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Italia, un’occasione unica per tornare protagonista in Europa
Ferdinando Nelli Feroci
27/05/2014

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Spenti gli echi di una campagna elettorale caratterizzata da toni aspri e polemici, i risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo (Pe) consentono di trarre alcune lezioni preliminari e qualche indicazione sul da farsi.

La partecipazione al voto si è attestata grosso modo sui livelli del 2009: un risultato non brillante, ma tutt’altro che scontato, che ha il merito di arrestare quella tendenza alla progressiva riduzione del numero di votanti che si era registrata nelle ultime elezioni. Un dato cui ha contribuito, a mio avviso, anche l’offensiva dei partiti euro-scettici e lo scontro tra favorevoli e contrari al progetto europeo registrato in numerosi paesi.

Euroscettici vincenti, ma divisi
Anche se largamente previsto, l’aspetto del risultato elettorale che colpisce di più è il successo delle formazioni politiche a vario titolo classificabili come euro-scettiche o anti-europee, che complessivamente quasi triplicano il numero dei loro eletti.

Questi partiti sono però profondamente divisi tra loro e restano comunque minoritari nel Pe. Difficilmente riusciranno a coalizzarsi in un unico gruppo politico. Il loro impatto si farà sentire soprattutto all’interno dei singoli paesi, dove saranno in grado di condizionare le rispettive politiche europee.

Il dato più preoccupante è il risultato elettorale francese. Lo straordinario successo del Front National (Fn) e il conseguente indebolimento del presidente François Hollande, rischiano di ridimensionare seriamente il tradizionale ruolo della Francia in Europa, la sua capacità di esercitare una qualche forma di leadership e di interlocuzione con la Germania.

Il successo di Ukip nel Regno Unito è altrettanto clamoroso, ma più prevedibile e meno influente sotto il profilo delle dinamiche europee. L’affermazione più o meno rilevante di altre formazioni politiche euro-scettiche in altri paesi è sicuramente il termometro di una disaffezione più o meno diffusa nei confronti del progetto europeo.

Pe, verso una grande coalizione
La distribuzione dei seggi nel nuovo Pe sembra indicare come inevitabile una qualche forma di “grande coalizione” tra popolari (che perdono seggi ma restano comunque il primo partito a livello europeo) e socialisti (che si confermano al secondo posto), possibilmente allargata ai liberali dell’Alde.

E l’ipotesi di una “grande coalizione” verrà messa alla prova fin dai prossimi giorni sulla questione delle nomine/elezioni ai vertici delle istituzioni dell’Unione. Se nessun partito da solo ha i numeri per far designare dal Pe il prossimo Presidente della Commissione, sarà necessario trovare un accordo fra le maggiori formazioni politiche europee (e naturalmente fra i governi degli Stati membri), nel quadro di un “pacchetto” di nomine (che comprenderà oltre al Presidente della Commissione anche quello del Pe, quello del Consiglio europeo e dell’Alto rappresentante).

Sarà essenziale che i vertici delle nuove istituzioni si distinguano per autorevolezza, leadership e capacità di visione, e che la loro designazione si realizzi in un quadro di leale collaborazione fra Pe e Consiglio europeo.

Inoltre, la presenza nel Pe di una rappresentanza politicamente significativa, anche se minoritaria ed eterogenea, di forze politiche che rifiutano in blocco i “fondamentali” del processo di integrazione (trasferimenti di sovranità, istituzioni autenticamente sopra-nazionali, il principio di solidarietà ecc.), e in alcuni casi la stessa moneta comune, renderà inevitabile un’alleanza strutturale fra i partiti “tradizionali” (che restano comunque ampiamente maggioritari), aprendo la strada ad una nuova stagione nelle dinamiche di funzionamento del Pe stesso, più esplicitamente caratterizzata dal rapporto fra una maggioranza e una opposizione, secondo uno sviluppo che porterebbe il Pe ad operare per certi aspetti come un parlamento nazionale.

Italia verso la presidenza dell’Ue
È presto per parlare di nuovi programmi e di nuove politiche per l’Unione, ma certamente non si potranno ignorare i segnali che sono emersi dal voto di questi giorni. Né tantomeno sarà possibile tornare al “business as usual”, con il rischio per l’Unione di perdere ulteriori consensi. E questa circostanza apre notevoli opportunità all’Italia che si appresta ad assumere la Presidenza di turno della Ue nel mezzo di una fase di transizione.

L’economia rimarrà al centro dell’agenda europea, con l’esigenza di definire un diverso ordine di priorità tra crescita e politiche di consolidamento dei bilanci nazionali.

Preso atto che la parte più acuta della crisi è alle nostre spalle - anche se permangono fattori d’instabilità e le conseguenze della politiche adottate per stabilizzare l’euro-zona hanno avuto conseguenze pesanti sull’economia reale - si dovrà definire un programma di lavoro che consenta all’Unione di contribuire alla ripresa economica, con un nuova agenda focalizzata su crescita, competitività ed occupazione.

Più che rimettere in discussione i vincoli in materia di deficit e debito, si dovranno sfruttare al meglio gli elementi di flessibilità che già sono previsti dagli strumenti di controllo dei bilanci nazionali.

Rilancio del progetto europeo
La strada da seguire nel breve termine è quella della formalizzazione di un “trade off” tra riforme nazionali per la competitività e flessibilità sulle scadenze temporali per il rispetto dei vincoli di bilancio.

Nel medio termine si dovrà poi puntare, con visione e progettualità, a contribuire a un programma di legislatura nel quale collocare anche un rilancio complessivo del progetto europeo, e un rafforzamento del “governo” dell’euro-zona, tanto necessari per recuperare consensi sull’idea di stessa di “unione europea”, quanto difficili da realizzare perche nel frattempo si è smarrito proprio il senso di un progetto condiviso.

Insieme alla Germania, l’Italia esce rafforzata dal voto europeo. Il Governo italiano, legittimato da uno straordinario consenso popolare, potrà affrontare, in un quadro di maggiore autorevolezza e stabilità, la sfida della Presidenza di turno, che sarà un’occasione unica per un recupero di protagonismo in Europa.

Ferdinando Nelli Feroci è presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).
 
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