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Medio Oriente
Guerra al terrorismo in terra egiziana
Ludovico Carlino
08/05/2014

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Mentre la magistratura egiziana prosegue nel suo giro di vite ai danni di centinaia di sostenitori della Fratellanza Musulmana, il processo di normalizzazione nei rapporti tra l’Occidente e il Cairo sembra aver preso definitivamente il via in nome della lotta al terrorismo.

Apache Usa al Cairo
A fine aprile, gli Stati Uniti hanno annunciato l’imminente consegna all’Egitto di 10 elicotteri d’attacco Apache, sofisticati equipaggiamenti militari che, secondo il Pentagono, mirano ad aiutare il governo egiziano a “contrastare gli estremisti che minacciano la sicurezza statunitense, israeliana ed egiziana” e supportare le operazioni di anti-terrorismo nella Penisola del Sinai.

La decisione di Washington, che aveva ridimensionato lo scorso anno il sostegno militare all’Egitto in seguito al golpe che ha deposto il Presidente Mohammed Mursi, rappresenta dunque un chiaro segnale di supporto per quella che il Governo egiziano sta presentando come la sua ‘guerra al terrorismo’, una vasta operazione militare che da più di otto mesi sta continuando senza sosta nel Nord del Sinai.

L’offensiva mira a sradicare le sacche di militanza jihadista che dallo scorso luglio hanno intensificato la loro campagna militante contro le forze di sicurezza, ma la guerra al terrorismo egiziana ha nei fatti un obiettivo ben preciso: Ansar Bait al-Madqis.

Ansar Bait al-Madqis
Per le autorità egiziane, Ansar Bait è al momento la principale minaccia alla sicurezza del Paese, il gruppo responsabile di gran parte degli attacchi più cruenti lanciati negli ultimi mesi nelle città egiziane e nell’instabile Sinai oltre ad essere l’organizzazione ombrello che starebbe manovrando una miriade di fazioni jihadiste sorte di recente nel Paese, tra le quali Ajnad Misr e la Brigate Ansar al-Shari’a, impegnate in una incessante campagna di omicidi mirati ai danni di soldati e poliziotti.

L’intelligence egiziana ha anche suggerito di avere informazioni sui presunti legami, mai provati fino ad ora, tra il gruppo e la Fratellanza, ipotesi non pienamente condivisa dagli Stati Uniti che concordano ad ogni modo con il Cairo sulla portata regionale della minaccia posta da Ansar.

Ad inizio mese il Dipartimento di Stato statunitense ha sancito questa posizione inserendo il gruppo nella propria lista delle organizzazioni terroriste straniere, motivando la decisione sulla base di una serie di attacchi lanciati da Ansar ai danni di Israele nel corso del 2012 e dell’attentato di febbraio contro un bus turistico nel Sinai meridionale nel quale tre turisti sudcoreani hanno perso la vita.

Il comunicato del Dipartimento, che definisce Ansar come ‘gruppo che condivide alcuni aspetti dell’ideologia di al-Qaeda nonostante non ne sia un affiliato formale’, sottolinea ad ogni modo che l’organizzazione ha ‘obiettivi locali’, un’aggiunta che sembra quasi tendere a ridimensionare la portata regionale del gruppo.

Questo dettaglio racchiude nei fatti la posizione discordante degli analisti sulla natura di Ansar Bait, che in sintesi contrappone quanti considerano il gruppo un sotto-prodotto della repressione del Governo nei confronti delle forze islamiste egiziane e quanti leggono la rinascita jihadista nel Paese come il tentativo di veterani combattenti legati ad al-Qaeda di ricreare una roccaforte militante in Egitto, dal quale poi lanciare attacchi a livello regionale. La realtà, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo.

Dal Sinai o da Al-Qaeda
Se da una parte il gruppo è sorto nel 2011, quindi prima della deposizione di Morsi, è anche vero che la presa del potere da parte dell’esercito e la successiva repressione ai danni della base islamista ha radicalizzato la posizione del gruppo.

Ansar è gradualmente passata da isolati attacchi contro gasdotti e soldati israeliani nel Sinai ad una persistente campagna diretta contro le forze di sicurezza nelle città egiziane e nella penisola, puntellata da una propaganda quasi esclusivamente volta ad accusare l’esercito di maltrattamenti e torture ai danni dei Musulmani egiziani.

D’altro canto è più che plausibile che ex militanti della Jihad islamica egiziana legati all’egiziano Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaeda, ricoprono posizioni all’interno del gruppo, ma parte di questi combattenti era già attiva nel Sinai ancor prima della stessa elezione di Morsi, mentre contatti diretti con la leadership di al-Qaeda sono rimasti al momento pure congetture.

Rischio crescita reclute
A prescindere dalla natura autoctona o esterna di Ansar al-Bayt, è evidente che il gruppo tende a presentare la propria azione militante come diretta ad evitare vittime civili ed esclusivamente finalizzata a colpire l’apparato di sicurezza egiziano. Ansar posta regolarmente sul proprio account Twitter appelli alla popolazione a rimanere lontana dagli edifici o caserme militari, una propaganda ben costruita che mira a presentare Ansar come il vero protettore degli Islamisti egiziani.

Il rischio più immediato è dunque che il giro di vite del Governo egiziano, con il tacito assenso occidentale, finisca per fare il gioco di questa propaganda, allargando potenzialmente la base di reclutamento per un gruppo che sta gradualmente spostando il suo baricentro dal Sinai alle aree urbane del Paese.

Ludovico Carlino è PhD Candidate in International Politics presso la University of Reading, Regno Unito. Ricercatore del Cisip (Centro Italiano di Studi sull’Islam Politico) ed analista per la Jamestown Foundation.
 
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