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Medio Oriente
Errori e orrori a Gerusalemme
Giorgio Gomel
18/10/2015

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Dopo una sequela di aggressioni a colpi di coltello da parte di palestinesi contro soldati, agenti di polizia e civili israeliani, seguita dalle ritorsioni israeliane, un sentimento di angoscia e insicurezza permea Gerusalemme, impedendo la normalità del vivere quotidiano.

Quasi un ritorno al clima dei primi anni 2000 quando le fazioni palestinesi più oltranziste, illuse di poter piegare Israele con l’azione armata, intrapresero la strada nichilista e impotente del terrorismo suicida. Ne seguirono anni di violenza con un numero immane di vittime dell’una e dell’altra delle due parti in lotta, attanagliate in un’orgia di reciproca brutalità.

Oggi i manovali del terrore sono giovani, residenti in larga parte nei quartieri arabi della città, senza precedenti criminali e non affiliati a movimenti organizzati. Giovani che vivono in una parte degradata di Gerusalemme, soggetti alle quotidiane vessazioni della confisca di terreni, della demolizione di case, della spoliazione di diritti.

In quella città che la retorica del governo di Israele proclama “unita e indivisibile”, ma che resta divisa sul piano dell’istruzione, dei servizi sociali, della sanità. Giovani che non intravedono un futuro normale: la speranza di un lavoro decente , un orizzonte politico che contempli la nascita di uno stato palestinese degno di questo nome, una vita che meriti di essere vissuta. La loro è una risposta violenta, sospinta da un’ideologia integralista che glorifica gli omicidi, esaltandoli come atti di martirio.

Provocazioni sulla Spianata delle Moschee
Gli eventi scatenanti dell’ondata di violenza sono stati soprattutto la reazione esasperata all’assassinio di una famiglia nel villaggio di Duma, Cisgiordania, da parte di sospetti estremisti ebrei che a più di due mesi dal fatto non sono ancora stati arrestati.

A questo si aggiunge il ripetersi di provocazioni di israeliani, inclusi ministri del governo in carica, sulla Spianata delle Moschee - o Monte del Tempio. Per i palestinesi, tali provocazioni minacciano lo status quo vigente dalla guerra del 1967 quando Israele, estesa la sovranità sulla parte araba della città, riconobbe la giurisdizione su quei luoghi sacri del Wakf - l’autorità religiosa giordana - consentendo in misura limitata ad israeliani di visitare l’area.

Si noti che il dettame rabbinico proibiva agli ebrei osservanti di visitare o pregare nell’area nel timore di poter profanare la sacralità del Santuario, quella parte del Secondo Tempio, distrutto dai Romani nel primo secolo e.v., che era riservata ai sacerdoti.

In anni recenti alcune correnti fondamentaliste ritengono invece di avere individuato il luogo delle rovine del Tempio e insistono nel visitare altre parti della Spianata. Alcuni parossisticamente minacciano di distruggere le moschee e di riedificare il Tempio.

Escalation di violenza
La domanda è quindi come contenere gli episodi di violenza.

Proprio per il loro carattere non organizzato è difficile prevenirli. Anche se né Israele né l’Autorità Palestinese e né Hamas hanno interesse a esacerbare la situazione, il rischio è che vi sia un’ulteriore escalation. La situazione già esplosiva può degenerare qualora si inneschi un ciclo di azioni e reazioni, di atti di ritorsione anche da parte di estremisti ebrei ansiosi di “fare giustizia da soli”, come accaduto in episodi recenti.

Anche il ricorso massiccio alla forza repressiva, la demolizione delle case delle famiglie degli attentatori, la revoca dei loro diritti in quanto residenti di Gerusalemme, i posti di blocco imposti ai quartieri arabi non bastano a debellare la violenza. Al contrario l’esperienza dei primi anni 2000 dimostra che queste misure sono spesso detonatori di ulteriore violenza.

Nascita di uno stato palestinese
La cosa importante è che da un lato i servizi di sicurezza israeliani e palestinesi preservino la loro cooperazione a fini di intelligence e prevenzione e dall’altro che le due parti riprendano i negoziati diretti a porre fine all’occupazione e alla creazione di uno stato palestinese.

Era questa la filosofia degli accordi di Oslo del 1993, il riconoscimento reciproco, cioè, di diritti di pari dignità: il diritto degli israeliani alla pace e alla sicurezza come specchio di quello dei palestinesi all’indipendenza.

È ovvio dalla storia recente di negoziati abortiti che le due parti sono incapaci di un passo siffatto: gli Stati Uniti, i paesi della Unione europea e alcuni stati firmatari dell’offerta di pace della Lega araba dovrebbero agire di concerto in tal senso, premendo con forza sulle parti anche attraverso una risoluzione al Consiglio di sicurezza, come la Francia da tempo propone.

Infine, anche sul fronte dei luoghi santi e al fine di prevenire la degenerazione del conflitto israelo-palestinese in “guerra di religione”, è forse necessaria una confluenza di volontà ragionevoli di governi, uomini di fede e istituzioni religiose di più paesi del mondo che, al di là di buoni intenti circa il rifiuto dell’intolleranza, concordino precise regole del gioco di visite, riti e liturgie di mussulmani, ebrei e cristiani in quell’area contesa e in tutta la città vecchia di Gerusalemme.

Giorgio Gomel, economista, è membro del Comitato direttivo di Jcall, un’associazione di ebrei europei impegnata nel sostenere una soluzione “a due stati” del conflitto israelo-palestinese (www.jcall.eu).
 
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