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Libia
L’avanzata del Califfo e il futuro energetico libico
Nicolò Sartori
17/02/2015

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Oltre ai gravi rischi per la sicurezza del continente europeo e dell’Italia, l’avanzata dell’auto proclamatosi “stato islamico” in Libia rischia di avere forti ripercussioni sul destino dei nostri approvvigionamenti energetici.

I crescenti attacchi alle infrastrutture energetiche libiche potrebbero mettere a serio repentaglio la capacità della Noc, la compagnia energetica nazionale, di mantenere gli attuali livelli di produzione ed esportazione di idrocarburi tornati a livelli accettabili sul finire del 2014, dopo gli alti e bassi determinati dall’instabilità politica interna degli ultimi anni.

Partnership strategica tra Libia e Italia
La Libia è un partner energetico chiave per l’Italia. Nonostante le turbolenze politiche, infatti, nel 2014 è stata il terzo fornitore di gas del nostro paese insieme all’Algeria, alle spalle solo di Russia e Norvegia.

Il paese nordafricano ha esportato 6,5 miliardi metri cubi (Bcm) di gas, facendo registrare un incremento del 14% rispetto all’anno precedente. Il gas libico, trasportato attraverso il gasdotto sottomarino Greenstream, contribuisce a circa il 12% delle importazioni italiane.

Nel settore del petrolio, nel 2014 Tripoli si è piazzata al sesto posto tra i fornitori dell’Italia, alle spalle di Russia, Azerbaijan, Arabia Saudita, Iraq e Kazakistan.

Nei primi dieci mesi dell’anno ha esportato verso il nostro paese due milioni di tonnellate di greggio - in calo rispetto agli anni precedenti a causa di una progressiva contrazione dei consumi italiani - ma comunque garantendo circa il 5% delle importazioni petrolifere totali.

Si tratta di un’incidenza minore rispetto al settore del gas naturale, determinata dal fatto che il portfolio degli esportatori di greggio è ben più ampio e diversificato.

Non soltanto il sistema socio-economico nazionale è dipendente dagli approvvigionamenti libici per il suo regolare funzionamento, ma anche il campione energetico italiano, Eni, ha forti interessi industriali nel paese nordafricano.

Operando in loco dal 1959, Eni è storicamente la maggiore compagnia internazionale operativa nel paese. Nonostante l’instabilità geopolitica, la Libia continua a rappresentare la prima fonte di idrocarburi della società italiana con 76mila barili di greggio e 9 Bcm annui di gas naturale (dati 2013).

Energia sotto attacco
Con l’avanzata dello “stato islamico” aumentano i rischi per l’integrità delle installazioni energetiche libiche, nel mirino dei combattenti sin dall’inizio del conflitto nel 2011. In questo contesto, negli ultimi anni la produzione di idrocarburi del paese nordafricano è oscillata in modo significativo in virtù dell’evoluzione delle ostilità tra le milizie schierate sul campo.

A gennaio, l’output petrolifero libico è crollato nuovamente dopo che, verso la fine del 2014, la produzione si era attestata attorno al milione di barili al giorno.

L’incremento rispetto ai mesi precedenti è stato determinato dalla ripresa delle attività nel giacimento di El-Sharara, a lungo bloccato per far fronte ai danni ai siti di stoccaggio della raffineria di Zawiya, causati dai combattimenti.

La recente esplosione di un oleodotto nei pressi del grande giacimento di El-Sarir, causata probabilmente dall’avanzata dei militanti dello “stato islamico” ha determinato non soltanto la riduzione della produzione del giacimento e la sospensione del flusso di greggio verso il terminal di Hariga, ma ha anche spinto i vertici della Noc ad annunciare il possibile blocco delle attività di esplorazione e produzione in tutti i pozzi del paese.

Qualche giorno prima, le milizie del Califfo avevano provato a far saltare una conduttura nel giacimento di Bahi nella Libia centrale, senza tuttavia causare gravi danni.

Se è vero che l’offensiva dello “stato islamico” potrebbe determinare un blocco totale del settore energetico libico, non è da escludere che le milizie possano cercare di mantenere operativi i giacimenti qualora dovessero cadere sotto il loro controllo.

Il modello adottato in Iraq, infatti, mostra come produzione ed esportazione di greggio siano funzionali al mantenimento/espansione del potere dello “stato islamico” sul territorio.

Se l’avanzata del Califfo sulla costa mediterranea del paese dovesse proseguire, garantendo il controllo sui principali terminal di esportazione, il greggio libico potrebbe addirittura raggiungere i mercati internazionali alla ricerca di acquirenti senza scrupoli pronti ad acquistarlo.

Caos libico e mercati energetici globali
Nonostante la gravità della situazione, l’impatto del caos libico sui mercati energetici globali potrebbe essere tutto sommato limitato. Malgrado la perdurante instabilità, la crescita della produzione non-convenzionale statunitense, il rallentamento dei consumi in Cina e l’incapacità dell’Opec di definire una strategia per ridurre la produzione totale hanno determinato una riduzione dei prezzi del 50% da giugno a oggi.

Le tensioni nel paese nordafricano potrebbero determinare un leggero rialzo dei prezzi, ma la sicurezza degli approvvigionamenti non sembra essere oggi in pericolo a causa di un eccesso di offerta sui mercati internazionali.

Per l’Italia la situazione potrebbe rivelarsi più critica, soprattutto nel settore del gas naturale. Alla luce del conflitto in Ucraina e dei costanti rischi di sospensione per il transito del gas russo, le forniture provenienti dalla Libia giocano oggi un ruolo fondamentale nell’assicurare la nostra sicurezza energetica.

Sebbene la situazione non sia ancora giunta a livelli drammatici, anche perché l’inverno è nella sua fase conclusiva e le importazioni dall’Algeria possono essere comunque incrementate senza maggiori difficoltà, l’avanzata dei jihadisti aggiunge ulteriore incertezza al destino dei nostri approvvigionamenti energetici.

Nicolò Sartori è responsabile di ricerca del Programma Energia dello IAI (Twitter: @_nsartori).
 
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