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Economie del Mediterraneo
Cambiamento climatico, moltiplicatore di rischi ambientali di un ecosistema fragile
Eugenia Ferragina, Désirée Quagliarotti
10/01/2016

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Nel Mediterraneo l’aumento della temperatura rappresenta un vero e proprio moltiplicatore dei fattori di rischio, ma i suoi effetti si manifestano in maniera più forte nei paesi della riva Sud ed Est del Bacino (Psem) che associano a una limitata dotazione di risorse naturali, una scarsa capacità di risposta e di adattamento al cambiamento climatico.

Proiezioni climatiche
I modelli di proiezioni climatiche al 2050 prevedono un incremento medio della temperatura intorno ai 2 °C, un aumento del livello del mare dai 6 ai 12 centimetri, una riduzione delle precipitazioni compreso tra il 5 e il 10 % e una maggiore frequenza degli eventi estremi come siccità, ondate di calore, piogge torrenziali, cicloni.

Secondo gli esperti, l’impatto dell’innalzamento del livello del mare si manifesterà non tanto in termini di estensione del territorio interessato dalla sommersione, quanto in termini di percentuale di popolazione colpita, di diminuzione del Pil, di distruzione di centri urbani, aree coltivabili e zone umide.

L’Egitto, tra i paesi dell’area, è destinato a subire le maggiori perdite in termini di Pil (6-16 %), di popolazione colpita (10-20 %), di aree urbane (6-12 %) e agricole (15-35 %) interessate, perché nel Delta del Nilo risiede un’elevata percentuale di popolazione urbana e in quest’area si concentrano le principali attività economiche del paese, soprattutto l’agricoltura.

Riscaldamento climatico e degrado risorse primarie
Il riscaldamento climatico globale è destinato, inoltre, ad acuire i fenomeni di degrado delle risorse primarie, facendo interagire processi chimici e biologici - riduzione della biomassa, modifica dei livelli pluviometrici, aumento dell’evapotraspirazione, frequenza e intensità degli eventi climatici estremi - con i processi indotti dalla pressione antropica - distruzione della copertura vegetale, cambio di destinazione di uso dei terreni, intensificazione dell’agricoltura e dell’allevamento.

L’acqua è l’elemento che lega il cambiamento climatico alla desertificazione, poiché l’acqua assume il ruolo di agente di alcuni fenomeni di degrado del suolo, come nel caso dell’erosione idrica ed è, al contempo, responsabile dei processi di inaridimento del suolo.

Il cambiamento climatico ha contribuito negli ultimi decenni ad alimentare il divario tra domanda e offerta di acqua con pesanti ricadute sulla dotazione complessiva dei paesi, misurata dalla disponibilità idrica pro-capite.

Nei paesi europei mediterranei tale disponibilità si mantiene molto al di sopra dei mille metri cubi annui, individuata dalle organizzazioni internazionali quale soglia minima che consente di rispondere al fabbisogno complessivo di acqua di un sistema economico, mentre nei Psem la maggior parte dei paesi si trovano al di sotto dei 500 metri cubi, in una situazione di grave penuria idrica.

Forti divari si registrano anche per quanto riguarda l’indice di sfruttamento che misura il rapporto tra il volume complessivo di risorse rinnovabili presenti in un paese e il totale dei prelievi.

Nei Balcani tale indice si attesta al di sotto del 5 % e indica un livello di impiego dell’acqua estremamente contenuto in rapporto alla disponibilità, nei paesi mediterranei europei il tasso di sfruttamento si eleva al 20 %, ma è nei Psem che la percentuale di risorse idriche impiegate raggiunge quasi il 100 %. Dunque, margini di incremento dell’uso delle risorse idriche molto limitati, come nel caso della Giordania (92 %), dell’Egitto (98 %), della Siria (84 %) e di Israele (80 %).

Ecosistemi mediterranei
Gli effetti del cambiamento climatico sono destinati ad influire in maniera significativa sulla resilienza di molti ecosistemi mediterranei e sulla diversità biologica, causando fenomeni di estinzione di specie e profonde modificazioni nella struttura e nelle funzioni degli ecosistemi.

I settori economici più a rischio sono quelli maggiormente dipendenti dalle risorse naturali, cioè il turismo e il settore agricolo. Già attualmente nella riva Sud ed Est del bacino la disponibilità di terra oscilla in media tra il 15 e il 25 per cento della superficie totale, le rese agricole sono inferiori alla media mondiale a causa della scarsa dotazione di terra e alla ridotta disponibilità di acqua e il tasso di autosufficienza alimentare supera il 50 % solo in Siria, in Egitto e in Marocco.

Un ulteriore deterioramento delle condizioni agro-climatologiche legate al riscaldamento globale rischia di rendere la dipendenza dalle importazioni alimentari un fattore di vulnerabilità politica. L’aumento del prezzo delle derrate alimentari di base sui mercati internazionali del 2008 e del 2011 e il conseguente aumento del prezzo del pane ha, infatti, contribuito alla fase di destabilizzazione che ha investito molti paesi dell’area, aumentando al contempo la competizione alla scala regionale per il controllo delle risorse essenziali per la produzione di cibo: acqua e terra.

Gli investimenti in terra che alcuni paesi arabi, in primis quelli del Golfo, hanno intrapreso negli ultimi anni sembrano confermare l’esigenza di esternalizzare la produzione agricola nell’ottica di contrastare i fattori di aleatorietà climatica e di ridurre la dipendenza da un mercato internazionale sempre più instabile.

Eugenia Ferragina è curatrice del Rapporto sulle economie del Mediterraneo.
Désirée Quagliarotti è ricercatrice presso l'Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche
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