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Medio Oriente
Sciiti contro sunniti, forse meglio non scegliere
Giuseppe Cucchi
15/01/2016

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Sciiti e sunniti, due campi contrapposti ormai da quasi millequattrocento anni. Due rivali troppo spesso trascinati in una lotta fratricida in cui il mondo sciita, fortemente minoritario, ha finito pressoché costantemente col soccombere.

Si è trattato di una lotta che ha interessato nei secoli l'intero mondo arabo, finendo col coinvolgere anche Turchia ed Iran senza però arrivare mai ad estendersi, se non marginalmente, all'intero ecumene islamico.

Parimenti marginale allo scontro è altresì sempre rimasto l'Occidente, restio -anche nel periodo della sua massima espansione coloniale in Medio Oriente e Nord Africa - a lasciarsi coinvolgere in diatribe che rivestissero insieme carattere secolare e religioso.

Al massimo, allorché posto nell'alternativa di dover scegliere, l'Occidente si è limitato ad allinearsi con chi appariva meno pericoloso o fastidioso in quel momento. Salvo cambiare opinione e partito, con una alternanza opportunistica.

Così, per limitarci agli ultimi cinquanta anni, abbiamo dapprima condannato l'Iran sciita di Khomeini e degli ayatollah in quanto minaccia per l'ordine costituito e potenziale sostenitore del terrorismo. Nel contempo, con consequenzialità, appoggiavamo il campo sunnita impegnato nel teatro del conflitto afghano contro i russi, nonché l’Iraq di Saddam Hussein nella sua guerra contro l’Iran.

L’accordo sul nucleare e l’equilibrio instabile
Gli attentati di Al-Qaida e la decisione americana di liberarsi di Saddam ci hanno però schierati contro una parte almeno del mondo sunnita. Abbiamo così cambiato fronte, riaprendo con Teheran dialoghi e collaborazioni da tempo interrotti.

Lo sviluppo del programma nucleare iraniano ha però rapidamente riportato il pendolo ad oscillare in direzione opposta, e mentre i sunniti profittavano di questa contingenza, agli sciiti veniva attribuita ogni possibile sorta di cattivi propositi.

Un equilibrio instabile che la successiva firma dell'accordo nucleare fra l'Occidente e Teheran, nonché l'atroce progressiva affermazione dell'autoproclamatosi “stato islamico” hanno rapidamente rimesso in discussione.

Questa volta però la situazione è persino più complessa di quanto non fosse nei casi precedenti. Viviamo un periodo di radicali cambiamenti che investe la Penisola Arabica, il Golfo Persico e l'intero Nord Africa ivi compreso il Sahel. Esso pone brutalmente in discussione il tracciato di frontiere divenute obsolete, preludendo alla nascita di nuovi stati, nonché alla sparizione o al ridimensionamento di altri.

È messo in forse lo stesso concetto di stato, richiamando i fedeli, attraverso l'idea del Califfato, alla iniziale unitarietà del mondo islamico sunnita. Innesta infine sul tradizionale quadro dello scontro tra due rivali, di per sé già molto difficile da gestire, una lotta senza esclusione di colpi tra contendenti troppo numerosi, ciascuno dei quali appare ferocemente intenzionato ad imporre il proprio predominio in ambito sunnita.

La difficoltà della scelta
La prima scelta da compiere è quella tra due dei principi fondamentali di ogni strategia. Dobbiamo decidere se allinearci all'idea, tipica del mondo occidentale, che sia indispensabile adottare quanto prima possibile le proprie decisioni, o seguire invece quella prevalente in ambito orientale secondo cui nulla è più importante del saper attendere con pazienza che maturino le condizioni migliori per il successo della linea di azione che si vuole adottare.

La difficoltà deriva dal fatto che, nel nostro caso, probabilmente la strategia ottimale richiederebbe l'applicazione contemporanea di entrambi questi principi, sia pure in ambiti ed in situazioni differenziate.

In Europa infatti l'azione dell'estremismo sunnita va contrastata subito con adeguata durezza e con ogni mezzo disponibile. È importante che le forze di sicurezza recuperino una iniziativa che, come dimostrano i recenti fatti di Colonia, è stata sino ad ora lasciata all'avversario.

Per colpire il male alle sue origini dovremmo infine schierarci con decisione contro lo “stato islamico” ovunque sia chiaro ed incontrovertibile, come lo è in Iraq ed in Libia, che il nostro intervento risulterebbe diretto contro una galassia terroristica e non contro il mondo sunnita.

Completamente diversi i casi della Siria, dello Yemen e di ogni altro eventuale teatro futuro ove la linea di separazione fra le parti appaia con chiarezza dettata dal diverso orientamento confessionale. In simili circostanze sembrerebbe infatti meglio rinviare ogni iniziativa a quando si delineeranno tempi maggiormente propizi.

Conflitto sciita-sunnita sempre più pericoloso
Opportuno , in tale quadro , applicare la medesima regola anche ad Arabia Saudita ed Iran che la catena di avvenimenti degli ultimi dieci giorni sembra aver irrigidito su posizioni di dura intransigenza reciproca. Altrimenti il rischio che il conflitto sciita-sunnita da potenziale e per proxi si faccia attuale ed aperto diventerebbe sempre più forte.

Fra Riad e Teheran l'escalation ha infatti già raggiunto livelli pericolosi. Ai sauditi, che hanno battuto il tamburo chiamando a raccolta tutti i potenziali alleati della movenza Wahabita dell'Islam, l'Iran ha infatti contrapposto la decisione di proibire il pellegrinaggio minore ai luoghi santi a tutti i suoi cittadini, un atto di cui l'Occidente non ha probabilmente afferrato la piena importanza.

Vietare l'adempimento di uno dei maggiori obblighi religiosi islamici motivando la decisione col fatto che l'Arabia Saudita non sarebbe in grado di garantire la sicurezza dei pellegrini equivale infatti a segnalare a tutti i credenti l'insufficienza del capo della casa regnante degli Al Saud che, non dimentichiamolo, porta il titolo di "custode delle sacre moschee della Mecca e di Medina". Un custode inadeguato e quindi da rimuovere al più presto. Se necessario anche con la forza, come la dottrina stessa impone di fare con tutti i governanti che si pongano contro la religione o la ostacolino.

Meglio dunque, in questo ambito e con queste prospettive, evitare di schierarsi, almeno per il momento. Se non altro anche per preservare quella equidistanza che potrebbe eventualmente consentire, in un futuro auspicabile e possibile ma tutt'altro che certo, di esercitare un ruolo di mediazione gradito da entrambe le parti.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
 
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