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Kenia
Nessuna immunità per Kenyatta
Marina Mancini
19/11/2013

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È stato posticipato per la terza volta l’inizio del processo nei confronti del presidente del Kenya, Uhuru Muigai Kenyatta, dinanzi alla Corte penale internazionale (Cpi). Il processo, che doveva aprirsi il 12 novembre, è stato provvisoriamente rinviato al 5 febbraio 2014 per dare tempo all’accusa di indagare su alcuni fatti che metterebbero in dubbio l’autenticità delle testimonianze raccolte contro Kenyatta.

Crimini contro l’umanità
I fatti di cui Kenyatta è accusato risalgono al periodo immediatamente successivo alle elezioni presidenziali del dicembre 2007, nelle quali come leader del Partito dell’unità nazionale (Pun) sostenne il presidente uscente Mwai Kibaki contro il candidato del Movimento democratico arancione (Mda) Raila Odinga.

Per assicurare il mantenimento al potere del Pun, Kenyatta avrebbe pianificato e ordinato la commissione di crimini contro l’umanità, precisamente omicidio volontario, deportazione e trasferimento forzato, stupro, persecuzione e altri atti inumani, nei confronti di migliaia di civili presunti sostenitori del Mda nelle città di Nakuru e Naivasha. Nel quadro delle violenze postelettorali del 2007-2008 più di mille civili furono uccisi e oltre seicentomila furono costretti ad abbandonare le proprie case.

Corte penale internazionale
La carica di capo di stato che Kenyatta riveste non vale a sottrarlo al processo. Secondo l’art. 27 par. 2 dello statuto della Cpi, nessuna immunità derivante dalla carica ricoperta può essere invocata dinanzi alla Corte.

Il processo a Kenyatta sarebbe il primo a un capo di stato in carica dinanzi ad un tribunale penale internazionale. Nei confronti del presidente sudanese Omar Al Bashir, la Cpi ha emanato due mandati d’arresto che non sono stati ancora eseguiti: il primo nel 2009 per crimini contro l’umanità e crimini di guerra e il secondo nel 2010 per il crimine di genocidio.

Kenyatta ha finora evitato l’emanazione di un mandato d’arresto nei suoi confronti assicurando la sua presenza alle udienze della fase preprocessuale.

È invece iniziato il 10 settembre il processo davanti alla Cpi nei confronti del vicepresidente del Kenya, William Samoei Ruto, anch’egli accusato di crimini contro l’umanità, precisamente omicidio volontario, deportazione e trasferimento forzato e persecuzione di civili, nell’ambito delle violenze postelettorali del 2007-2008.

Unione africana
L’Unione Africana (Ua) si è attivata - finora senza successo - non solo per scongiurare il processo all’Aja a carico di Kenyatta e Ruto, ma anche per impedire l’avvio di ulteriori procedimenti dinanzi alla Cpi nei confronti di capi di stato o di governo africani in carica.

Nella sessione straordinaria dell’11 e 12 ottobre, l'Assemblea dell’Ua non è tuttavia giunta - come si temeva - a decidere il ritiro in blocco dallo statuto della Cpi dei trentaquattro stati africani che ne sono parti, ma si è limitata ad affermare che nessun procedimento dovrebbe iniziare o proseguire dinanzi ad un tribunale internazionale contro un capo di stato o di governo dell’Ua durante il suo mandato e ad adottare alcune misure per realizzare questo obiettivo.

Come deliberato dall’Assemblea, il Kenya ha subito chiesto al Consiglio di sicurezza (Cds) di disporre il differimento dei procedimenti nei confronti di Kenyatta e Ruto e una delegazione dell’Ua ha avviato consultazioni con i membri del Consiglio allo scopo di ottenere detto differimento.

Solo il Cds potrebbe imporre alla Cpi il rinvio del processo nei confronti di Kenyatta e la sospensione di quello a carico di Ruto. In virtù dell’art. 16 dello Statuto, nessun procedimento può iniziare o proseguire nei dodici mesi successivi alla data in cui il Cds abbia formulato una richiesta in questo senso alla Corte, con una risoluzione ex capitolo VII della Carta dell’Onu.

Bocciatura
Il 15 novembre un progetto di risoluzione che disponeva il differimento dei procedimenti nei confronti di Kenyatta e Ruto, promosso da tredici stati africani e dall’Azerbaijan, è stato posto in votazione, ma non è stato adottato, raccogliendo solo sette voti a favore, tra cui quelli di Cina e Russia. Tutti gli altri membri del Consiglio, inclusi Francia, Regno Unito e Stati Uniti, si sono astenuti.

La preoccupazione dell’Ua che il processo impedisca a Kenyatta e Ruto di adempiere alle loro responsabilità istituzionali, richiedendone la presenza all'Aja, non è del tutto infondata, anche in considerazione del difficile momento che vive il Kenya con l’acuirsi della minaccia terroristica, come testimoniato dall'attacco al Westgate Mall di Nairobi di settembre.

D’altra parte, però, la bocciatura da parte del Cds del progetto di risoluzione africano è da salutare positivamente: il differimento dei procedimenti nei confronti del presidente e del vicepresidente del Kenya avrebbe implicitamente eroso il principio secondo cui nessuna immunità può sottrarre un individuo alla giurisdizione della Cpi.

Certamente i leader africani, che lamentano un accanimento della Cpi nei confronti dell’Africa, non si fermeranno qui. La questione del processo a Ruto e Kenyatta sarà affrontata nella sessione annuale dell’Assemblea degli stati parti dello Statuto della Cpi, prevista dal 20 al 28 novembre.

Inoltre, una sessione straordinaria dell'Assemblea dell’Ua è programmata per la fine di novembre proprio per valutare lo stato di attuazione delle decisioni prese a ottobre.

Marina Mancini è docente di Diritto internazionale penale nel Dipartimento di Giurisprudenza della Luiss Guido Carli di Roma e ricercatore di Diritto internazionale nel Dipartimento di Giurisprudenza ed Economia dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria.
 
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