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Accordo sul nucleare
Iran: la partita è appena cominciata
Riccardo Alcaro
15/07/2015

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Le sei potenze del gruppo ‘5+1’ (Cina, Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Stati Uniti, coadiuvati dall’Unione europea) e l’Iran hanno finalmente raggiunto un accordo sul programma nucleare di quest’ultimo.

Dopo 13 anni di false partenze, tentativi falliti, sanzioni e accuse reciproche, è finalmente possibile dare una valutazione dei meriti delle misure concordate e degli ostacoli che ancora rimangono alla sua attuazione.

L’accordo è fondamentalmente basato su uno scambio: a fronte della revoca delle sanzioni Usa, Onu e Ue, l’Iran ha acconsentito a limitare lo sviluppo del suo programma nucleare per i prossimi 10-15 anni, nonché ad accettare un regime di ispezioni Onu particolarmente intrusivo, per alcuni aspetti in vigore per un periodo di 25 anni e per altri a tempo indeterminato.

I contenuti dell’accordo
I 5+1 sono convinti che, grazie ai limiti imposti al programma nucleare, all’Iran sia precluso il cosiddetto scenario di ‘break-out’, cioè la possibilità di ritirarsi dall’accordo e dotarsi in tempi brevi del materiale fissile necessario ad armare una bomba.

Oggi l’Iran, che ha materiale in teoria sufficiente per una decina di bombe, avrebbe bisogno di non più di un paio di mesi. L’accordo riduce le dotazioni iraniane del materiale fissile ad una frazione di quanto serve per una singola bomba e pertanto allunga i tempi di ‘break out’ a un anno o più.

I 5+1 sono anche persuasi che il regime di ispezioni, che definisce una procedura (complicata ma apparentemente efficace) in base alla quale gli ispettori Onu avrebbero accesso a tutti i siti sospetti, inclusi quelli militari, chiuda la strada alla possibilità per l’Iran di sviluppare un programma nucleare militare clandestino (il cosiddetto ‘sneak-out’).

I 5+1 si sono infine garantiti contro l’eventualità che l’Iran non rispetti i suoi impegni accordandosi su un meccanismo di re-imposizione delle sanzioni. Le stesse sanzioni non verranno revocate prima che gli ispettori Onu abbiano verificato, entro i prossimi 18 mesi che l'Iran ha tenuto fede agli impegni.

Le critiche all’accordo
L’accordo è quindi un ottimo compromesso che allontana il rischio di un Iran nucleare – o di un intervento armato da parte degli Usa o Israele per prevenirlo. Non tutti la pensano così tuttavia. Tra i critici più feroci rientrano il governo israeliano, gli Stati arabi del Golfo e il partito repubblicano americano.

Una prima critica è che l’Iran, alla scadenza dei termini dell’accordo, potrà arricchire l’uranio in quantità industriale, di modo che il tempo di ‘break out’ si ridurrà praticamente a zero.

Questa critica si fonda sul malinteso che sanzioni e pressioni avrebbero rallentato i progressi nucleari iraniani e potrebbero continuare a farlo. In realtà, il periodo di maggiore espansione del programma nucleare iraniano è coinciso con il periodo di maggiore intensificazione delle sanzioni Usa, Ue ed Onu.

Solo quando a fine 2013 si è aperto il negoziato, l’Iran ha acconsentito a sospendere molte delle attività più sensibili. Senza un accordo e nonostante le sanzioni, è plausibile pertanto che l’Iran tornerebbe a sviluppare il suo programma nucleare. Lo farebbe, inoltre, senza dover sottostare al regime di ispezioni particolarmente intrusivo concordato oggi.

Tale regime, è fondamentale sottolineare, resterà in buona parte in vigore anche alla scadenza dell’accordo, fornendo quindi un’importante garanzia che l’Iran non si doti di armi nucleari anche negli anni successivi.

Una seconda critica è che la revoca delle sanzioni darà al governo iraniano considerevoli risorse da impiegare a sostegno dei suoi alleati in Iraq, Siria, Libano ed espandere così la sua influenza regionale.Questa critica è più ragionevole della prima.

Tuttavia, i vantaggi strategici derivanti dal ridurre considerevolmente il rischio di un Iran nucleare (o di un conflitto per prevenirlo) sono superiori ai presunti svantaggi derivanti da un Iran in possesso di maggiori risorse.

La mancanza di alternative
L’argomento più forte a difesa dell’accordo resta quello della mancanza di alternative migliori, dunque. Non è detto tuttavia che questo sia sufficiente a convincere il Congresso Usa, che deve esprimersi sull’accordo nei prossimi 60 giorni, a votare a favore.

Al contrario, dal momento che i repubblicani hanno la maggioranza sia alla Camera che al Senato, è decisamente più probabile che il Congresso respinga l’accordo. Obama, tuttavia, opporrà il veto presidenziale ed è improbabile che un numero sufficiente di democratici si unisca alla maggioranza repubblicana per raggiungere i due terzi di voti necessari ad invalidare il veto presidenziale.

Finché Obama è in carica, quindi, l’accordo dovrebbe essere al sicuro. Ma tutto verrà rimesso in discussione se gli americani dovessero eleggere un repubblicano alla Casa Bianca a fine 2016. Oggi Obama e i 5+1 hanno segnato un punto a loro favore. Ma la partita è tutta da giocare ancora.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e non-resident Fellow presso il CUSE della Brookings Institution di Washington.
 
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