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Arabia Saudita
Tempi di austerity, anche per una petromonarchia
Roberto Iannuzzi
19/01/2016

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Fra i paesi da seguire da vicino nel 2016 vi è certamente l’Arabia Saudita, per ragioni economiche, di politica internazionale, e addirittura di stabilità interna.

Nei primi giorni dell’anno Riyadh ha monopolizzato l’attenzione mondiale giustiziando 47 persone, fra cui il leader sciita Nimr al-Nimr. Ne è seguita una crisi diplomatica con l’Iran che ha ulteriormente aggravato la già tesa situazione mediorientale.

Questa esecuzione di massa, la più cospicua dal 1980, è stata motivata da esigenze interne oltre che da fattori regionali, e secondo alcuni denota il senso di insicurezza che attanaglia la famiglia reale.

La guerra in Yemen dissangua le casse saudite
A partire dal 2011 il regno saudita si è trovato a fronteggiare sfide crescenti: le sollevazioni arabe e il conseguente rischio del “contagio” rivoluzionario, la prospettiva di veder riammesso il rivale iraniano nell’economia mondiale grazie all’intesa nucleare fra Teheran e Washington, l’ascesa del sedicente califfato (ideologicamente affine al wahhabismo su cui si fonda la monarchia saudita, ma determinato a delegittimarla) e il crollo dei prezzi petroliferi.

La famiglia reale ha reagito con politiche spregiudicate, talvolta perfino avventate. Essa si è impegnata in uno scontro per procura con l’Iran in tutta la regione, spesso con risultati controproducenti.

Per fermare la ribellione sciita degli Houthi, considerati alleati di Teheran, Riyadh si è impantanata militarmente nello Yemen. Oltre ad aver provocato una catastrofe umanitaria, l’intervento saudita sta contribuendo a dissanguare le casse del regno.

La monarchia ha anche l’onere di sostenere finanziariamente i propri alleati regionali. Recentemente avrebbe promesso 22 miliardi di dollari al Marocco per sviluppare la propria industria bellica, e altri 8 miliardi di investimenti all’Egitto.

Nel 2015 Riyadh ha registrato un deficit di quasi 100 miliardi di dollari, a causa delle accresciute spese militari e di un prezzo del barile sceso ormai sotto i 35 dollari.

Ridurre la dipendenza statale dal petrolio
La famiglia reale non sembra intenzionata a modificare le proprie politiche regionali. Sebbene la legge di bilancio per il 2016 preveda un nuovo deficit di almeno 87 miliardi, essa ne destina quasi 57 a spese militari e di sicurezza.

Per tamponare l’emorragia di denaro, il re saudita ha incaricato il figlio e vice erede al trono Mohammed bin Salman di mettere a punto un piano di austerità che riduca la dipendenza statale dagli introiti petroliferi.

Il piano, perfezionato con l’aiuto di società di consulenza occidentali, prevede il taglio dei sussidi su energia, benzina ed acqua, soprattutto per le classi più ricche, l’introduzione di un’imposta sul valore aggiunto e altre forme di tassazione.

A ciò bisogna aggiungere la privatizzazione di numerosi asset statali, compresa la quotazione in borsa di alcuni spezzoni dell’Aramco, il gigante petrolifero di proprietà della famiglia reale.

Il piano di Mohammed bin Salman intende anche privatizzare, almeno parzialmente, una serie di servizi essenziali, dall’istruzione alla sanità.

Un grande problema dell’economia saudita è la sua eccessiva dipendenza dall’inefficiente settore statale e dalla manodopera straniera, che ammonta a circa un terzo della popolazione. Mirando a una saudizzazione del lavoro, il nuovo piano vuole porre fine a questa duplice dipendenza.

Il taglio dei sussidi e di alcuni servizi essenziali va tuttavia a toccare il patto sociale su cui si è fondato finora il regno saudita. Tale patto compensava l’assenza di rappresentanza politica con una generosa rete assistenziale garantita dai petrodollari di cui la monarchia mantiene il monopolio.

Delicati equilibri nella famiglia reale
A fronte di una rivoluzione economica di enorme portata (e di difficile realizzazione), la casa saudita non è al momento disposta a favorire riforme politiche improntate ad una maggiore democrazia.

Le ultime elezioni municipali sono state un episodio meramente simbolico. E la recente esecuzione di massa di qaedisti e oppositori sciiti è un chiaro segnale che nessuna forma di dissenso verrà tollerata.

Secondo diversi analisti, l’uccisione dello sciita Nimr al-Nimr è servita semmai alla casa regnante per mobilitare la propria base wahhabita rinfocolando lo scontro settario con l’Iran. Ciò ha avuto anche il pregio di distogliere l’attenzione dei propri sudditi da un piano di riforme economiche potenzialmente controverso.

Alla luce della frammentazione ideologica, settaria e regionale dell’opposizione interna saudita, la stabilità della monarchia sembra però dipendere essenzialmente dalle dinamiche familiari della casa regnante.

Le ricorrenti voci sulle precarie condizioni psicofisiche di re Salman sono rafforzate dall’enorme potere concentratosi nelle mani del giovane e ambizioso figlio Mohammed. Oltre ad avere in carico la gestione dell’economia e dell’Aramco, egli è anche responsabile della sanguinosa e inconcludente campagna militare nello Yemen in qualità di ministro della difesa.

Secondo alcuni, bin Salman punterebbe a succedere al padre, scavalcando l’attuale erede al trono e ministro dell’interno Mohammed bin Nayef. Un numero crescente di principi si opporrebbe però alla sua ascesa, anche a causa del suo avventurismo in politica estera.

Sebbene l’orizzonte regionale sia fosco per Riyadh, e la congiuntura economica sfavorevole, i pericoli maggiori per la monarchia sembrano dunque giungere proprio dalle decisioni avventate dei suoi principi e dai loro dissidi familiari. Forse ancor più delle scelte economiche, sono le decisioni di politica estera a suscitare preoccupazione.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale (Twitter: @riannuzziGPC).
 
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