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Economia
L’Italia tra Fed e Bce
Simone Romano
21/12/2015

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Mario Draghi e Janet Yellen protagonisti dell’ultimo mese del 2015. Il primo ha accelerato, potenziando il programma di Quantitative Easing, QE, europeo, mentre la seconda ha rallentato, alzando per la prima volta dal 2008 i tassi di interesse.

Queste mosse di politica monetaria messe in atto dalla Federal Reserve, Fed, e dalla Banca centrale europea, Bce, hanno conseguenze che si estendono ben oltre i confini della loro competenza geografica, andando a influenzare in modo decisivo gli scenari macroeconomici a livello mondiale.

Che cosa comporta questo per l’Italia? I cambiamenti provocati dalle leve monetarie nei mercati valutari, energetici, delle materie prime e dei fondi mutuabili finiranno per avvantaggiare o svantaggiare la timida ripresa dell’economia italiana?

Tassi di interesse, flussi di capitali e mercati valutari
Tutto il 2015 è stato contrassegnato dall’attesa da parte degli operatori economici di una mossa monetaria restrittiva da parte della banca centrale americana. Questa si è concretizzata solo il 16 dicembre, con il rialzo di 25 punti base del tasso di rifinanziamento principale federale che è passato dallo 0,25% al 0,50%.

Le motivazioni alla base di questo primo passo in senso restrittivo sono fornite dagli incoraggianti dati macroeconomici statunitensi che confermano la ripresa economica e i bassi livelli di disoccupazione. Anche se l’anticipabilità e la progressività di questa restrizione monetaria hanno evitato reazione brusche nei mercati, non c’è dubbio chei suoi effetti influenzeranno l’attività di molte economie globali.

Il rendimento più alto offerto dai titoli statunitensi, insieme con l’aspettativa che questo continui a crescere nei prossimi mesi e anni, attrarrà molti capitali in entrata.

I tassi d’interesse ai minimi storici prevalenti in tutte le economie più sviluppate nel periodo successivo alla crisi (Usa, Uk, Unione europea, Giappone) avevano favorito il fenomeno del carry trade che aveva portato ingenti flussi di capitali a dirigersi verso i paesi in via di sviluppo che assicuravano tassi di rendimento maggiori.

Questa dinamica di rientro dei capitali verso gli Stati Uniti comporterà diversi problemi per le economie dei Paesi emergenti e per la stabilità finanziaria globale.

La valuta statunitense si rafforzerà a seguito dell’afflusso di capitali, aumentando così il peso del debito denominato in dollari che molte imprese dei Paesi in via di sviluppo hanno contratto negli ultimi anni, approfittando delle condizioni vantaggiose.

Per evitare un deprezzamento eccessivo della loro valuta rispetto al dollaro e la massiccia fuoriuscita di capitali, questi paesi potrebbero trovarsi costretti a imporre politiche monetarie restrittive. Ciò avrebbe conseguenze molto negative sulle loro economie, molte delle quali sono già duramente colpite dal tracollo dei prezzi delle materie prime.

Il dollaro si è rafforzato anche nei confronti dell’euro a seguito delle divergenze nell’andamento delle politiche monetarie attualmente seguite da Fed e Bce. L’apprezzamento del dollaro influenzerà a sua volta i prezzi di tutte le merci internazionalmente quotate nella valuta statunitense, come, tra le altre, quelle delle materie prime energetiche, in primis petrolio e gas.

L’Italia tra petrolio ed esportazioni
La timida ripresa economica che l’Italia ha fatto registrare nel 2015 deve molto alle esportazioni e ai bassi prezzi delle materie prime energetiche, soprattutto considerando le difficoltà della domanda aggregata interna. In questo scenario le dinamiche internazionali innescate dalla mossa di Yellen finiranno per influenzare in maniera più o meno diretta l’attività dell’economia italiana nel breve e medio periodo.

Le buone notizie arrivano dal lato commerciale. Il buon andamento dell’economia statunitense e l’apprezzamento del dollaro nei confronti dell’euro favoriranno sicuramente le esportazioni italiane negli Stati Uniti, un mercato storicamente importante per le nostre imprese.

D’altro canto le dinamiche descritte porteranno verosimilmente un rallentamento dell’attività economica e quindi della domanda aggregata in paesi quali Brasile o Venezuela. L’effetto netto per l’economia italiana sembra essere comunque positivo, data la scarsa esposizione commerciale delle nostre imprese esportatrici in molti dei paesi in via di sviluppo.

Nel settore energetico le politiche della Fed rappresentano una nota dolente per la nostra economia. L’indebolimento dell’euro nei confronti della valuta statunitense comporterà una maggiorazione delle spese di approvvigionamento energetico per un paese importatore netto quale l’Italia, andando così ad aumentare i costi di produzione e ledendo la competitività delle imprese italiane.

Dal punto di vista del costo del denaro, la pressione che il rialzo dei tassi statunitensi potrebbe esercitare sui tassi di interesse offerti in Italia, soprattutto su quelli dei titoli di stato, sembra essere scongiurata dal massiccio programma di QE recentemente potenziato dalla Bce.

Ripresa italiana ancora fragile
Il quadro che emerge sembra non rappresentare una situazione più complicata per l’economia italiana alla luce della svolta in senso restrittivo della Fed. Va tuttavia segnalato come la ripresa attualmente in atto sia troppo fragile e troppo legata a fattori esterni. L’instabilità finanziaria,destinata ad aumentare a seguito della difficile situazione che stanno vivendo molti paesi emergenti, rappresenterebbe così una minaccia.

C’è bisogno di misure in grado di far ripartire investimenti e consumi interni, attenuando così il problema della disoccupazione e quello dell’eccessiva dipendenza della nostra ripresa da fattori esteri.

Simone Romano è ricercatore dello IAI.
 
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