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Immigrazione
Cameron sui migranti provoca l'Ue
David Ellwood
30/09/2015

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Difficile immaginare una strategia più provocatoria nei confronti dei partner europei di quella scelta dal governo Cameron per affrontare la crisi dei profughi.

Tentare di collegare la gestione delle frontiere esterne all’Unione europea (Ue) con quella della libertà di movimento interno non può che irritare gli altri Paesi, isolando ancora di più la Gran Bretagna.

Il ministro degli Esteri Philip Hammond ha fatto capire che gli inglesi non sopportano l’ “ipocrisia” di quei paesi come l’Ungheria e la Polonia che difendono i propri confini con ogni mezzo, mentre insistono a voce alta sulla validità del sistema di Schengen e la libertà di movimento dentro lo spazio dell’Ue.

Proporre la Gran Bretagna come l’unica nazione che sostiene una linea moralmente coerente, una linea protezionistica ed esclusiva peraltro, nel mezzo di un’emergenza imprevista di proporzioni tremende che coinvolge tutti, rischia di bruciare quel poco di capitale politico di cui gli inglesi ancora dispongono in Europa.

Persino il fedele alleato danese ha preso le distanze. E gli irlandesi, anch’essi fuori da Schengen, dimostrano molto più disponibilità.

La posizione del governo è determinata da tre fattori la cui importanza relativa è in flusso continuo:
1) la pressione di quella parte dell’opinione pubblica che non vuole sentire parlare di immigrati, provengano essi da dentro o da fuori l’Ue;
2) la preoccupazione che in mezzo al mare di aspiranti immigrati possono nascondersi infiltrati dell’autoproclamatosi stato islamico o altre organizzazioni terroristiche;
3) il futuro referendum sull’appartenenza o meno della Gran Bretagna all’Ue europea.

Verso il referendum per il Brexit
Nella campagna elettorale di maggio, Cameron ha confermato il suo impegno a promuovere il referendum sull’uscita dall’Ue dopo aver ‘rinegoziato’ certi aspetti dei Trattati di base dell’Ue.

Questi riguardano competitività: come rendere il mercato unico più efficace; sovranità: restauro del potere dei parlamenti nazionali; sicurezza sociale: più controllo nazionale sull’ accesso ai sistemi di welfare; e ‘governance economica’.

In pratica controllo delle frontiere e sul diritto di movimento dei cittadini Ue dentro i confini inglesi. Su quest’ultima questione, gli altri membri dell’Ue si sono dimostrati fino ad ora poco interessati o, vedasi i paesi dell’Europa dell’Est, apertamente ostili.

Cameron lo sa, ma è consapevole che a causa della questione immigrati - più di mezzo milione arrivati nell’anno fino a maggio 2015(1) - i sondaggi stanno dando per la prima volta un’esile maggioranza a favore dell’uscita.

Con la sua posizione sicura nella Camera dei Comuni, il governo è poi esposto più di prima a quell’ala del partito conservatore - fino a un terzo dei deputati - che ha sempre respinto in modo rumoroso e militante ogni istanza proveniente da Bruxelles, Strasburgo o Francoforte. Oggi quell’ala richiede che al momento del referendum il partito si astenga.

È anche per questa situazione politica che Cameron ha scelto di non pronunciarsi sulla questione ucraina, e ha tardato fino all’ultimo prima di esprimere una posizione sulla questione profughi.

L’aiuto di Cameron ai profughi
Il governo insiste comunque sulla differenza tra migranti e profughi. Per i primi nessuna pietà: vanno rispediti al punto di partenza. Per le vittime della guerra in Siria invece sta cercando il modo per venire incontro alle loro esigenze, aiutandoli in primis a casa loro.

Il governo inglese sta per esempio sostenendo programmi internazionali in Siria e Giordania, e negli ultimi tre anni ha donato un miliardo di sterline all’Unhcr e ad altre organizzazioni umanitarie che gestiscono i campi profughi in questi paesi.

Cameron si è poi detto pronto ad accogliere sul suolo inglese 20mila profughi nei prossimi cinque anni. Non migranti, ma uomini, donne e bambini rifugiati nei campi e presumibilmente scelti sul posto da agenti del governo.

Assolutamente troppo poco dicono i critici, dall’Arcivescovo di Canterbury all’opposizione laburista. Dalle dozzine di accademici e ricercatori che hanno firmato una petizione per chiedere una politica molto più robusta e generosa (2) al governo scozzese in mano ai nazionalisti, la cui leader, Nicola Sturgeon, si è impegnata ad accogliere una famiglia siriana a casa sua.

Preparandosi al congresso dei Conservatori
Stretta tra tutti questi fuochi, la posizione di Cameron è oggettivamente difficile. Il suo atteggiamento rilassato e da ‘buontempone’ non sembra adatto a sfide così dure.

Il mese prossimo arriverà il congresso del suo partito: una specie di resa dei conti. Contro ogni prognostico il Primo ministro ha vinto la grande battaglia delle elezioni di maggio. Ed è con questo capitale politico che affronterà una platea che normalmente si dimostra molto obbediente e rispettosa del suo leader.

In un momento in cui l’immigrazione è la preoccupazione numero uno della popolazione, e indipendentemente delle crisi attuale, l’impegno preso nel 2010 da Cameron per gli arrivi ad un numero trascurabile si è rivelato un flop. Cameron non potrà godersi quella grande, trionfante festa che si era promesso solo cinque mesi fa.

(1) 270,000 cittadini dall’Ue, 284,000 da fuori l’Ue. Va detto che 174,000 cittadini non-inglesi sono emigrati dalla GB nello stesso anno (http://www.migrationwatchuk.org/statistics-net-migration-statistics).
(2)http://www.oxfordtoday.ox.ac.uk/news/2015-09-14-do-much-much-more-help-europes-refugees-say-oxford-academics
.

David W.Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Europe, Bologna

 
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