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Province settentrionali
Afghanistan: stabilità sempre più lontana
Elvio Rotondo
25/08/2015

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Dopo 13 anni di presenza dei militari di Isaf nel paese, l’Afghanistan si trova ora ad affrontare, quasi solamente con le proprie forze, la complicata situazione della sicurezza che affligge il Paese ormai da decenni.

Il 14 luglio ‘Tolo TV’, televisione afghana, annunciava che, negli ultimi giorni, i talebani avevano preso il controllo di 30 villaggi nel distretto di Qaysar, di 40 nel distretto di Almar e di 35 nel distretto di Shirin Tagab, tutti della provincia di Faryab, nel nord-ovest.

Secondo quanto riferito da Rfe (Radio Free Europe), il mese scorso il capo del Consiglio provinciale, Sayed Abdul Baki Hashami, aveva detto che i talebani e i loro alleati stranieri, nel distretto di Almar, bruciano le case di chiunque sia sospettato di appoggiare o aiutare i combattenti filo-governativi.

Gli abitanti della provincia si trovano in una situazione disperata e denunciano la mancanza di sostegno da parte del governo. Hashami aveva informato decine di volte Kabul che quelle aree stavano per cadere in mano ai talebani e che la situazione si stava deteriorando.

Feudi personali del generale Dostum
La provincia di Faryab con quelle di Balkh, Jowzyan e Sar-e-pul, abitate soprattutto da tagiki e uzbeki, sono considerate il feudo personale dell’attuale vice-presidente afghano, Abdul Rashid Dostum, che ha cercato di ottenere aiuto dal suo stesso governo, facendo pressioni sul Consiglio di Sicurezza nazionale per un intervento, al fine di contrastare le incursioni talebane nella provincia. Il 21 agosto, secondo il sito Pajhwok.com, lo stesso Dostum, che era a bordo di un veicolo blindato, sarebbe scampato a un attentato nel distretto di Qaisar.

Dostum, durante la guerra sovietica in Afghanistan, è stato un generale dell'esercito afghano, un comandante chiave nell’esercito di Najibullah. In seguito, divenne un signore della guerra indipendente e leader della comunità uzbeka afghana. Ha partecipato ai combattimenti contro i mujaheddin nel 1980, così come contro i talebani nel 1990, ed era di stanza nel nord dell'Afghanistan, nella roccaforte di Mazar-i Sharif.

La provincia di Fāryāb, considerata un tempo relativamente tranquilla, conta circa 858.600 abitanti, ha come capoluogo Meymaneh e confina con il Turkmenistan.

Le forze in campo nella Regione
I combattenti talebani nella provincia sono circa 3.000, secondo alcuni funzionari della sicurezza, e sono sostenuti da circa 500 guerriglieri stranieri, in gran parte appartenenti al Movimento islamico dell'Uzbekistan (Imu), che, secondo quanto scrive The New York Times, quest'anno avrebbe promesso fedeltà allo Stato Islamico.

Il governo locale non rivela il numero esatto di soldati e agenti di polizia presenti nella provincia, ma la loro entità non è sufficiente. I talebani hanno guadagnato terreno, nonostante la presenza stimata di 5.000 miliziani filo-governativi chiamati in aiuto dai locali per disperazione.

Il generale Dostum, secondo il NYT, sarebbe tornato alle sue radici, attivando a luglio un insieme di milizie private, che, con alcune unità di polizia e dell'esercito afghano, cercherebbero di contrastare i gruppi di talebani.

Il ruolo delle milizie private
Nella provincia di Faryab, un gateway cruciale nel nord del paese, è sempre più chiaro che l'inserimento di queste milizie, di discutibile lealtà, hanno reso il campo di battaglia caotico, tanto da ricordare i combattimenti tra fazioni degli anni ‘90, che fecero centinaia di migliaia di morti.

Le milizie sono a tutti gli effetti degli eserciti privati che rispondono a un leader o a un’etnia: spesso i loro componenti combattono, per ragioni d’opportunità, l’uno o l’altro gruppo rivale, passando persino ai talebani o viceversa; e sovente le milizie contrapposte si affrontano sullo stesso campo di battaglia dove, da decenni, contrastano i talebani per il controllo del territorio. Il tutto si traduce in una lotta per il potere tra le varie fazioni etniche, con alleanze che cambiano improvvisamente.

Questo territorio è molto conteso per la presenza del commercio dell’oppio, importante nell’economia afgana: i papaveri dell’oppio hanno finanziato a lungo i signori della guerra. I progetti governativi di riconvertire la produzione del papavero in coltivazioni lecite come quella dello zafferano non hanno avuto molto successo. Molti piccoli agricoltori, disperatamente poveri, sono ancora orientati verso la coltivazione dell’oppio perché più conveniente.

Signori della Guerra, oppio e rifugiati
Secondo il gruppo norvegese Norwegian Refugee Council, quest’anno circa 30.000 civili avrebbero lasciato le loro terre a causa della violenza nella provincia di Faryab, proprio quando ci si preparava al raccolto. Le Nazioni Unite riportano un incremento di vittime civili e di sfollati, a causa di combattimenti tra milizie filo-governative rivali nella regione.

A giugno, secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, Abdul Rashid Dostum e Mohammed Atta, il governatore della provincia di Balkh, un tempo in competizione per il controllo delle vie commerciali e dei traffici di droga, avrebbero stretto un’alleanza, unendo le milizie a loro fedeli contro i talebani.

Il Governo afgano avrebbe permesso alle milizie dei due ex rivali di operare apertamente per contribuire a combattere i talebani nel nord dell'Afghanistan, suscitando timori di un ritorno ai tempi dei Signori della Guerra.

Infine, la presenza di combattenti stranieri e la comparsa dello Stato Islamico in Afghanistan appaiono alquanto preoccupanti perché potrebbero essere d’ispirazione ideologica per alcuni comandanti talebani, creare fratture al loro interno e condizionare eventuali futuri processi di pace con il governo.

Hamid Karzai, l’ex presidente afghano, durante una visita a Mosca, ha detto che lo Stato Islamico utilizzerebbe l'Afghanistan come piattaforma di lancio per diffondere la propria influenza in tutta la regione.

L’aumento dell’integralismo islamico in Asia centrale e un Afghanistan ancor più debole e destabilizzato sono fonte di preoccupazione per molti Paesi, tra cui la Russia.

Elvio Rotondo è Country Analyst de “Il Nodo di Gordio”.
 
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