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Medio Oriente
Détente saudita nel Golfo
Eleonora Ardemagni
11/06/2014

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Tanti e apparentemente in contraddizione tra loro. Questi i segnali che sta lanciando l’Arabia Saudita. Riyadh starebbe cercando di uscire dal “cono politico” in cui è finita, riposizionandosi - passo dopo passo - nella regione, specie dopo il raffreddamento della relazione con Washington.

Deve però ricalibrare la sua tattica con estrema cautela. Agli occhi degli alleati occidentali, i toni iper-settari e l’animosità geopolitica verso l’Iran non pagano più come un tempo, mentre l’arena siriana - dove i sauditi hanno investito ingenti risorse materiali e politiche - volge sempre meno a favore del frastagliato fronte anti-Assad. Un incontro ad alto livello fra Riyadh e Teheran si avvicina.

Distensione nel Consiglio di Cooperazione del Golfo
Il litigio fra Arabia Saudita e Qatar sul sostegno di quest’ultimo ai Fratelli musulmani (che a marzo aveva provocato il ritiro dell’ambasciatore saudita da Doha) “è cosa del passato”, nelle parole dei protagonisti; tuttavia, i contorni della ritrovata concordia sono tutti da decifrare.

Di certo, il Kuwait e soprattutto l’Oman hanno mediato, da subito, fra le parti, ma nel comunicato diffuso ad aprile da Riyadh e Doha, non si va oltre la generica volontà di “dare applicazione agli impegni presi”, ovvero all’accordo di sicurezza che i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) hanno firmato e che il Qatar avrebbe fin qui disatteso, mediante le sue scelte di politica estera.

Questo ostentato ricompattamento ha così consentito che si svolgesse, a Jedda, il primo Joint Defense Council delle monarchie della Penisola, alla presenza del segretario alla difesa statunitense Chuck Hagel: un’occasione delicata di confronto tra alleati storici, dopo le pubbliche frizioni su Siria e Iran.

Russia e Pakistan nel Golfo
Prima del viaggio di Hagel, l’Arabia Saudita ha però giocato due carte che non sono piaciute all’amministrazione statunitense. A fine aprile, Riyadh ha svolto massicce esercitazioni militari nel regno (soprattutto a Hafr al-Batin, confine con l’Iraq), evento enfaticamente coperto dai media di stato. Durante le operazioni (cui ha partecipato anche la Guardia nazionale) sono apparsi per la prima volta in pubblico i missili a lungo raggio (CSS-2) di fabbricazione cinese che i sauditi acquistarono già nel 1987.

Il capo delle Forze armate del Pakistan, il generale Raheel Sharif, era ospite della parata. Questo ha dato vigore alle voci che vogliono Riyadh intenta ad acquistare testate nucleari per controbilanciare Teheran.

Il Bahrein (che non fa una mossa in disaccordo dai sauditi) guarda invece alla Russia. Dopo il viaggio del principe ereditario Salman Bin al-Khalifa a Mosca, il Russian Direct Investment Fund e il fondo sovrano bahreinita Mumtalakat hanno siglato un memorandum d’intesa per individuare i settori di reciproco interesse economico. Viste le recenti sanzioni Usa e Ue alla Russia sull’Ucraina, questa scelta è stata ufficialmente criticata dal Dipartimento di stato americano.

Incontro Arabia Saudita-Iran
Il ministro degli esteri saudita ha invitato il suo omologo iraniano a Jedda, in occasione del summit dell’Organizzazione per la cooperazione islamica: il capo della diplomazia di Teheran ha prima salutato il “gesto amichevole”, salvo poi declinare l’invito, contemporaneo al nuovo round negoziale sul nucleare.

Cercarsi è un primo, significativo passo e se le due sponde del Golfo riuscissero davvero a parlarsi (il che non significa dialogare) ciò avrebbe ripercussioni positive nella regione, specie in alcuni teatri indirettamente influenzati dalle due potenze (come l’Iraq, dove Nuri al-Maliki deve formare un nuovo governo o lo Yemen che sta riscrivendo la costituzione).

L’Emiro del Kuwait ha intanto incontrato, a Teheran, sia il presidente Rouhani che la Guida Suprema Khamenei.

L’elezione presidenziale in Libano potrebbe essere un banco di prova per la détente fra Arabia Saudita e Iran. Nella recente visita saudita, il premier libanese Tammam Salam ha comunque difeso la “libanesità” del procedimento che porterà all’elezione di un cristiano maronita (come da prassi politica).

Politica di Ryhad in Siria
Dopo la sostituzione di Bandar bin Sultan al-Sa‘ud a capo dell’intelligence, il re Abdullah ha rimosso il vice ministro della difesa Salman bin Sultan, in carica da meno di un anno, fratellastro di Bandar e anch’egli sostenitore dell’aiuto materiale ai ribelli siriani. Questi repentini cambi di pedine nell’opaco scacchiere reale suggeriscono che Riyadh non sia soddisfatta della sua politica in Siria.

Se l’avvento di un governo sunnita a Damasco poteva essere il passe-partout saudita per invertire gli equilibri di potere pro-Iran nel Levante, la tenuta militare e politica del regime degli Assad - che in un anno ha riconquistato Qusayr,Yabroud,Homs - e l’internazionalizzazione del jihad interno disegnano uno scenario preoccupante per l’Arabia Saudita.

Riyadh torna perciò a guardare l’altra riva del Golfo. Per la Siria potrebbe, però, essere troppo tardi, mentre in Bahrein (considerato problema di sicurezza nazionale) è assai improbabile che i sauditi abbandonino l’approccio securitario e repressivo verso la maggioranza sciita.

Eleonora Ardemagni, analista in relazioni internazionali, collaboratrice di Aspenia, Ispi, Limes. Dottoressa magistrale in relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, diplomata in Affari europei all’Ispi.
 
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