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Guerra in Iraq
Buone intenzioni, difficilissime da attuare
Marco Calamai
19/08/2014

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La “guerra civile” in Iraq sembra arrivata a un punto di non ritorno. L’IS (Stato islamico), minaccia non solo il Kurdistan, ma anche Baghdad. Il collasso delle truppe irachene suscita serissimi dubbi sulla tenuta politica e militare sciita.

La ricomposizione dei rapporti fra sciiti, sunniti e curdi iracheni che isoli l’IS è ora, comunque, l’obiettivo del dopo Maliki, sostenuto dagli Usa, dall’Iran, dal carismatico leader religioso sciita Al-Sistani e da alcuni (quanti?) capitribù sunniti.

È in gioco il sistema creato dopo il 1918
Obiettivo realistico o ennesima illusione? Difficile fare previsioni ma il pessimismo è d’obbligo. L’indipendenza del Kurdistan appare oggi ai curdi più che mai necessaria per fermare l’espansionismo sunnita nel proprio territorio, ricco di petrolio e quindi strategico per il nuovo “califfato”. Altro motivo di divisione interna che complica il quadro del conflitto sunnita-sciita.

È impressione diffusa, infine, che un massiccio coinvolgimento militare americano sarebbe controproducente. In definitiva, se al disastro iracheno si aggiunge quello siriano è difficile evitare l’interrogativo di fondo: è possibile pacificare il Medio Oriente senza rimettere in discussione quella Peace to end all Peace (così definita dallo storico americano David Fromkin) che ridisegnò il mondo arabo dopo il collasso dell’Impero ottomano?

L’offensiva dell’IS ha reso esplicito lo stretto collegamento tra la situazione irachena e quella siriana. In entrambi i casi siamo di fronte (e non da oggi) al fallimento di due Stati privi di solide radici storiche, tenuti in piedi per decenni da regimi totalitari governati da una minoranza interna (alawita in Siria, sunnita in Iraq).

Ciò spiega (anche) lo “straripamento” dell’IS in Iraq. Sperare quindi che in questi due paesi si affermino formule di tipo federale, ideali sulla carta, che garantiscano a ogni setta una quota prestabilita di potere (lo schema libanese) appare oggi, purtroppo, irrealistico: sia in Siria, sia in Iraq.

Né gli alawiti siriani, “cugini” degli sciiti, né i sunniti iracheni, possono più, d’altra parte, illudersi di “comandare” come se niente fosse successo. Ciò potrebbe avvenire soltanto con il ripristino di regimi dittatoriali come unico modo per tenere insieme realtà etniche e culturali incapaci di convivere in un contesto democratico.

Usa, potenza indispensabile
La vicenda dei cristiani e dei yazidi minacciati di genocidio (crocifissioni, decapitazioni, stupri, massacri e conversioni forzate che ricordano i tempi oscuri della storia) continua a suscitare un vasto ripudio.

Obama, con i raid sull’IS ha reagito con estrema prontezza. Ha dimostrato, con buona pace degli eterni critici degli Stati Uniti, che l’America resta un paese “indispensabile”, per intervenire efficacemente in situazioni drammatiche di crisi umanitaria.

Così facendo Obama ha riproposto la complessa questione, già posta criticamente da Hillary Clinton e altri, dell’eventuale aiuto militare ai settori moderati del sunnismo in Siria, ora intrappolati, ad Aleppo e altrove, tra i fuochi incrociati dell’IS e dell’esercito di Al Assad. Aiuto che molti, negli Usa, giudicano necessario per evitare che la comunità sunnita percepisca sempre di più “l’intervento in Iraq e il non intervento in Siria” come il risultato di una politica dei “due pesi, due misure”.

Buoni propositi, ma come?
Se il nuovo governo che si profila a Baghdad non riuscirà a fare il miracolo di recuperare le tribù sunnite che hanno sfidato il potere centrale, l’IS continuerà probabilmente a dominare una parte importante del territorio iracheno. In ogni caso saranno cruciali nuovi rapporti tra Iran e paesi sunniti, Turchia e Arabia saudita in particolare, per ora assai cauti nei riguardi dell’IS.

D’altra parte la pacificazione in Medio Oriente dipende non solo da una soluzione condivisa della questione palestinese, ma anche dal superamento del conflitto sunniti-sciiti.

Il che richiederebbe un approccio strategico americano meno condizionato dai parametri che hanno provocato, ha detto recentemente Obama all’Accademia militare di West Point, “alcuni degli errori più costosi che abbiamo commesso, nati dalla nostra ansia di avventurismo militare” (evidente il riferimento alla guerra in Iraq del 2003).

Come? Occorre, ha spiegato, “accompagnare gli strumenti tradizionali della politica estera con l’aiuto allo sviluppo, le sanzioni, l’esortazione a rispettare il diritto internazionale e, solo se fosse efficace e imprescindibile, l’azione militare multilaterale”. Un approccio che esprime uno spirito nuovo, più necessario che mai alla superpotenza costretta ad agire in un mondo sempre più frammentato.

Gli europei cominciano a svegliarsi?
L’Unione europea (Ue), fino ad ora assente dalla scena, potrebbe avere grande peso nella ricerca di una soluzione positiva in Medio Oriente. La recente riunione straordinaria dei Ministri degli Esteri Ue (15 agosto), tenacemente promossa dall’Italia e dalla Francia, rappresenta un primo passo in questa direzione.

Alcuni paesi europei affiancheranno gli Stati Uniti negli aiuti militari ai curdi, gli unici in Iraq capaci in questa fase di opporsi all’IS. Novità da non sottovalutare.

Marco Calamai è giornalista e scrittore.
 
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