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Caso marò
La parola non spetta ai tribunali indiani
Natalino Ronzitti
17/01/2014

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Nel balletto di notizie che si susseguono si attende quella di lunedì. Il 20 sapremo se il ricorso alla Corte Suprema indiana volto a scongiurare l’applicazione del SUA Act, che prevede la pena di morte per i colpevoli di omicidio, avrà successo.

Si confida addirittura che le autorità indiane possano consentire il ritorno in Italia dei marò, fermo restando che il processo a loro carico continua per i capi d’imputazione previsti dal Codice penale indiano. Vorremmo essere ottimisti. Purtroppo le previsioni sono state altre volte puntualmente smentite, anche perché fondate solamente su dichiarazioni di organi dell’esecutivo (ministro degli esteri e ministro della giustizia) riportate dalla stampa.

Errori e piroette
Stendiamo un velo pietoso sugli errori del passato. Chi si assume la responsabilità di aver consentito alla Enrica Lexie, con a bordo i marò italiani, che si trovava in alto mare, di ottemperare all’invito delle autorità indiane a dirigersi nel porto di Kochi?

Per ben due volte i marò sono tornati in Italia: per la licenza natalizia (2012) e in seguito per votare alle elezioni politiche. Perché non si è approfittato, già la prima volta, della loro presenza sul territorio nazionale per non riconsegnarli all’India? La seconda volta un maldestro tentativo di seguire questa via è finito in una farsa tragicomica e l’Italia ha ceduto di fronte alle minacce indiane nei confronti del nostro agente diplomatico.

Ogni tanto ci si ricorda dell’affaire marò e si rincorrono proposte più o meno strampalate. C’è chi voleva candidarli alle elezioni politiche anticipate e ora a quelle del Parlamento europeo, chi vorrebbe far intervenire le Nazioni Unite (ma quale organo?), chi invece, abituato alle piroette diplomatiche, propone mosse e contromosse e chi muscolose contromisure, senza spiegarci esattamente in cosa consistano. L’elenco potrebbe continuare.

L’ignoranza regna sovrana, anche ai più alti livelli. Si paventa l’applicazione della legge antipirateria indiana, che prevede la pena di morte. Ma le autorità indiane, almeno a livello di Nia (National Investigation Agency), hanno parlato di applicazione della legge indiana (SUA Act), che dà esecuzione alla Convenzione sulla repressione degli atti illeciti di violenza contro la navigazione marittima del 1988 che, ironia della sorte, fu negoziata a Roma nel quadro dell’Imo (Organizzazione marittima internazionale) su iniziativa italiana dopo l’incidente dell’Achille Lauro (1985), il transatlantico italiano dirottato da un commando palestinese.

La Convenzione del 1988 e di conseguenza il SUA Act sono inapplicabili al caso concreto, poiché essi riguardano il terrorismo internazionale e l’atto che viene imputato ai due marò, a parte ogni altra considerazione circa la veridicità dei fatti asseriti dall’accusa, non è ovviamente qualificabile come terrorismo.

Giurisdizione italiana
Nella strategia seguita, che fin dall’inizio è consistita nel difendersi nel processo invece di difendersi dal processo, si è perso di vista il punto fondamentale: i due marò sono organi dello stato italiano e quindi godono dell’immunità per gli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni. Tanto più che il preteso omicidio è avvenuto in alto mare e non nelle acque territoriali indiane. Questo non significa che i marò siano legibus soluti, cioè svincolati da qualsiasi legge. Essi sono soggetti alla legge italiana e spetta alla magistratura italiana (ordinaria e militare) giudicarli.

La premessa dell’assenza di giurisdizione indiana, che è anche una questione di interesse nazionale, non essendo questo confinato al solo comparto economico-finanziario, impone di prendere le contromisure adeguate.

Iniziativa europea
A livello di Unione europea, occorre che l’Alto rappresentante per la politica estera e gli altri organi competenti dell’Unione prendano un’iniziativa incisiva e smettano di trincerarsi dietro la scusa che la questione dei marò è un affare bilaterale Italia-India.

Il proposito di bloccare le trattative in corso per un accordo di libero scambio tra Ue e India è una strada da percorrere. L’iniziativa deve essere presa e perseguita però al più alto livello governativo, palesando chiaramente che l’Italia si opporrà al perfezionamento dell’accordo quando questo approderà al tavolo del Consiglio dell’Unione, qualora non venga risolta la questione dei marò. Qualche passo si sta finalmente facendo in questa direzione.

L’organo che deve districare la matassa è il Segretario Generale delle Nazioni Unite. La pirateria è ormai configurata come una minaccia alla pace o quanto meno alla sicurezza dei traffici marittimi. Il Segretario Generale può far tesoro dei numerosi precedenti, in cui i suoi predecessori hanno risolto complessi problemi di rapporti giurisdizionali tra gli stati.

Come extrema ratio i due marò potrebbero trovare rifugio nella nostra ambasciata di New Delhi senza più sottostare alle intimazioni indiane. Allo stato italiano spetta ribadire con fermezza che essi non sono soggetti alla giurisdizione locale. Per confermare che i marò non godono invece di nessuna immunità dalla giurisdizione italiana, le nostre autorità giudiziarie potrebbero proseguire le indagini a loro carico anche servendosi dei mezzi che la moderna tecnologia mette loro a disposizione.

I locali della rappresentanza diplomatica sono inviolabili e non credo che l’India intenda imitare ciò che fece l’Iran con la sede diplomatica americana a Teheran, avallando l’invasione dell’ambasciata e la presa in ostaggio del personale diplomatico e consolare (1979): la violazione fu condannata dalla Corte internazionale di giustizia e da tutta la comunità internazionale.

Natalino Ronzitti è professore emerito di Diritto internazionale (LUISS Guido Carli) e Consigliere scientifico dello IAI.
 
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