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Verso il Consiglio europeo
Percorso ad ostacoli per l’eurozona della difesa
Gianni Bonvicini
16/12/2013

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Di un fatto siamo certi. Alla vigilia del Consiglio europeo del 19 e 20 dicembre dedicato, dopo molti anni, al tema della difesa europea, non si parlerà di cooperazione strutturata permanente (Pesco).

Cooperazione strutturata permanente
Fuori dai tecnicismi del Trattato di Lisbona e dai misteri dell’acronimo usato, la cooperazione strutturata permanente non è altro che una possibile Eurozona della difesa. In altre parole, alcuni paesi membri dell’Unione europea (Ue) possono decidere di mettersi insieme per procedere verso la costituzione di un nucleo ben strutturato di difesa europea.

Fantasie? Sembra proprio di sì. A ribadirlo, tra l’altro, è anche il fatto che il prossimo Consiglio europeo ha già cambiato faccia. Doveva occuparsi quasi esclusivamente di difesa, invece questo tema lungamente preparato e discusso nel corso dell’anno finirà per essere trattato a latere.

Dall’Ucraina all’Unione bancaria: premono problematiche più urgenti. Anche in assenza dei nuovi temi introdotti nell’agenda del vertice però, il risultato non sarebbe cambiato.

Sia nei documenti preparatori della riunione - fra cui una dettagliata roadmap predisposta dall’Alto rappresentate Catherine Ashton - che nella bozza di conclusioni concordata dai ministri degli esteri, la questione dell’Eurozona della difesa è stata ignorata.

Innovazioni e ambizioni
Il fatto è un po’ paradossale poiché la Pesco rappresenta una delle grandi innovazioni del Trattato di Lisbona. Si pensava quindi che da parte degli stati che avevano ratificato nella sua interezza il trattato si avvertisse l’esigenza di riprendere il discorso lasciato cadere drammaticamente sessanta anni fa, nel 1954, con l’accantonamento della Comunità europea di difesa (Ced).

Anche se meno ambizioso, il disegno della Pesco rappresenta tuttavia qualcosa di più rispetto alla semplice cooperazione nel campo della sicurezza e difesa, sperimentata con il rilancio voluto da Tony Blair e Jacques Chirac a Saint Malo nel 1998.

A leggere infatti gli articoli del trattato, dall’art. 42 all’art. 46, sembra di ripercorrere lo stesso cammino che ha dato vita alla moneta unica: solo quegli stati che ne dimostrino volontà e capacità possono decidere di dare vita a una cooperazione strutturata “permanente”.

Più facile dell’euro
Un impegno non da poco, ma in teoria molto più semplice da avviare rispetto all’esperienza vissuta con l’euro.

Non si richiede infatti un numero minimo di partecipanti, come per le altre forme di cooperazione rafforzate. Non occorre un’iniziativa dell’Alto rappresentante o della Commissione, ma solo una notifica al Consiglio da parte di alcuni stati volonterosi.

Soprattutto, il Consiglio europeo può dare il proprio assenso ai richiedenti con un voto a maggioranza qualificata e non all’unanimità, eccezione unica per un settore gelosamente intergovernativo come quello della difesa.

Per quanto riguarda poi i criteri di convergenza (capacità militari, spese nella difesa, esistenza di un’industria di settore, ecc.) non vi è nulla di paragonabile rispetto alla rigidità di quelli di Maastricht sulla moneta. Non si accenna ad alcuna cifra-obiettivo.

Tre grandi riluttanti
Sorge allora spontanea la domanda sul perché nessuno pensi seriamente di dare vita alla Pesco. I motivi sono vari e vanno dalla concentrazione dell’attenzione e degli sforzi del Consiglio europeo nella lunghissima battaglia per fare sopravvivere l’Euro, alla riluttanza, anche in termini di opinione pubblica, ad affrontare il tema della difesa in tempi di crisi economica.

Ma in realtà le ragioni sono ben più profonde e riguardano l’atteggiamento dei tre grandi. La Gran Bretagna, che pure è stata all’origine del rilancio del 1998, vive oggi il tempo del rifiuto dell’Ue in tutti i suoi aspetti, compresi quelli relativi alla difesa comune.

La Francia continua invece a ritenere una priorità nazionale l’esercizio del potere militare in totale autonomia come dimostrato in Libia, nel Mali e oggi nella Repubblica del Centroafricana. Per di più Parigi predilige gli accordi militari bilaterali, come nel caso dell’accordo di Lancaster House con i cugini d’Oltremanica.

Il vero ostacolo è però rappresentato dalla Germania. Con i governi di Angela Merkel, Berlino ha sempre di più accentuato il suo atteggiamento di “leader riluttante” sui temi della difesa, rifiutandosi di cooperare in tutte le più recenti missioni militari avviate sia all’interno che all’esterno della cornice istituzionale dell’Ue.

È questo il vero problema oggi sulla strada della Pesco. Mentre è immaginabile avviare una cooperazione strutturata senza la Gran Bretagna (l’Euro docet) non si può davvero credere che ciò possa avvenire senza una decisa adesione del governo tedesco.

Se non altro perché è solo la Germania che può convincere la Francia ad abbandonare la sua costosa ambizione militarista e concordare assieme una efficiente difesa comune europea da estendere ad altri paesi “capaci e volenterosi”.

Gli sforzi di tutti noi, compreso il governo italiano, vanno quindi indirizzati sulla Germania, operando in modo tale che il prossimo Consiglio europeo rappresenti solo un primo passo di un cammino, che pur senza dichiararlo ufficialmente, ci conduca a una futura Pesco.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI
 
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