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Ucraina
Kiev, campo di battaglia post-sovietica
Paolo Calzini
26/01/2014

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Il drammatico intensificarsi delle manifestazioni in Ucraina, contro il governo e in particolare il Presidente Yanukovich, accrescono l'incertezza europea sul da farsi, dopo la "sorpresa" del gran rifiuto di Kiev di firmare l'accordo di associazione con l'Unione Europea.

È stato dimostrato quanto possano influire sugli orientamenti di politica estera dell’Ucraina quel mix di pressioni e di agevolazioni in campo economico portato avanti dalla Russia per bloccare l’iniziativa europea.

Di fronte all’inattesa svolta politico-diplomatica di Kiev (ancora alla vigilia del vertice di Vilnius del 28 29 novembre l’accordo era generalmente dato per acquisito) la reazione è stata di generale sorpresa. Proprio tale sorpresa finisce però per far apparire di maggior rilievo l’aspetto politico, poiché mette in luce quanto carente sia la consapevolezza da parte occidentale degli elementi di precarietà presenti in Ucraina e, più in generale, nell’area europea dello spazio post-sovietico.

Si tratta di una zona di grande importanza strategica situata tra la Russia e la Ue che comprende Bielorussia, Ucraina, Moldavia e i tre stati caucasici. Essa è stata affrettatamente considerata come “normalizzata” dopo la fase di turbolenza delle “rivoluzioni colorate” del 2004-05. Tale convinzione ha fatto però sottovalutare i fermenti di opposizione, di cui quelli ucraini rappresentano oggi l’espressione più vistosa, ma che sono presenti in varia misura in tutto il gruppo di paesi a ridosso della linea di frontiera che li separa dal resto dell’Europa.

Lasciti della Guerra fredda
Per poter valutare il peso dei vincoli determinati da uno stato di costrizione radicato nella collocazione geopolitica di questi paesi è opportuno tener presente il corso degli eventi che ha determinato il contesto nel quale si sono venuti a trovare nell’ultimo periodo. All’origine figura il lascito irrisolto della guerra fredda; una collocazione politico-strategica tenuta ferma allo scopo di mantenere quella stabilità degli equilibri continentali che era giudicata elemento necessario per garantire la pace tra gli stati europei.

Trascorsi venticinque anni dalla dissoluzione dell’Urss e del Patto di Varsavia, relegati nel dimenticatoio, dopo una serie di negoziati inconcludenti, i progetti di costituzione di un assetto unitario paneuropeo, l’Europa resta divisa in due regioni distinte. Una divisione ben consolidata, anche se da più parti contestata, dovuta alla presenza di due formazioni contrapposte, che operano in un clima di diffidenza motivata da preoccupazioni relative alla sicurezza reciproca e dalla persistenza di contrasti di natura ideologica.

Da un lato abbiamo l’Ue, ispirata a una concezione istituzionale di tipo nuovo, che prevede un intreccio di legami inter - e trans-governativi fra gli stati membri, e dall’altro una formazione di tipo tradizionale che fa capo alla Russia, decisa a esercitare la sua egemonia sul gruppo degli stati post-sovietici più vicini in termini di prossimità geografica.

Questi ultimi sono così impegnati a sostenere, con formule diverse, adattate ai propri interessi nazionali specifici, una politica bilanciata, in equilibrio tra la volontà di fondo di aprirsi all’Europa e l’esigenza di tener conto dei legami, ritenuti indispensabili, con la controparte russa.

La crisi divampata con il caso ucraino ha reso palesi a tutti le diverse strategie perseguite dalla Russia e dall’Ue, in aperta competizione tra loro per lo spazio post-sovietico, evidenziando la fragilità degli equilibri regionali esistenti. Consapevole del suo ruolo, l’Ue non ha rinunciato, nonostante un diffuso sentimento di “affaticamento da allargamento” e alcune evidenti divisioni al suo interno sugli orientamenti e la conduzione della politica verso l’Est, a una linea di avvicinamento ai paesi limitrofi.

Ha infine scelto però di ripiegare, considerandola l’unica opzione praticabile in questa fase, su una politica di compromesso, caratterizzata da un forte ridimensionamento degli obiettivi iniziali, ridotti a quelli di un “allargamento minus”, ben differenziato dall’idea originaria di un “allargamento” a parte intera.

