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Mediazione senza accordo
Libia: Léon exit, che cosa accadrà?
Roberto Aliboni
23/09/2015

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Il 20 settembre, è scaduto il mandato dell’ambasciatore Bernardino Léon come inviato speciale del segretario generale dell’Onu per la Libia. Dovrebbe esserci un nuovo inviato. Si è parlato di un diplomatico austriaco. Non sarà un’eredità facile. È anzi un’eredità assai rischiosa.

Nessun accordo è emerso da una mediazione che è durata un anno, con varie cadute e infaticabilmente di nuovo e ancora resuscitata da Léon. Nel congedarsi l’ambasciatore ha lasciato alle parti la bozza di accordo più avanzata che gli è stato possibile redigere.

Ancora una volta ha sottolineato la necessità di un governo di accordo nazionale, come quello della sua bozza, e ha esortato i libici, adottandola, a non perdere l’ultimo treno.

Ma la realtà è che esistono in Libia e soprattutto fuori della Libia forze che non accettano l’accordo e forze che l’accordo lo vorrebbero ma non hanno voluto o potuto contrastare le forze ad esso ostili nella regione.

L’interferenza degli attori regionali è e rimane un forte ostacolo. I governi occidentali hanno appoggiato la mediazione, ma non hanno impedito o limitato l’interferenza in Libia di alleati ed amici, come l’Arabia Saudita, la Turchia e l’Egitto, allo scopo di assicurarsi nella regione altri interessi e obiettivi, evidentemente ritenuti più importanti.

Perché e dove l’accordo è mancato?
Gli islamisti-rivoluzionari di Tripoli non accettano due significativi provvedimenti approvati dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruk: la nomina del generale Hiftar come comandante supremo delle forze armate e la cancellazione della legge di epurazione istituita dagli islamisti-rivoluzionari alla fine del 2013 (indubbiamente due delle cause maggiori della guerra civile).

Inoltre, non accettano di dissolvere il loro parlamento nel Senato di nomina nelle linee di quanto suggerito da Léon, per superare in qualche modo l’antinomia creatasi con la guerra civile fra la Camera dei Rappresentanti, eletta nel giugno 2014, e il Congresso nazionale generale, arbitrariamente riesumato da quelli che le elezioni non le avevano vinte (una controversia questa che sembra echeggiare quella attualmente in corso in Italia).

Su questi punti non c’è una contrapposizione netta fra le due fazioni. Al contrario, ci sono notevoli dissensi interni e raccordi trasversali. Questo anche perché la mediazione di Léon - che in questo ha compiuto il suo capolavoro - ha fatto affiorare la spinta unitaria e democratica della società civile libica.

Questa società di fatto costituisce oggi una maggioranza, che però non ha una sua leadership (un problema comune a tutte le rivoluzioni arabe del 2011) e non riesce a superare quindi gli interessi conservatori delle rispettive forze militari e dei leader politici ad esse legati.

La prospettiva nazionale è un rischio mortale per le milizie islamiste-rivoluzionarie e per le forze di Hiftar. Le milizie hanno già ucciso una volta la transizione libica per i loro interessi. In pratica, si apprestano a farlo una seconda volta.

Le prospettive di un Governo di Accordo nazionale
Un Governo di Accordo Nazionale, come quello evocato nella bozza dell’Onu, ha comunque la sua base e potrebbe nascere da una scissione trasversale delle fazioni, lasciando fuori i militari e i politici faziosi.

Questi però attaccherebbero il nuovo governo rilanciando una nuova guerra civile. Perché il Governo di Accordo nazionale possa affrontare e superare la sua transizione ci dovrebbe essere un forte sostegno, anche militare, della società internazionale: sarebbe normale aspettarselo da parte di quella occidentale.

Ma di questo manca l’appetito, come dicono gli anglosassoni. La prova diplomatica data nel corso della mediazione di Léon, inoltre, non augura bene. Infine, è evidente che, malgrado l’allarme per il sedicente Sato islamico in Libia, gli occidentali (e i russi) sono concentrati sulla Mezzaluna Fertile, la Siria e l’Iraq.

Di fronte poi agli sviluppi della mobilità dei siriani, degli iracheni e degli afghani, finora affollati in Turchia, in Giordania e in Libano, e ora in movimento verso l’Europa, riaprendo la rotta dei Balcani, anche i flussi in arrivo più o meno imperterriti dall’Africa e dal Medio Oriente attraverso il Mediterraneo e l’Italia sembrano diventati minori.

Diplomazia e migrazioni, il ruolo dell’Occidente
Dunque che cosa accadrà? È probabile che la mediazione Onu ricomincerà con un nuovo inviato, ma difficilmente potrà riprendere la linea di Léon - come lui ha suggerito nella sua ultima conferenza stampa a Skhirat.

Potrebbe invece puntare ad aggregare le forze della pace contro i signori della guerra e i loro procuratori politici, come si è appena accennato. Ma in questo caso non potrà esimersi dal trovare e fomentare le forze esterne decise a contribuire militarmente e politicamente all’impresa, tenendo a bada i forti interessi (specialmente nella regione) che invece non sono favorevoli a questo corso. Non è un compito facile, anzi è decisamente difficile.

Per farlo, l’Onu ha bisogno di un deciso e coraggioso appoggio dei governi. I governi europei avrebbero un forte e specifico interesse a sostenere l’Onu in questa strategia.

Se dovessimo giudicare dalla situazione di oggi, questo appoggio europeo è però improbabile, anche se quello che sta accadendo con l’esodo ormai generalizzato dei rifugiati potrebbe fare il miracolo di risvegliare gli europei.

Altrimenti è plausibile che si crei in Libia un’area di confitti endemici e di continuate tracimazioni, nei cui confronti qualsiasi gestione risulterà tanto costosa quanto poco produttiva.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
 
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