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Medio Oriente
Frattura siriana per il jihadismo
Ludovico Carlino
28/11/2013

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Per il leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, l’Iraq è tornato a essere un problema. Dopo la famosa lettera datata 2005 ed indirizzata all’allora leader dello Stato islamico d’Iraq (Isi) Abu Musab al-Zarqawi, nel giugno di quest’anno il medico egiziano è tornato a scrivere all’attuale emiro del gruppo iracheno, Abu Bakr al-Baghdadi, esortandolo senza mezzi termini a tornare sui propri passi.

Non allineati
Se al tempo al-Zawahiri intervenne per chiedere ad al-Zarqawi di porre un freno alla brutale violenza contro i civili del suo gruppo, questa volta è intervenuto per dirimere una controversia apparsa come una delle più grandi fratture nella storia della militanza jihadista contemporanea.

La questione risale ad aprile, quando al-Baghdadi comunicò la fusione dell’Isi con il gruppo jihadista siriano dello Jabhat al-Nusra in una nuova entità, lo Stato islamico di Iraq e al-Sham (Isis), confermando le voci di quanti volevano i jihadisti iracheni impegnati in prima linea nella lotta contro il regime di Bashar al-Assad.

L’annuncio di Baghdadi venne tuttavia respinto prima dallo stesso emiro dello Jabhat, Muhammad al-Jawlani, il quale sottolineò tra l’altro di non essere stato nemmeno consultato, e poi da al-Zawahiri, chiamato in causa affinché dichiarasse nulla la fusione e proclamasse il carattere prettamente locale dello Jabhat.

La vicenda appare emblematica non solo per l’aperto scontro tra al-Zawahiri e al-Baghdadi, il quale poche settimane dopo rispose con un secco rifiuto alla richiesta di sciogliere l’Isis, ma in quanto ribadisce il ruolo di primo piano che l’Isi sta continuando a giocare in Siria.

Disobbedienti di successo
La situazione sul campo continua infatti a mutare a favore dell’Isis, con un numero crescente di brigate jihadiste ed unità dello Jabhat che hanno prestato giuramento di fedeltà ad al-Baghdadi, legittimando nei fatti la sua decisione.

Le capacità militari del gruppo e il costante flusso di armi e combattenti che dalla provincia irachena di al-Anbar entrano in territorio siriano, spiegano in parte la scelta opportunistica delle fazioni jihadiste dell’opposizione armata di unirsi ai ranghi dell’Isis, in grado inoltre di attirare ed accogliere tra le sue fila anche il fulcro dei combattenti stranieri prevenienti da Nord Africa, Europa e Asia centrale.

Secondo fonti statunitensi, lo stesso al-Baghdadi avrebbe spostato da questa estate la sua base operativa in Siria, una scelta che non significa direttamente aver fissato come priorità strategica il teatro siriano rispetto all’Iraq, ma che suggerisce come per l’Isis il conflitto contro il regime di Assad sia totalmente funzionale per le proprie operazioni in Iraq.

Tentativo di rivitalizzazione
Estendere la bandiera del jihad dall’Iraq alla Siria non necessariamente deve essere letto come una dimostrazione di forza da parte dell’Isis, ma potrebbe al contrario rappresentare l’ennesimo tentativo da parte dei jihadisti iracheni di rivitalizzare un’organizzazione che in Iraq non è mai riuscita ad avere dalla propria parte alcuna forma di supporto popolare.

Non è un caso che l’approccio dell’Isi in Siria appaia differente rispetto al proprio modus operandi in Iraq, nonostante l’insistenza del gruppo in entrambi i contesti nel presentare la propria immagine come quella di protettore della comunità sunnita contro i soprusi di quella sciita.

In Iraq questa ‘protezione’ si concretizza essenzialmente in una continua campagna di attacchi indiscriminati contro simboli dello stato, delle forze di sicurezza e della comunità sciita, ma che nelle vittime non fa distinzione tra civili, soprattutto sunniti, e obiettivi militari.

In Siria, l’Isis sta invece sostenendo la propria azione militare contro le truppe del regime di Assad con esperimenti di proto governance (soprattutto nell’area di Aleppo e Idlib), che nella teoria passano sotto la forma di emirati islamici locali, ma che nella pratica rivelano tutti i limiti e l’efferatezza di una brutale e distorta applicazione della legge islamica.

Mantenere un corridoio aperto tra Siria ed Iraq significa per l’Isis avere maggiore libertà di movimento, mantenere un retrovia strategico dove riorganizzare le proprie forze, oltre alla possibilità di inserirsi in un contesto, quale quello siriano, che dal punto di vista retorico ha una portata simbolica sempre più rilevante per la comunità jihadista.

L’ascesa graduale dell’Isis è tuttavia destinata a non rimanere incontrastata nel lungo termine, e lo spettro di una contrapposizione tra la visione del califfato universale professata da Baghdadi e quello di uno stato islamico siriano propugnata dai jihadisti locali appare più di una possibilità.

Eco siriana
Al momento, tuttavia, il conflitto siriano sembra avere concesso nuovo slancio all’attività militante in Iraq. Nonostante il numero di vittime civili irachene non abbia raggiunto il picco del biennio 2006-2007, quando si toccò la cifra di 29 mila, dall’inizio del conflitto siriano la violenza in Iraq ha subito un graduale incremento dopo alcuni anni di costante flessione, fino alle 1057 vittime di questo luglio che lo hanno reso il mese più violento dal 2008.

Dati raccolti dall’autore. Fonti: UN Mission in Baghdad, Iraq Body Count.org, al-Jazeera, al-Shorfa, Iraqi News.

Nonostante questo rapporto di causalità rimanga privo di numerose variabili, il dato è uno degli indici che suggerisce quanto le ripercussioni del conflitto siriano siano profonde a livello regionale.

Senza dubbio la costante violenza in Iraq rimane strettamente legata a dinamiche interne, ma la fuga in luglio di più di mille prigionieri dal carcere di Abu Ghraib facilitata dall’Isis ed il rifugio di almeno 700 di questi in Siria, dove si sarebbero uniti alle brigate di al-Baghdadi, è una conferma di quanto i due teatri siano al momento particolarmente omogenei tra di loro.

Ludovico Carlino è PhD Candidate in International Politics presso la University of Reading, Regno Unito. Ricercatore del Cisip (Centro Italiano di Studi sull’Islam Politico) ed analista per la Jamestown Foundation, le sue linee di ricerca sono focalizzate sui movimenti jihadisti dell'area MENA e sulle dinamiche socio-politiche dello Yemen.
 
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