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Guerra all’Isis
Sfruttare gli errori dei terroristi
Stefano Silvestri
18/01/2016

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Guerriglieri e terroristi sono due realtà separate, anche se di tanto in tanto gli uni possono transitare nel campo degli altri. Ma in linea di massima i guerriglieri mirano al controllo di un territorio, mentre i terroristi puntano ad attaccare un regime.

I primi agiscono soprattutto in campagna, tra le montagne, nelle foreste o nei deserti, almeno sino a quando non riescono a conquistare dei centri abitati, i secondi trovano il loro ambiente naturale nelle aree urbane.

Ora l’Isis attua contemporaneamente queste due operazioni, rendendo in qualche modo più difficile concepire una strategia coerente per sconfiggerlo, ma allo stesso tempo accrescendo la sua vulnerabilità.

Il tentativo di esportare il terrore
I dati raccolti dal Dipartimento di Stato americano, e rielaborati dall’Institute for Economics and Peace, dicono che la maggior parte degli attentati terroristici viene condotta al di fuori dell’Europa e degli Usa, nei paesi teatro di guerre civili, in genere di ispirazione islamica (con l’eccezione dell’Ucraina).

Il 2014 ha sofferto ben 32.658 morti per attentati terroristici. Il 78% di queste uccisioni ha avuto luogo in Iraq (9.929), Nigeria (7.512), Afghanistan, Pakistan e Siria. Peraltro altri sei paesi hanno superato la soglia delle 500 vittime: Somalia, Ucraina, Yemen, Centro-Africa, Sud-Sudan e Camerun.

Recentemente però, benché questo trend sembri continuare, l’Isis ha anche cercato di esportare il terrore nelle nostre città, puntando, almeno sinora, a condurre attacchi sul modello di quello svoltosi a Mumbai nel 2008: in quel caso dieci attacchi simultanei in diverse parti della città fecero 195 morti e circa 300 feriti.

È evidente la similitudine con i recenti attacchi di Parigi. Inoltre puntano sull’iniziativa autonoma di “lupi solitari” disposti a sacrificare la vita per compiere qualche attentato. Forse però le ambizioni sono eccessive e scoprono alcune debolezze.

Assassini feroci e incompetenti?
Sembra finito il tempo in cui al-Qaida faceva ricorso a forze scelte, fortemente preparate e capaci di organizzare molteplici attentati estremamente complessi e sofisticati come quelli dell’11 settembre 2001.

I recenti attentati, da Parigi ad Istanbul o Ouagadougou sembrano condotti con notevole approssimazione, contro obiettivi indifesi o “facili”. Nel caso di Parigi, in particolare, quello che probabilmente era l’obiettivo principale dell’attacco, lo Stade de France, è stato mancato completamente, con in più l’inutile suicidio dei tre attentatori.

Malgrado ciò, l’alto numero delle vittime e la stolida ferocia degli assassini, riesce comunque a seminare terrore ed incertezza tra la popolazione, senza però conseguire reali successi strategici.

L’incoerenza e le relativa inefficacia delle risposte occidentali si devono più alle divisioni e alle debolezze politiche dei paesi sotto attacco che alle capacità ed iniziative dei terroristi.

Al contrario, una simile strategia non può che rafforzare la volontà di un crescente numero di paesi di attaccare e distruggere la centrale ideologica di questo terrorismo, la sua fonte di ispirazione, cioè il cosiddetto “califfato”, l’Isis, oltre a ridurre il consenso nei suoi confronti anche all’interno delle società musulmane.

La svolta in questa direzione che sembra delinearsi in Turchia, e la propensione crescente a trovare un accordo congiunto tra gli occidentali e la Russia sulle operazioni in Siria, vanno di pari passo con il rafforzarsi dei contingenti impegnati nell’area. In altri termini, l’offensiva terroristica dell’Isis si traduce in una sua maggiore vulnerabilità sul terreno.

Sfruttare la contraddizione
Questa contraddizione strategica deve essere sfruttata a fondo, evitando per quanto possibile di condurre operazioni e politiche che danneggino il progressivo coagularsi di una forte coalizione anti-terroristica.

Non sarà facile, in una situazione che vede Russia e Turchia che impongono sanzioni economiche l’una contro l’altra, le perduranti incertezze di Washington su come affrontare il caso Assad, i timori sauditi nei confronti di un Iran nuovamente aperto all’Occidente, le tensioni fra sunniti e sciiti, la crescente importanza di nuovi fronti africani, a cominciare dalla Libia, ma non solo.

Tuttavia è sempre più evidente come la “fase levantina” della guerra contro l’Isis, in cui ognuno agisce per sé, secondo i propri stretti interessi nazionali, anche a scapito dei potenziali alleati, non è più accettabile e danneggia un po’ tutti, a solo vantaggio dei terroristi.

È arrivato il momento di passare dal semplice scambio bilaterale di informazioni, per evitare incidenti, ad un vero coordinamento operativo multilaterale, magari anche grazie alla creazione di un gruppo politico di contatto che decida gli orientamenti strategici.

Un discorso analogo vale anche per la lotta al terrorismo interno, nelle nostre città. Sinora i singoli stati e l’Ue si sono concentrati sul miglioramento degli strumenti tecnici per la rapida circolazione delle informazioni e il miglior coordinamento di polizia. Tutte cose necessarie ed utili.

Tuttavia sarebbe utile anche elaborare e diffondere una narrativa comune e coerente per la lotta al terrorismo e i rapporti con i fedeli musulmani che vivono in Europa, un manifesto che contrapponga una visione europea comune ed ufficiale ai troppi sbandamenti nazionalistici e populisti che rendono più difficile fare terra bruciata attorno ai terroristi e ottenere tutta la cooperazione necessaria per combatterli e prevenirli.

I terroristi commettono molti errori: sta a noi evitare di commetterne altri, anche più gravi.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.
 
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