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Immigrazione e terrorismo
Ue: sfide allargamento ai Balcani occidentali
Andrea Frontini
09/09/2015

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I Balcani occidentali stanno riattirando l’attenzione di decisori politici, media ed opinione pubblica europei e non.

L’inasprirsi della pressione migratoria verso l’Unione europea (Ue), in particolare sulle frontiere greco-macedone e serbo-ungherese, il riesplodere delle tensioni etniche e politiche nell’ex Repubblica Federativa Yugoslava di Macedonia (Fyrom), l’emersione della minaccia dei foreign fighters in alcuni Paesi balcanici di confessione musulmana, gli effetti regionali della crisi internazionale e di quella greca, e l’attivismo diplomatico della Russia nella regione all’indomani della crisi ucraina, hanno riacceso i riflettori su un quadrante dell’Europa sud-orientale sovente trascurato dall’agenda di politica internazionale.

Ciò potrebbe avere implicazioni durature anche per il processo di allargamento dell’Ue alla regione, soggetto ad un progressivo e problematico ‘affaticamento’.

L’ ‘affaticamento’ del processo di adesione
Sebbene infatti la prospettiva di integrazione a termine di tutti i Paesi dell’area, sancita ufficialmente nel 2003 dal Vertice di Salonicco, rimanga ancora la dottrina ufficiale seguita da Bruxelles, come paiono confermare la recente adesione della Croazia nel luglio 2013, l’avvio dei negoziati di adesione con la Serbia nel gennaio 2014 ed il conferimento dello status di paese candidato all’Albania nel giugno seguente, sono ravvisabili segnali di crescente indebolimento dello slancio europeo verso i sei Paesi della regione.

In anni recenti, la frequenza ed il grado di intrusività nella politica di allargamento dell’Ue da parte dei suoi attuali Stati membri ha assunto proporzioni inedite, pur a fronte di un meccanismo decisionale da sempre intergovernativo.

Come esempi si annoverano l’aumento delle misure interne per controllare modi e tempi dell’allargamento (si pensi al ruolo del Bundestag tedesco od alla nuova clausola referendaria francese) e l’ulteriore rafforzamento del peso del Consiglio Affari generali e del Consiglio europeo quali motori decisionali dell’allargamento, a discapito del ruolo svolto dalla Commissione europea quale istituzione-garante dell’obiettività e della continuità di tale processo, come evidenziato attualmente dal caso della Fyrom, ed in passato dell’Albania, sui cui percorsi di adesione si sono registrate dissonanze di vedute tra il Berlaymont e diverse capitali europee in sede di Consiglio.

L’influenza crescente delle agende nazionali
A ciò si aggiunga la crescente influenza di considerazioni derivanti dall’agenda politica nazionale (ad esempio preoccupazioni sui temuti effetti dell’allargamento in termini di immigrati e richiedenti asilo per paesi come Germania, Regno Unito e Danimarca, pressione sul welfare state degli Stati membri più abbienti quali quelli scandinavi, dispute bilaterali come tra Fyrom, Grecia e Bulgaria, o tra Serbia e Romania, o il parallelismo tracciato tra caso kosovaro e situazioni interne in paesi come Spagna e Cipro).

Oppure ancora di riserve di carattere più generale: da una diffusa insoddisfazione delle cancellerie europee per i progressi nelle riforme politico-economiche di molti dei Paesi della regione, a un senso di crescente sfiducia verso le istituzioni Ue e verso lo stesso processo di integrazione europea, presente in numerose opinioni pubbliche nazionali.

L’attuale processo di ‘nazionalizzazione’ della politica di allargamento Ue presenta nel suo complesso alcune opportunità, ma anche notevoli rischi, per il futuro europeo dei Balcani.

Se infatti un ruolo più profilato delle capitali nazionali potrebbe spingere i Paesi della regione a prepararsi prima e meglio alla membership dell’Ue, a sua volta placando le resistenze interne a molti Stati membri verso un nuovo ciclo di allargamenti, dall’altro l’assenza di una chiara leadership politica in tale dossier, così come il moltiplicarsi delle opportunità di veto da parte degli Stati membri più scettici, rischiano di minare alla base la credibilità di tale processo, compromettendone la sua funzione storica di forza trasformatrice per l’intera area.

Tra rischi e opportunità, un cambio di rotta
Al fine di evitare che, a una crescente riluttanza delle capitali europee verso nuove adesioni dalla regione, segua un progressivo indebolimento, se non il latente abbandono, degli sforzi di riforma da parte dei candidati balcanici (specie quelli rimasti più indietro nell’adeguamento ai numerosi requisiti per l’adesione all’Ue, come Fyrom e Bosnia Erzegovina), è importante un cambio di rotta nell’approccio complessivo e nelle azioni concrete dei diversi attori coinvolti.

Ciò potrebbe passare, tra le altre cose, per una maggiore consultazione tra Commissione e Stati membri nel valutare e sostenere il processo di allargamento ai Balcani, per un appropriato bilanciamento da parte degli Stati membri tra una condizionalità più severa ed adeguati incentivi economici e politici per lo sviluppo della regione, fino ad una maggior impegno dei candidati balcanici nel coniugare una credibile agenda di riforme interne a una strategia diplomatica proattiva e pragmatica di distensione e cooperazione con le capitali europee ed i vicini regionali.

Alcuni recentissimi sviluppi politico-diplomatici nella regione, dalla conclusione di nuovi accordi sulla normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo, essenziali per il percorso europeo di tali Paesi, allo svolgimento della Conferenza di Vienna, secondo appuntamento di un processo integovernativo (ma a crescente ‘compatibilità’ europea) lanciato dalla Germania nell’agosto 2014, costituiscono contributi incoraggianti peril progressivo allargamento dell’Ue ai Balcani.

L’impulso, e l’interesse, italiano
In ragione della sua complessa esperienza storica e dei suoi molteplici interessi politici, commerciali e di sicurezza nella regione, l’Italia ha tradizionalmente esercitato una funzione di forte impulso all’integrazione europea dei Balcani, proponendosi quale ‘ponte’ diplomatico tra i candidati della regione ed i suoi partner europei. È quindi interesse primario italiano che la promessa europea di allargamento ai Balcani rimanga affidabile anche negli anni a venire.

L’adozione di una Strategia Ue per la Regione Adriatico-Ionica nell’ottobre 2014, durante la presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Ue, e la partecipazione di Roma, anche in veste di futuro organizzatore, alla Conferenza di Vienna lo scorso agosto, costituiscono, tra gli altri, un’opportunità preziosa per ridare visibilità ed iniziativa alla politica balcanica dell’Italia, contribuendo altresì a un solido ancoraggio europeo per l’intera regione.

Andrea Frontini è Policy Analyst presso lo European Policy Centre (EPC) di Bruxelles ed autore di un capitolo sull’Italia per il recente Issue Paper dell’EPC "EU member states and enlargement towards the Balkans".
 
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