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Accordo sul nucleare iraniano
Netanyahu e l’alternativa del fallimento del negoziato
Riccardo Alcaro
05/03/2015

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Il discorso al Congresso del premier israeliano Benjamin Netanyahu è sopra ogni cosa motivo di sconcerto.

Che un capo di governo straniero, su invito del partito politicamente avverso al presidente, attacchi senza misure né contraddittorio, il presidente degli Stati Uniti, a casa sua, di fronte alle camere riunite del Congresso degli Stati Uniti d’America, lascia una sensazione di sottile turbamento. Vale così poco il prestigio della carica presidenziale della nazione ritenuta la più potente della Terra?

Netanyahu contro l’accordo sul nucleare iraniano
Tuttavia, è necessario domandarsi se le circostanze che hanno originato il discorso siano tanto straordinarie da renderlo, se non appropriato sul piano del protocollo, necessario sul piano politico.

Tralasciando il fatto che Netanyahu ha criticato un testo ancora in fase di negoziazione, gli argomenti del premier israeliano possono essere ridotti a due:
- L’accordo consente all’Iran di mantenere un’autonoma capacità di arricchire l’uranio, per quanto limitata e sotto stretta sorveglianza internazionale, concedendogli, in sostanza, di mantenere una tecnologia necessaria a produrre non solo materiale per reattori, ma anche per bombe.
- L’accordo ha una durata limitata nel tempo; dopo dieci o quindici anni all’Iran verrebbe concesso di aumentare le sue capacità di arricchire l’uranio su scala industriale; e che cosa gli impedirebbe di costruirsi un arsenale nucleare?

I 5+1 (Usa, Francia, Germania, Regno Unito, Cina e Russia più l’Ue), ha sostenuto Netanyahu, dovrebbero lasciare il tavolo e chiamare il bluff degli iraniani che hanno bisogno di un compromesso più di quanto ne abbiano bisogno gli Usa, visto che in palio c’è la (progressiva) revoca delle sanzioni.

Per Netanyahu, l’unico accordo possibile è uno che costringa l’Iran a rinunciare all’arricchimento dell’uranio (o a mantenerlo in misura simbolica), una richiesta del tutto irricevibile per gli iraniani.

Invece che rincorrere i 5+1 offrendo loro maggiori concessioni è quindi più probabile Teheran li accusi di avanzare richieste eccessive e continui ad arricchire l’uranio.

Sanzioni sull’Iran
Chiunque conosce la questione sa benissimo tuttavia che la richiesta di rinunciare all’arricchimento è per l’Iran del tutto irricevibile. La vera alternativa proposta da Netanyahu è quindi l’assenza di un accordo e il fallimento del negoziato.

L’Iran deve continuare a sentire il peso delle sanzioni (che secondo lui dovrebbero essere mantenute a prescindere) e dell’isolamento internazionale.

Le sanzioni sono state però adottate per costringere l’Iran a trattare; se gli statunitensi facessero saltare il tavolo negoziale con richieste universalmente ritenute irragionevoli, quanto a lungo potrebbero mantenersi saldo il regime di sanzioni?

Ed in ogni caso le sanzioni possono avere inferto un danno all’economia iraniana, ma non hanno mai fermato il programma nucleare.

Tolta agli iraniani la chance di ottenere la revoca di almeno alcune delle sanzioni, che cosa li fermerebbe dal continuare a sviluppare il loro programma nucleare? E una volta raggiunta la ‘soglia critica’ oltre la quale l’Iran acquisirebbe capacità nucleari belliche, quale potrebbe essere la risposta di Usa e Israele, se non un attacco?

Eppure, nemmeno un attacco sarebbe risolutivo. Il Pentagono anni fa calcolò che al massimo rallenterebbe il programma nucleare iraniano di un paio d’anni o qualcosa di più.

E certamente a quel punto l’Iran non avrebbe più motivo per accettare ispezioni Onu sulle sue attività nucleari che con ogni probabilità verrebbero apertamente indirizzate ad uso militare. L’attacco sarebbe solo parzialmente efficace e al prezzo di avere ulteriormente destabilizzato il Medio Oriente.

Opzioni Obama e Netanyahu allo specchio
L’alternativa diplomatica dell’amministrazione Obama non è ideale. Ma è migliore di quella (non) proposta da Netanyahu.

L’Iran continuerà comunque ad arricchire l’uranio; nel caso di un accordo (opzione Obama), lo farebbe in modo molto limitato e sotto ispezioni Onu per dieci anni almeno e poi su scala più grande successivamente. Secondo l’opzione Netanyahu, l’Iran non avrebbe vincoli né incentivi ad accettare ispezioni più intrusive.

L’Iran avrà una capacità di arricchimento industriale prima o poi. Secondo l’opzione Obama, lo farà al termine di un processo almeno decennale durante il quale dovrà attenersi a standard di non-proliferazione molto stringenti. Secondo l’opzione Netanyahu, potrebbe espandere l’arricchimento su scala industriale a partire da domani.

L’Iran potrebbe sempre barare. Vero, ma con l’opzione Obama dovrebbe farlo avendo ispettori Onu sul terreno; secondo l’opzione Netanyahu, potrebbe arrivare a limitare al minimo le ispezioni. Più facile quindi scoprire l’inganno nel primo che nel secondo caso.

Il rischio di un confronto armato non è scongiurato. Ma nell’opzione Obama sarebbe comunque rimandato tra almeno dieci anni e, se davvero si arrivasse a tanto, nessuno potrebbe accusare gli Stati Uniti di non avere fatto di tutto pur di risolvere la questione diplomaticamente.

L’opzione Netanyahu invece avvicina il rischio di un attacco mentre ne riduce la legittimità internazionale.

Lo spettacolo di numerosi membri del Congresso che accolgono il premier di una nazione straniera quasi fosse un generale di ritorno da una guerra vittoriosa, facendogli largo al passaggio, affrettandosi a stringergli la mano, interrompendolo con applausi scroscianti dozzine di volte mentre attacca il loro stesso presidente, è ben poco edificante per il loro prestigio.

Che lo abbiano messo in scena di fronte ad argomenti tanto deboli è poco rassicurante riguardo alla loro capacità di giudizio.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e non-resident Fellow presso il CUSE della Brookings Institution di Washington.
 
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