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Unione europea
Nessun copione per sicurezza e difesa comune
Federico Santopinto
07/01/2014

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Solo una etichetta che fa sperare in progressi futuri. Questo il peso dedicato alla politica europea della difesa. Ufficialmente doveva essere la grande protagonista dell’ultimo consiglio europeo, ma nei fatti è rimasta in un angolo.

I capi di stato e di governo dell’Unione europea (Ue) non sono ancora pronti per affrontare un nuovo dibattito strategico riguardo all’Europa della difesa. Forse non hanno torto: prima di sancire quale strategia collettiva l’Unione dovrebbe seguire tramite la sua politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc), sarebbe opportuno che chiarissero che cosa aspettano individualmente da essa. Una certa confusione esistenziale sembra persistere in materia e questo ben più nelle capitali nazionali che a Bruxelles.

Rischio marginalizzazione
Lo studio National Visions of EU Defence Policy - Common Denominators and Misunderstandings, recentemente pubblicato, ha quindi tentato di invertire l’approccio comunemente utilizzato nell’ambito del dibattito strategico sulla Psdc.

Invece di identificare, a Bruxelles, i valori e gli interessi comuni che potrebbero cimentare una nuova strategia europea globale, lo studio si è focalizzato sulle politiche individuali che sette paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna, Polonia e Svezia) intendono perseguire, a partire dalle proprie capitali, attraverso la Psdc.

Quest’ultima non è quindi considerata come un fine in sé o come un progetto collettivo, ma come un mezzo al servizio degli interessi e delle visioni puramente nazionali dei paesi considerati.

A prima vista i risultati dell’inchiesta sembrano sorprendenti. La maggior parte delle élites intervistate riconoscono, assai preoccupate, che senza maggiore integrazione, i loro rispettivi paesi sono destinati a essere marginalizzati e a diventare irrilevanti. Britannici a parte, tutti invocano, sospirando, l’Europa e la sua Psdc.

Divergenze tra Francia e Germania
Ovviamente i buoni propositi nascondono una realtà più complicata. Lo studio infatti mette in risalto due malintesi di fondo sull’essenza stessa della Psdc. Il primo riguarda le divergenze in materia di culture strategiche, soprattutto tra Francia e Germania.

Il problema non è certo sconosciuto: una ricca letteratura esiste già in materia. Tuttavia le diverse culture strategiche non possono, da sole, spiegare tutto. Esse appaiono come strettamente legate a un altro malinteso di fondo emerso dall’inchiesta che riguarda questa volta l’attitudine che gli stati membri hanno, tramite la Psdc, nei confronti del processo di integrazione europea.

Il legame tra la Psdc e l’integrazione europea è un tema molto meno dibattuto, e probabilmente anche più delicato. Sono di nuovo le divergenze tra Francia e Germania a schematizzare meglio l’equivoco.

Questi due paesi infatti, percepiscono in modo assai diverso il ruolo ed il senso dell’Europa della difesa nel contesto dell’Ue. Per Parigi, la Psdc è prima di tutto uno strumento al servizio degli stati nazione per rafforzare e coordinare le loro capacità di proiezione nel mondo e solo marginalmente uno strumento per approfondire l’integrazione europea.

Promuovere l’Europa della difesa come lo ha spesso fatto la Francia non vuole automaticamente dire sostenere l’integrazione europea, intesa in un senso qualitativo del termine.

Visione intergovernativa
Sotto questo punto di vista Parigi alimenta un’ambiguità storica rimasta immutata sin dal 1953, quando affossò la Comunità europea di difesa. Ancora oggi conserva una visione rigidamente intergovernativa della Psdc, e rimane strettamente legata ad una sacralizzata “souvraineté nationale”.

Il libro bianco adottato nel 2013 dalla presidenza Hollande del resto non lo nasconde, quando afferma che la Francia deve mantenere la sua capacità di entrare per prima in un teatro di crisi. Prima degli altri quindi, inclusa ovviamente l’Ue.

Al contrario, la Germania - come la Spagna e l’Italia - ha storicamente inteso l’Europa della difesa come uno strumento di integrazione e razionalizzazione intra-europea e solo in misura minore come un vettore di proiezione della potenza oltre i confini del continente.

Certo, non sempre le autorità tedesche si sono comportate in modo coerente con tale principio, ma questa impostazione di fondo rimane ancora oggi presente a Berlino, malgrado la sfiducia crescente nel progetto europeo.

Direzione cercasi
Così, l’idea, oramai diffusa a Parigi, secondo la quale la reticenza di Berlino allo spalleggiare militarmente la Francia in giro per il mondo siano sintomi di un disinteresse crescente nei confronti della Psdc è il frutto di un malinteso.

La Germania non è più o meno disinteressata della Francia in materia. Semplicemente, attraverso la Psdc guarda in una direzione diversa: se Parigi guarda oltre le frontiere europee (ma pur sempre in termini nazionali), Berlino volge la testa verso Bruxelles, forse un po’ sonnecchiando.

Quanto al Regno-Unito, si sa, guarda all’insù fischiettando.

Difficile, in questo contesto, capire in quale direzione strategica l’Ue si dovrebbe incamminare. Prima di discuterne a Bruxelles, gli stati membri dovrebbero accordarsi su quale sia la ragion d’essere di questa politica alla luce del processo di integrazione europea.

In fondo l’Ue è un progetto politico di integrazione, del quale la Psdc dovrebbe far parte.

Federico Santopinto è ricercatore presso il Groupe de recherche et d'information sur la paix et la sécurité (Grip) di Bruxelles, e uno degli autori di "National Visions of EU Defence Policy - Common Denominators and Misunderstandings".
 
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