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Verso le elezioni europee
L’ingrediente necessario per la democrazia europea
Gianni Bonvicini
21/11/2013

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Chi sarà il nuovo presidente della Commissione nel 2014? Questa domanda, che nel passato riguardava solo pochi addetti ai lavori e alimentava i gossip politici europei, potrebbe avere questa volta una risposta diversa. Sembra infatti ormai certo che i partiti politici europei abbiano deciso di entrare direttamente nel gioco delle nomine fino ad oggi riservato al Consiglio europeo.

Merkel contraria
Già nel corso della campagna elettorale i partiti dovrebbero indicare il nome del candidato a rivestire il seggio più alto nell’esecutivo di Bruxelles. I socialisti europei si stanno accordando sul nome dell’attuale Presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz. I liberali propenderebbero per Guy Verhofstadt. I democratici del Partito popolare europeo non hanno ancora deciso e così pure le altre forze politiche.

L’unica a opporsi apertamente all’indebolimento delle prerogative del Consiglio europeo è Angela Merkel che evidentemente teme di trovarsi il socialdemocratico Martin Schulz alla guida della Commissione. Anche se l’opposizione della cancelliera non è di poco peso, la decisione di procedere su questa nuova strada è stata presa.

Partiti protagonisti
Uno degli argomenti che vengono normalmente utilizzati per giustificare questa procedura è la necessità di rafforzare il legame politico-istituzionale fra Commissione europea e Parlamento. Da questo punto di vista la proposta di indicare i candidati per il posto di presidente della Commissione avrebbe effetti a cascata.

Legittimerebbe il ruolo dei partiti politici europei; rafforzerebbe i legami fra di essi e i partner politici nazionali; darebbe forza e maggiore credibilità alle piattaforme programmatiche; personalizzerebbe la campagna elettorale. Riuscirebbe in parte anche a trasformare in europee elezioni che troppo spesso hanno solamente valenza nazionale. Infine renderebbe più “politica” la funzione di presidente della Commissione.

Proprio quest’ultima notazione ha sollevato le critiche e i timori di alcuni analisti europei. Uno dei ragionamenti che essi avanzano è che una figura “partisan” del Presidente della Commissione finirebbe per minare la sua indipendenza ed il suo ruolo di “guardiano” dei trattati.

A parte il fatto che l’indipendenza della Commissione è nei confronti dei governi e non dei partiti politici, il ruolo di guardiano viene svolto dall’intero collegio che vota a maggioranza qualificata, e non dal solo presidente.

Più in generale l’imparzialità o meno del presidente, che anche oggi in mancanza del meccanismo di elezione “diretta” rispecchia pur sempre un orientamento politico, va vista nell’ottica dell’esercizio delle competenze a lui attribuite e del controllo politico che ne farà il Parlamento europeo.

Meccanismo virtuoso
Semmai la cosa seria da chiedersi è se il semplice artifizio di ricorrere alla indicazione del candidato presidente della Commissione nel corso delle prossime elezioni sia realmente in grado di rimettere in moto un meccanismo virtuoso all’interno dell’Unione europea.

Alla luce delle crescenti difficoltà economiche di gran parte delle popolazioni dell’Unione, del rinascente nazionalismo e dello svilupparsi impetuoso di forze anticomunitarie - non solo nei paesi deboli ma anche in quelli forti del centro e del nord Europa - il dubbio è più che lecito.

Austerità e antieuropeismo rappresentano un mix esplosivo. Affrontarli pensando che le elezioni del Parlamento europeo, anche con le novità di cui abbiamo detto, possano dare “la risposta” sarebbe oltremodo ingenuo. Continuare a ignorare il ruolo di secondo piano giocato dal Parlamento europeo e quello sempre più tecnico della Commissione non può però fare altro che peggiorare le prospettive future.

Da qualche parte è necessario cominciare. In attesa che il Consiglio europeo dia qualche segnale di aggiustamento rispetto alle politiche di austerità condotte fino ad oggi, vale la pena tentare anche la carta dell’elezione di un candidato presidente della Commissione che ne controbilanci il potere assieme ad un Parlamento europeo più conscio delle proprie responsabilità politiche.

Cercasi equilibrio
Perché è proprio questa la vera posta in gioco: il riequilibrio dei poteri fra Consiglio europeo e Commissione. In effetti, in questi ultimi anni - in particolare nel corso della lunghissima emergenza monetaria e finanziaria - l’equilibrio istituzionale si è nettamente spostato verso il Consiglio europeo, quale organismo d’iniziativa politica e di istanza decisionale suprema.

Ciò a spese della Commissione che ha quasi del tutto delegato al Consiglio europeo quell’esclusivo potere di iniziativa che ne “politicizzava” il ruolo. È ben vero, come si sostiene da più parti, che la Commissione ha guadagnato in questo frangente ulteriori e importanti poteri, ma ciò è avvenuto solo nella funzione di controllo e monitoraggio di decisioni politiche che si prendono altrove, a livello intergovernativo.

Alcuni studiosi ne hanno quindi tratto la conclusione che il Consiglio europeo sia l’unico potere legittimo e di governo dell’Unione e non più la Commissione che, secondo la corrente neofunzionalista, avrebbe dovuto invece evolvere progressivamente verso quel ruolo.

Se si de-politicizza la Commissione si indebolisce però ancora di più il Parlamento europeo e con esso a cascata la funzione dei partiti politici europei e del nascente spazio politico europeo. È infatti ovvio che il Parlamento europeo non può vantare legami di sorta o tantomeno esercitare un controllo democratico sul Consiglio europeo.

È proprio sulla base di questo rischio che con lo strumento della nomina di candidati alla carica di presidente della Commissione si cerca di riequilibrare un sistema di “governo”, che oggi sta portando sempre di più l’Unione verso il tradizionale modello di cooperazione intergovernativa.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.
 
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