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Politica Ue di vicinato
Il prezzo dell’Accordo di Associazione
Giovanna De Maio
02/07/2014

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In una cornice politica tutt’altro che distesa e con gli scontri ancora in corso sul confine orientale, l’Ucraina ha firmato la parte economica dell’Accordo di associazione con l’Unione europea, il cosiddetto Dcfta (Deep and Comprehensive Free Trade Area), che va a completare il capitolo sul dialogo politico e la cooperazione siglato a marzo dal premier Arseniy Yatsenyuk.

Accanto alla cooperazione in ambito legislativo e all’impegno a lavorare per la libera circolazione delle persone, figurano anche le aree di sicurezza, non-proliferazione e prevenzione dei conflitti, anche se né l’Accordo di Associazione né il Dcfta contengono alcuna previsione sul futuro non-allineamento o sulla futura neutralità ucraina nella sfera della sicurezza.

Quali sono i vantaggi di questo tanto agognato accordo di associazione? È davvero una partita di tiro alla fune quella che si sta giocando a Kiev? Per nessuno delle parti in causa, quella che si sta scrivendo sembra una storia a lieto fine.

Zona di libero scambio
La creazione di una zona di libero scambio tra l’Unione europea e l’Ucraina costituisce la parte più significativa dell’accordo di associazione e si sviluppa sulla base delle clausole che regolano la membership ucraina nell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto).

Il commercio estero ucraino si dirige principalmente in due direzioni: a est, l’Unione doganale, di cui fanno parte Russia, Bielorussia e Kazakhstan, e a ovest l’Unione europea, che riceve circa il 28% delle esportazioni ucraine.

Anche se attraverso il sistema generale delle preferenze in vigore dal 1993, le esportazioni ucraine erano già state liberalizzate in buona parte, con l’introduzione del Dcfta i prodotti ucraini quali materiali ferrosi e materie prime circoleranno ancora più facilmente.

Sul mercato ucraino arriveranno beni ad alto valore commerciale come macchinari, mezzi di trasporto, disponibili a un prezzo più basso, ma è difficile pensare che i prodotti agricoli potranno accedere al già saturo mercato europeo.

Al contrario secondo uno studio della Berlin Economics, la partecipazione dell’Ucraina all’Unione doganale avrebbe vantaggi molto limitati dato che l’Ucraina gode già del libero scambio tra i paesi della Comunità di Stati Indipendenti.

Sulla strada della stabilizzazione ucraina, però, non c’è solo la scelta di un’integrazione regionale, ma si incontrano anche difficoltà più profonde radicate nella struttura industriale del Paese.

Colossi sovietici
Il ruolo di Mosca non si esaurisce nelle concessioni speciali sul gas e nemmeno nella misura dei 5 fino ai 10 miliardi di dollari l’anno per il sostegno di Kiev.

In Ucraina soprattutto nella parte orientale, l’industria manifatturiera si alimenta soltanto grazie alle commesse russe: a causa del basso contenuto tecnologico e della sostanziale inefficienza delle strutture di produzione, che non potrebbe assolutamente rivolgersi a nessun altro mercato.

Questi stabilimenti sono fioriti in epoca sovietica, quando l’industria ucraina si inseriva in un contesto economico unico e ricco di fonti energetiche, le cui rendite (dal petrolio e dal gas) ne garantivano la sopravvivenza. Per fare un esempio, la produzione bellica ucraina contribuiva alla difesa sovietica nella misura di un quarto rispetto a quella russa, ma era concentrata nei centri di Kiev, Kharkov, Dnepropetrovsk e Nikolayev.

Non stupisce, dunque, che il presidente russo Vladimir Putin, abbia recentemente dichiarato la necessità di intensificare la produzione bellica in loco e ridurre le importazioni. Attualmente, il brusco calo della domanda russa sta costando all’Ucraina circa tre miliardi di dollari l’anno.

Chi rompe, paga
Nell’indossare i panni di “difensore dell’Ucraina” l’Occidente deve chiedersi se è disposto a pagare o a riparare più di quanto la Russia sia in grado di distruggere o danneggiare.

Finora il fondo monetario internazionale ha già stanziato 17 miliardi di dollari, altrettanto ha fatto l’Ue. Appare insostenibile l’ipotesi che l’Fmi si impegni a finanziare queste imprese inefficienti e a coprire le perdite dei posti di lavoro. Secondo alcune stime, si tratterebbe di circa 2 trilioni di euro in 20 anni.

Perdere le manifatture ucraine per la Russia non sarebbe un grosso problema, dato che per ogni industria ce n’è una gemella sul territorio al di là degli Urali. Quello che la Russia non può permettersi, infatti, non è “perdere” l’Ucraina al tiro alla fune, ma “vincerla”: non sarebbe in grado di finanziare il Paese se questo dovesse venir tagliato fuori dal mercato occidentale.

La verità dunque, è che la sopravvivenza dell’Ucraina è inimmaginabile senza un impegno serio da parte di Mosca e di Bruxelles. Se si smetterà di giocare alla guerra fredda e si cercherà di fare gli interessi del Paese, si dovrà però essere disposti ad accettare una finlandizzazione dell’Ucraina, perché solo garantendo la neutralità di questo Paese-fratello, la Russia potrà continuare a tendere la mano, e con essa i rubli.

Giovanna De Maio è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI (Twitter: @Giovgenius).
 
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