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Venti indipendentisti in Europa
Dopo la Scozia la Catalogna
Elena Marisol Brandolini
30/09/2014

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Il Tribunale Costituzionale spagnolo ha sospeso la celebrazione della consultazione popolare prevista per il prossimo 9 di novembre sul futuro assetto statuale della Catalogna, convocata da Artur Mas lo scorso sabato 27 settembre, sulla base della legge sulle consultazioni approvata dal parlamento catalano la settimana precedente.

La sospensione segue il ricorso presentato dal governo spagnolo presso l’alta Corte, considerando entrambi i provvedimenti alieni alla Costituzione spagnola.

Consultazione popolare
Il referendum popolare è uno strumento la cui competenza, secondo la Costituzione spagnola, è del solo governo dello stato. La Carta Magna prevede però la possibile devoluzione di questa prerogativa ad altri livelli istituzionali, facoltà richiesta dal parlamento catalano con una mozione presentata al Congresso ad aprile e bocciata dalla maggioranza dei deputati spagnoli.

Perciò, il governo catalano ha provveduto a dotare la consultazione del 9 novembre di un quadro legislativo proprio, attraverso questa legge sulle consultazioni approvata dal parlamento catalano con il voto di tutti i gruppi, compreso il Partit dels Socialistes de Catalunya, ad eccezione della destra d’ispirazione “spagnolista”, popolari e Ciutadans.

I quesiti sottoposti a consultazione sono quelli concordati, alla fine del 2013, da Mas, che è anche leader di Convergència i Unió, ed i rappresentanti di Esquerra Republicana de Catalunya, Iniciativa per Catalunya Verds e Candidatura d'Unitat Popular.

Tutti insieme sono poco meno del 65% della camera catalana. Si tratta di domande a grappolo, per tener conto delle diverse sensibilità esistenti tra i promotori - indipendentisti, federalisti e confederalisti. Il primo interrogativo è “Vuole che la Catalogna sia uno Stato?” e il secondo, nel caso di risposta affermativa al primo: “Vuole che questo Stato sia indipendente?”

La consultazione del 9 novembre ha un valore puramente consultivo, senza alcun effetto legale. Utile a conoscere l’orientamento del popolo catalano sul futuro delle relazioni tra la Catalogna e il resto della Spagna, ma con un evidente riscontro di natura politica.

Spagna accentatrice
All’indomani della celebrazione del referendum in Scozia, la grande lezione di democrazia fornita dalle diverse istituzioni coinvolte nella gestione del processo e dalla risposta dell’elettorato scozzese, ha reso ancor più evidente l’esistenza di una questione democratica nello Stato spagnolo. In Catalogna ci si chiede: perché gli scozzesi possono votare sul proprio futuro e i catalani no?

Non è sufficiente a giustificare la difformità di comportamenti il fatto che il primo ministro inglese David Cameron considerasse l’indipendentismo un’opzione minoritaria tra la popolazione scozzese, mentre il governo spagnolo teme che l’indipendenza sia maggioranza in Catalogna.

Non è neppure solo il fatto che si tratti di destre differenti al governo. Perché è soprattutto un’idea di stato a essere diversa, con la Spagna che non si definisce come un regno unito di nazioni, quanto piuttosto come uno stato molto accentratore, figlio di una concezione borbonica che la dittatura franchista ha rafforzato facendone la propria ideologia e che la Costituzione del 1978, pur nella configurazione territoriale in Comunità autonome, ha difeso.

Una Costituzione che mostra di avere esaurito la sua capacità di rappresentare la nuova realtà politica e territoriale della Spagna, come testimonia la stessa inusuale abdicazione del vecchio monarca in favore del figlio. I socialisti spagnoli vorrebbero riformare la Costituzione in senso federalista, ma incontrano solo indisponibilità nel governo spagnolo.

Identità catalana
La Via catalana di quest’ultima diada - ricorrenza nella quale si celebra l’11 settembre e in cui si ricorda la resa di Barcellona, nel 1714, al Borbone Filippo V - è stata un nuovo successo di partecipazione democratica. Quello che lì si avvertiva, soprattutto, era la rivendicazione a poter esercitare il diritto a decidere del proprio futuro.

Il sentimento del popolo catalano si è andato modificando lungo il processo: se vi è stato un momento in cui sembrava prevalente la motivazione economica, per il ritorno insufficiente di risorse rispetto al contributo dato, oggi sembra tornato centrale l’elemento identitario.

Una identità che non ha nulla a che vedere con un principio etnico, perché catalani sono tutti quelli che vivono in Catalogna. Piuttosto con la storia e la cultura di un popolo che si sente nazione e che trova principale espressione nella sua lingua e insufficiente riconoscimento nello stato spagnolo.

Cresciuto nella crisi, tale sentimento restituisce una motivazione a scommettere sul futuro, che non è detto sia la separazione. E interroga la stessa Europa, la sua auspicabile evoluzione in senso federalista.

L’esistenza di questo sentimento diffuso nella popolazione catalana e la sua negazione da parte del governo spagnolo ha aperto un conflitto istituzionale, fino a diventare una questione di stato per la Spagna. E come tale andrebbe risolta con intelligenza politica. Quella che, in questo momento, il governo spagnolo non dimostra di avere.

Elena Marisol Brandolini è giornalista. Laureata in economia è esperta di politiche di sicurezza sociale.
 
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