano ai conservatori), l’assemblea degli esperti (un organo riservato al clero che ha l’importante compito di eleggere la Guida suprema), il potere giudiziario, le Guardie rivoluzionarie (un’organizzazione para-miliare che però controlla ampi settori dell’economia), nonché la Guida suprema stessa.

L’accordo sul nucleare e la sopravvivenza politica di Rouhani
A febbraio gli iraniani saranno chiamati a eleggere il nuovo parlamento e i membri dell’assemblea degli esperti. Affrettando l’attuazione dell’accordo da parte iraniana (la cui rapidità ha sorpreso leader ed esperti occidentali) ed ottenendo così la fine delle sanzioni, Rouhani spera di guadagnare consenso ai candidati che lo sostengono.

Con un parlamento meno ostile al presidente ed un’assemblea degli esperti meno orientata verso il fronte conservatore, Rouhani si assicurerebbe maggiori spazi di manovra per una politica di moderazione sia sul fronte interno che esterno, nonché maggiori chances di essere rieletto nel 2017.

L’accordo nucleare è in altre parole più funzionale alla sopravvivenza e al successo politico di Rouhani che all’attuazione di un grande disegno di riconfigurazione costituzionale della Repubblica islamica. Per lo stesso motivo, l’opposizione all’accordo nucleare - diffusa in parte dell’establishment politico e di sicurezza iraniano - ha tanto un valore strategico quanto uno più prettamente politico.

Se l’accordo fallisse, la carriera politica e l’agenda intera di Rouhani sarebbero compromessi. Tuttavia, gli oppositori di Rouhani non possono semplicemente denunciare l’accordo, pena il ritorno delle sanzioni e il nuovo isolamento della Repubblica islamica.

Lo scenario migliore per i radicali iraniani è invece che siano gli Usa a perdere fiducia nell’accordo e renderne impossibile l’attuazione. Per questo una loro affermazione a febbraio potrebbe portare ad un atteggiamento più aggressivo nella regione e ad altre misure provocatorie verso gli Usa.

Opinione pubblica Usa divisa sull’accordo
L’accordo nucleare ha diviso l’opinione pubblica Usa e l’intero Partito repubblicano - che controlla entrambi i rami del Congresso - lo ha denunciato come un’inaccettabile capitolazione nei confronti dell’Iran. Tutti i candidati repubblicani alla presidenza lo osteggiano, sebbene non sempre abbiano chiarito che cosa ne farebbero se fossero eletti alle presidenziali del prossimo novembre. Improbabile (ma non impossibile) che si decidano per un ritiro unilaterale. Se così facessero, esporrebbero gli Usa all’accusa di avere compromesso da soli un’intesa raggiunta dopo anni di faticosi negoziati.

Tuttavia, un accordo così complesso sul piano tecnico è immancabilmente destinato a generare interpretazioni diverse. La prossima presidenza Usa potrebbe far leva su questo - oltre che sulle numerose altre questioni su cui Iran e Usa restano ai ferri corti - per minare la fiducia interna e internazionale nelle ‘vere’ intenzioni dell’Iran.

Se l’accordo venisse screditato, l’antagonismo Iran-Usa si acuirebbe, chiudendo ogni spazio o quasi alle limitate forme di cooperazione cercate da Obama e Rouhani.

Il destino dell’accordo nucleare e dei suoi effetti sulla relazione tra Usa e Iran dipende in buona parte dall’evoluzione del contesto interno ai due paesi. Se l’ala radicale dell’establishment iraniano dovesse uscire vittoriosa dalle elezioni parlamentari di febbraio, e se a novembre dovesse vincere un candidato repubblicano, la tenuta dell’accordo (così come la possibilità di una graduale stabilizzazione delle relazioni Usa-Iran) sarebbe tutt’altro che garantita.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello Iai e non-resident fellow presso la Brookings Institution di Washington.
 
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MO: l’impatto dell’accordo di Vienna, Roberto Aliboni

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