Partenariato orientale
Prende cosi inizio, nel 2009, il Partenariato orientale che prevede di arrivare mediante gli accordi di Associazione con i sei paesi vicini a una sostanziosa collaborazione sul piano economico e amministrativo-istituzionale, condizionata alla realizzazione di radicali riforme dei singoli assetti istituzionali interni, ma lasciando in sospeso la prospettiva di integrazione a parte intera nell’Ue.

Una linea ambigua, non sostenuta da un’adeguata offerta di risorse economiche, ispirata a una gestione morbida del processo di avvicinamento, ma infine dimostratasi, nel caso dell’Ucraina, del tutto contraddittoria. La crisi che ne è conseguita ha infatti, da un lato confermato la persistente forza di attrazione del progetto europeo, rivelando dall’altro le insufficienze di una linea politica diplomatica che non era in grado di sostenerla ed affermarla.

Confrontato agli effetti politici che l’adesione all’accordo di Associazione con l’Ue, con le condizionalità che l’accompagnano, avrebbe avuto per le forze di governo, il presidente ucraino Viktor Janukovic ha optato per il rifiuto, con le conseguenze che ne sono derivate sul piano interno e internazionale. A spingerlo in questa direzione è stata la convinzione che, dati i rapporti di forza prevalenti nell’area post-sovietica, considerata l’impraticabilità di un diretto intervento occidentale in appoggio al movimento di opposizione, era possibile procedere alla sua neutralizzazione.

Un sostegno decisivo a favore di tale scelta, che ha segnato la fine del tentativo praticato con molti ondeggiamenti dai precedenti dirigenti ucraini di gestire a proprio vantaggio una politica bilanciata tra Occidente e Russia, è stato assicurato da parte russa. Il massiccio aiuto economico fornito per evitare la bancarotta del regime di Kiev, che ha caratterizzato il riallineamento dell’Ucraina sul piano internazionale, risponde all’esigenza esplicitamente manifestata da Mosca, di assicurarsi un forte margine d’influenza sull’unica media potenza presente in quest’area.

Unione economica euroasiatica
Confortato da un rafforzamento di immagine, dovuto ad alcune riuscite iniziative diplomatiche e ad una apparente stabilizzazione del quadro politico interno, il regime russo appare fortemente impegnato a consolidare il suo ruolo di grande potenza regionale. L’iniziativa, adottata nel 2009, indirizzata alla costituzione dell’Unione economica euroasiatica, formata da Russia, Kazakhistan e Bielorussia, mira a estendere il processo di integrazione ad altri paesi della regione partendo da questo primo nucleo.

Fondamentale in questa prospettiva si conferma l’inclusione dell’Ucraina, pedina decisiva per il completamento del progetto, considerato a rischio nel caso si fosse arrivati all’accordo di Associazione con l’Ue, primo passo di un progressivo slittamento in direzione opposta, verso l’orbita occidentale.

Venuto meno, o comunque rimandato a una data indefinita in occasione della conferenza di Bucarest del 2008, il progetto di allargamento della Nato verso Est, è andata crescendo negli ultimi anni l’opposizione russa nei confronti della politica intrapresa in parallelo dall’Ue.

Essa è infatti giudicata particolarmente insidiosa, come sembra provato anche dai recenti avvenimenti, perché valutata assai più positivamente dalla maggioranza dell’opinione pubblica, e da una parte delle stesse élite post-sovietiche per i suoi contenuti economici e civili, privi di quei coinvolgimenti di carattere militare previsti da eventuali accordi con la Nato.

Le motivazioni di fondo alla base della contrapposizione che ha caratterizzato i rapporti tra le parti in tutti questi anni restano ben presenti, evidenziando gli elementi di precarietà di una condizione di stabilita insoddisfacente e potenzialmente insicura sul continente.

Il risultato positivo ottenuto da Mosca sarà sicuramente di stimolo a proseguire nella politica di promozione della propria influenza regionale, né d’altra parte Bruxelles appare rassegnata, nonostante le frustrazioni subite, a rinunciare alla politica di avvicinamento agli stati post-sovietici nel suo vicinato.

La situazione resta dunque aperta, con le forze di opposizione in Ucraina decise a sostenere le proprie rivendicazioni e l’iniziativa diplomatica degli stati post-sovietici in dinamica evoluzione come dimostra l’adesione di Georgia e Moldavia all’accordo di Associazione all’Ue. Una decisione destinata, nella logica della competizione regionale in atto tra Russia e Ue, a suscitare allo stesso tempo le pressioni russe e il sostegno occidentale.

Paolo Calzini è Adjunct Professor di Studi europei alla Johns Hopkins University Bologna Center e Senior Adviser dell'Ispi.
 
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