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Medio Oriente
Il freddo saudita sulla relazione con gli Stati Uniti
Eleonora Ardemagni
07/11/2013

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Tra Riyadh e Washington è calato il grande freddo. Nelle ultime settimane, l’Arabia Saudita è stata spiazzata dal riavvicinamento - forse tattico - dell’Iran alla Casa Bianca e dall’accordo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla distruzione dell’arsenale chimico del regime siriano.

Se la prima fase delle rivolte arabe iniziate nel 2011 aveva sorriso alle ambizioni geopolitiche di Riyadh, i sauditi temono ora l’isolamento regionale. La paura è che la relazione speciale con gli statunitensi smetta di essere tale. La recente visita del segretario di stato John Kerry nella capitale saudita ha avuto quindi il compito di placare le angosce dell’alleato. Tuttavia, gli Al-Sa‘ud e l’amministrazione statunitense hanno ancora bisogno l’uno dell’altra.

Rabbia e rifiuto sauditi
In reazione ai recenti colpi di scena diplomatici, Riyadh ha voluto manifestare la propria rabbia attraverso due mosse politiche di sicuro effetto mediatico. Dapprima, il rappresentante dell’Arabia Saudita ha evitato di pronunciare il tradizionale discorso all’Assemblea generale dell’Onu. In seguito, i sauditi hanno rifiutato il seggio non permanente in Consiglio di sicurezza, per la cui elezione si erano attivamente spesi nei mesi scorsi.

Il ministro degli Affari esteri saudita, Saud Faysal bin Al-Sa‘ud, ha giustificato tale gesto accusando le Nazioni Unite di “inattività” di fronte alla guerra civile - e ormai regionale - che si combatte in Siria. Ancor prima dell’Onu, il vero bersaglio delle parole di Riyadh è parso la Casa Bianca, colpevole -agli occhi dei sauditi- di aver abbandonato l’ipotesi di un intervento militare contro il regime di Bashar Al-Assad.

Guerra indiretta in Siria
Damasco rappresenta il terreno di confronto indiretto fra le monarchie della penisola e l’Iran. In Siria, l’Arabia Saudita è inoltre impegnata - come in Egitto e in Yemen - in una competizione finanziaria e politica intra-sunnita con l’ambizioso Qatar.

All’interno della frammentata opposizione siriana e dei suoi mille rivoli militari, Doha sostiene infatti le componenti vicine alla Fratellanza Musulmana, mentre Riyadh ha deciso di appoggiare sia i gruppi più distanti dall’Islam politico (in chiave anti Fratellanza) che le brigate salafite, riunite nel recente cartello del Gaish al-Islam, l’esercito dell’Islam, che si propone l’ormai arduo obiettivo di contenere l’espansione del jihadismo qaedista di Jabhat al-Nusra.

Perciò, i sauditi auspicavano l’intervento militare statunitense contro il potere damasceno, nell’intento di sbloccare un fondamentale teatro di guerra indiretta che li sta logorando. E provare a scongiurare l’esito politico che sarebbe per loro peggiore: un regime alawita ancora militarmente forte, insieme a un nugolo di milizie jihadiste - in alcuni casi legate ad Al-Qaeda - attive lungo quel vasto territorio tribale che dalla Siria orientale si espande fino alle regioni occidentali dell’Iraq (come Al-Anbar, Ninive, Salah al-Din), dove l’insorgenza sunnita contro il governo centrale è tornata forte e in parte violenta.

Matrioska sciita
Dietro e dentro la Siria c’è poi l’Iran. Riyadh teme che il riavvicinamento fra Teheran e Washington depotenzi l’efficacia interna del discorso politico anti-iraniano. Negli ultimi anni, “l’ossessione Iran” è infatti servita a delegittimare e a reprimere i focolai di protesta nella penisola arabica, accusati -dalla propaganda di regime- di essere organizzati dal rivale sciita.

Se la tensione politica fra l’Iran e gli Stati Uniti dovesse ridursi in maniera stabile, i sauditi dovrebbero misurarsi con uno scenario regionale profondamente cambiato, nel quale le sollevazioni della popolazione sciita (si pensi al Bahrein e alla regione orientale dell’Arabia) non potrebbero più essere liquidate con la sola etichetta del settarismo. Questo potrebbe aprire inediti spazi interni di rivendicazione politica, anche da parte di quei segmenti di mondo sunnita che per ora sono rimasti ai margini dei movimenti per le riforme, proprio perché confessionalmente connotati.

La crisi siriana e la nuova diplomazia iraniana rivelano che il Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) non è un monolite. La medesima linea politica viene infatti declinata in tre posture differenti.

Arabia, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno optato per l’approccio più duro contro Teheran e i suoi alleati. Il Qatar si è attestato su una posizione interventista, ma povera di eccessi verbali anti-sciiti, mentre il Kuwait e soprattutto l’Oman privilegiano un atteggiamento dialogante e di cauta apertura.

Oggi ancora più di ieri, il Ccg - privo di un sistema di difesa unificato - necessita allora di un fornitore di sicurezza esterno. Un ruolo che né l’Unione europea, né la Russia, né la Cina possono o vogliono ricoprire, per carenza di mezzi e/o di volontà politica.

Alleato ancora necessario
Nonostante il “pivot to Asia” e le novità di shale gas e tight oil (gas e petrolio da scisti bituminosi), gli Stati Uniti sanno che chi non è capace di giocare le complicate partite della geopolitica mediorientale non può avere aspirazioni di leadership globale.

Anche perché gli Stati hanno sempre meno alleati nel quadrante e i rapporti con i partner tradizionali, come i militari egiziani, sono ora carichi di tensione e diffidenza. Dunque Riyadh e Washington hanno ancora interesse a percorrere un lungo tratto di strada insieme. Soprattutto in questo Medio Oriente rinnovato e carico di insidie.

Eleonora Ardemagni è analista in relazioni internazionali (Medio Oriente e Nord Africa), collaboratrice di Aspenia, ISPI, Limes.
 
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