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Consiglio Europeo sulla Difesa
Ambizioni europeiste sulla politica di sicurezza e di difesa
Maurizio Melani
03/12/2013

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Dal prossimo Consiglio europeo centrato sulla politica di sicurezza e difesa comune (Psdc) si attendono nuovi progressi per rafforzare il ruolo dell'Europa nel mondo. Occorrerà un salto di qualità nella condivisione e messa in comune di risorse, senza limitarsi ad arricchire una scatola di strumenti costruita a suo tempo per la gestione di crisi che, soprattutto nei Balcani, avevano dimostrato tra gli anni ‘90 e l'inizio del nuovo secolo quanto fosse necessario un impegno comune dell'Ue.

Limiti nella volontà politica e condizionamenti ricollegabili anche al contesto transatlantico dell'epoca ne avevano però circoscritta la portata e frenate le ambizioni.

Attivismo
Tuttavia, vi è oggi una diffusa aspettativa, in Europa e nel mondo, di un ruolo più attivo dell'Ue nella sicurezza globale, soprattutto riguardo a quelle crisi nel suo vicinato che richiedono adeguate capacità in un contesto di nuovi equilibri geopolitici e di restrizioni finanziarie.

Dopo che il trattato di Maastricht aveva posto la Pesc quale pilastro intergovernativo di un’aggiornata architettura istituzionale, il processo fu stimolato dalle crisi balcaniche essendo state proprio le divisioni nell’Unione, le iniziali riluttanze americane e l'incapacità di impedire tragedie umanitarie ad indurre gli europei a fare di più.

Il trattato di Amsterdam incorporava successivamente nella Pesc i compiti di gestione militare delle crisi e creava la funzione di Alto rappresentante. Prima della ratifica del trattato, la dichiarazione franco-britannica di Saint Malo registrava nel 1998 l'intesa sulla costituzione di credibili capacità europee su cui prese forma la dimensione di sicurezza e di difesa dell'Unione poi sancita nel trattato di Nizza.

Vicinato stabile
Vennero costituiti appositi organi permanenti, definite procedure e stabiliti obiettivi di capacità militari e civili. Alla luce soprattutto dell'esperienza balcanica era infatti maturato il concetto, tipico dell'azione europea, di un approccio olistico e interdisciplinare alla gestione delle crisi, comprendente aspetti militari e di polizia, la ricostruzione delle istituzioni e della governance economica, il sostegno alla società civile e al settore privato.

È su tale base e nella consapevolezza del ruolo centrale da assumere nei Balcani che dal 2002-2003 sono state avviate operazioni prima di polizia e poi militari in Bosnia, in Macedonia e più recentemente in Kosovo, assieme ad iniziative in Africa, soprattutto nella regione dei Grandi Laghi e poi nel Corno e nel Sahel.

La Strategia di sicurezza europea adottata durante la presidenza italiana ne ha fornito il quadro concettuale, sottolineando la rilevanza della stabilità nel vicinato e della edificazione istituzionale per contrastare le maggiori minacce alla sicurezza dell'Ue nel post 11 settembre.

Ai successi nei Balcani hanno certamente contribuito le prospettive di adesione all'Unione dopo riforme sostenute da consistenti sostegni finanziari e verifiche rispetto a specifici parametri. Questo schema non è ovviamente trasferibile ad altre situazioni di crisi, ma lo è la sua componente del sostegno alla ricostruzione istituzionale, economica e della sicurezza.

Sforzi maggiori
Le crisi sviluppatesi nel Mediterraneo dal 2011 esigono di nuovo una gestione europea con riadeguate capacità comuni. Occorrerà fare di più, ma con meno risorse finanziarie, spinti anche da un nuovo atteggiamento americano meno caratterizzato da cautele, diffidenze e sospetti che le divisioni sull’Iraq e sulle proposte francesi di quartier generale militare autonomo dell'Ue avevano poi amplificato.

Su tale nuovo atteggiamento incidono ora le difficoltà di schieramento su troppi teatri, la riduzione degli stanziamenti per la difesa nell'ambito di una riconfigurazione delle priorità, una maggiore attenzione all'Asia orientale e la minore dipendenza dagli idrocarburi mediorientali dovuta allo shale gas. È quindi richiesto agli europei un maggiore impegno soprattutto nel Mediterraneo e in Africa.

Su grandi partite diplomatiche come le gestioni tra loro collegate della crisi siriana, dell’Iran e della questione israelo-palestinese si misurerà la capacità di realizzare una politica comune con tutti gli strumenti disponibili. La volontà in questo senso si vedrà anche dalle prossime scelte per la nomina al posto chiave di Alto rappresentante per gli affari esteri.

Più efficienza
Sarebbe auspicabile che tutti gli stati membri, in particolare quelli che hanno più da offrire, partecipino al processo di integrazione e sviluppo delle capacità e della loro base industriale e tecnologica. Se questo si rivelasse impossibile le cooperazioni strutturate offerte dal trattato di Lisbona, o nuovi strumenti, potrebbero comunque consentire a chi vuole di andare avanti.

Che dal prossimo Consiglio europeo escano risultati concreti è ritenuto da molti difficile. Il nuovo governo tedesco sarà nella migliore delle ipotesi appena formato, le elezioni britanniche non saranno lontane e l'onda crescente di euroscetticismo non favorirà coraggiose scelte strategiche verso l'integrazione.

Si tratta però di un obiettivo che va comunque perseguito e occorrerà che le forze politiche europeiste si impegnino a spiegare adeguatamente, anche in vista delle prossime elezioni europee, che più integrazione significa comunque più efficienza, minori costi e maggiore salvaguardia degli interessi collettivi.

Maurizio Melani è Ambasciatore d’Italia.
 
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