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Effetti economici e geopolitici
L’asso nella manica del gas israeliano
Valeria Termini
11/12/2013

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La recente scoperta di ingenti riserve di gas naturale nelle acque del Mediterraneo di fronte a Israele ha aperto un’opportunità inattesa per l’Europa. Le maggiori riserve sono nel bacino di Tamar, in produzione dal marzo 2013, a 90 km dalla costa.

Si tratta di riserve stimate 282 miliardi di metri cubi (mld mc), che assicureranno a Israele, paese fino a oggi importatore, la copertura della domanda interna. A queste si aggiungono le riserve del Leviatano, a 130 km dalla costa, stimate 536 mld mc, in produzione dal 2017, in larga parte per esportazione. Vi sono poi riserve più piccole: Dalit (14 mld mc), Tanin (33 mld mc), Mari B (30 mld mc) e due campi in territorio Palestinese di fronte alla striscia di Gaza (Marine 1 e 2, di 30 mld mc complessivi).

È un’opportunità da cogliere senza esitazione, perché può attivare percorsi virtuosi di grande importanza, sia per l’Unione europea che per la regione intorno a Israele, secondo tre diverse prospettive: economica, di politica europea e geopolitica.

Oligopolio addio
L’Europa affronta oggi un serio problema nel costo dell’energia che ostacola la crescita e mina la competitività, soprattutto nei confronti dell’industria di base americana, tornata a operare attivamente dal 2011-12, anche grazie al crollo del prezzo del gas non convenzionale (tra i 2$ e i 4$ /mc, a fronte di un prezzo europeo quattro volte più alto, intorno ai 12 euro/mc negli hub e sopra i 25 euro/mc nei contratti take or pay indicizzati al petrolio, che ancora coprono più della metà del gas d’importazione).

Dal 2011, si sono attivate in Europa regole per molti aspetti dirompenti che eliminano le barriere contrattuali tra i paesi membri, accrescendo flessibilità e capacità di tenuta del mercato energetico. L’obiettivo di un mercato europeo dell’energia è fissato dalla Commissione in termini ottimistici al 2014. Il problema resta però a monte, nell’oligopolio dei pochi produttori che determinano offerta e prezzi e dai quali l’Europa dipende per il 54% delle fonti primarie.

Si tratta di un ristrettissimo numero di paesi extra-europei che fanno un uso politico delle proprie risorse (Russia) o sono politicamente instabili (Algeria, Libia, Nigeria, Qatar). La diversificazione delle fonti è dunque un elemento chiave per ridurre il costo dell’energia.

Al riguardo si profilano opzioni controverse: shale gas, nuove fonti rinnovabili e esportazioni americane di gas liquefatto. Tuttavia, la produzione di shale gas è assai dubbia per l’Europa, densamente popolata e protetta da regole ambientali stringenti. Inoltre la proprietà del sottosuolo non appartiene ai proprietari dei terreni, togliendo ogni incentivo locale alla estrazione. Il contrasto dei verdi è già presente, mentre i tentativi delle multinazionali in Inghilterra e Polonia sono a oggi stati vani e la Francia, ricchissima di riserve, vieta persino la fase esplorativa.

Le fonti rinnovabili, che sfruttano energia solare ed eolica, mostrano un’impetuosa crescita in alcuni paesi (in Italia e Germania rappresentano rispettivamente il 30% e 22% dell’energia prodotta), ma nel periodo di transizione richiedono aggiustamenti costosi per l’intera filiera industriale, generando alti oneri di sistema.

Le esportazioni del gas americano - quattro autorizzazioni concesse dall’amministrazione Obama per trasformare impianti di liquefazione in impianti di esportazione e 28 in lista d’attesa - potranno largamente indirizzarsi verso l’ingente domanda asiatica, che offre prezzi il 30% più alti dell’Europa.

In questo quadro incerto, le riserve israeliane di gas naturale si presentano come una risorsa geograficamente vicina, a un prezzo intorno ai 5 dollari/mc, non lontano da quello dello shale gas americano. Sono riserve di entità contenuta nell’immediato, ma nel medio periodo possono essere un “game changer” per l’intera regione.

Infrastrutture strategiche
Sul piano politico, questa scoperta costituisce un potenziale elemento di coesione per l’Europa, poiché può accrescere la forza contrattuale dell’Unione nei confronti dei produttori tradizionali. È dunque complementare alla politica d’infrastrutture strategiche recentemente avviata, da ultimo con l’approvazione del gasdotto Tap, che trasporterà gas azero (10 mld mc iniziali) attraverso Albania e Grecia in Italia per poi raggiungere l’Europa del Nord attraverso il Corridoio Adriatico, uno dei progetti considerati strategici dalla Commissione nel 2013.

La progettazione flessibile del gasdotto lo rende fruibile per il trasporto di gas proveniente da altri punti di produzione nel Mediterraneo, ma sono previste anche altre infrastrutture.

I paesi dell’Europa meridionale possono trarne notevoli vantaggi economici grazie all’indotto e all’occupazione generata dagli investimenti, ma anche alla forza contrattuale che acquisiranno con il ruolo di corridoio di ingresso per un gas a prezzi competitivi. Potranno così anche attenuarsi le disparità economiche tra Nord e Sud dell’Europa.

Risvolti geopolitici
Si prospettano anche notevoli ricadute geopolitiche. Israele ha attivato in questi mesi contatti con i paesi confinanti, Giordania e Autorità Palestinese in primis, riprendendo colloqui aperti per breve tempo nel 2012 con l’Autorità Palestinese in materia energetica, dopo il blocco che fu imposto dall’ex premier Ariel Sharon allo scambio di gas con la Palestina nel 2001.

Il governo israeliano si è inoltre attivato nei confronti di Grecia, Italia e Cipro per studiare le opportunità di transito verso l’Europa in attesa di migliori rapporti con la Turchia, e infine con Bruxelles.

Israele potrà esportare in Asia con un ritorno economico immediato, grazie agli alti prezzi prevalenti nel Pacifico, ma il ritorno politico di lungo periodo sarà assai più consistente se avrà accesso al mercato europeo.

Se gli interessi economici convergeranno e l’Unione europea saprà cogliere questa occasione, il beneficio sarà non solo economico, grazie a una riduzione della bolletta energetica, ma anche e soprattutto politico.

L’Europa potrebbe acquisire maggior interesse e peso per contribuire alla stabilità dell’area. La voce dell’Europa potrà finalmente aggiungersi a quella di John Kerry - davvero sola oggi - dando nuovo vigore al negoziato tra Israele e palestinesi per un’equa stabilizzazione di quella tormentata regione.

Il potenziale dividendo politico del gas israeliano è dunque alto. La Presidenza italiana dell’Unione potrebbe farne un punto di rilievo nell’agenda energetica europea, esprimendo una visione lungimirante in questa direzione.

L’industria italiana potrà trarre beneficio nell’immediato dall’utilizzo delle tecnologie innovative di cui dispone - in primo luogo la compressione del gas per il trasporto di breve corso per mare - e negli anni a venire dai vantaggi che derivano dall’essere l’Italia paese di transito per l’energia verso l’Europa del Nord. Ci sono dunque le condizioni e le regole perché l’energia possa essere per una volta fattore di pace e crescita economica.

Valeria Termini è Professore ordinario di Economia Politica all’Università di Roma Tre e membro del direttivo dello IAI.
 
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