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Allargamento
Tra pignoleria e lentezza, la famiglia Europa cresce
Ferdinando Nelli Feroci
30/10/2013

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Puntuale come ogni anno con l’arrivo dell’autunno, la Commissione europea ha pubblicato il rapporto annuale sullo stato di avanzamento del processo di allargamento dell’Unione Europea (Ue). Il documento analizza il processo in termini generali e ridefinisce e aggiorna i criteri cui deve ispirarsi. Ma soprattutto fotografa la situazione di ciascun paese candidato e il suo percorso di avvicinamento all’Europa.

Anche quest’anno il rapporto e le relative raccomandazioni non si sottraggono a quella impressione di affaticamento del processo, di scarso entusiasmo e di assenza di una convincente e condivisa determinazione di portarlo a termine entro scadenze prevedibili.

Il giudizio sui singoli paesi candidati fa emergere un quadro variegato ed eterogeneo. Progressi significativi (Serbia e in una certa misura Albania) coesistono da una parte con perduranti situazioni di stallo (Bosnia) e persistenti dilemmi strategici irrisolti (Turchia), e dall’altra con elementi di inattesa chiarezza (l’Islanda ha deciso di sospendere il negoziato di adesione).

Questione di priorità
Il rapporto conferma la tendenza a una valutazione rigorosa fino alla pignoleria dei comportamenti dei candidati, un’insistenza evidente sulle varie condizionalità e un sistematico tentativo di posticipare scadenze e impegni nei confronti dei paesi esaminati.

Il rapporto della Commissione sarà ora esaminato dagli stati membri. In sede di Consiglio, questi dovranno pronunciarsi sia sulla strategia complessiva che sulle raccomandazioni da riservare a ciascun paese candidato. Difficilmente queste ultime si discosteranno dalle proposte della Commissione se non per accentuarne le note di prudenze e diffidenza.

Il processo avanza, ma con una lentezza che tradisce una scarsa volontà politica e un insufficiente senso di priorità da parte dell’Ue, a fronte di un impegno e di una determinazione dei paesi candidati, che, nella grande maggioranza, hanno definito veri e propri programmi di governo attorno all’obiettivo dell’adesione.

Appare legittimo quindi interrogarsi sulle reali prospettive dell’allargamento e sulla linea da seguire per evitare che le aspettative dei paesi candidati vengano frustrate da tempi di attesa eccessivamente lunghi e imprevedibili. L’allargamento è stato finora la politica “estera” di maggiore successo dell’Unione. È proprio grazie alla “prospettiva europea”, che l’Ue è riuscita a disporre del più efficace degli incentivi per diffondere nel suo vicinato il proprio sistema di valori e principi.

Entusiasmo minimo
È fin troppo evidente che da questa parte dell’Europa, l’entusiasmo per l’idea di nuove adesioni è molto ridotto. Sono lontani i tempi in cui il grande progetto di riunificazione su scala continentale dell’Europa, completato nel 2004, funzionava egregiamente come progetto mobilizzante.

A prevalere è la convinzione che l’adesione di nuovi membri complichi ulteriormente la vita già difficile di un’Ue alla ricerca di una propria identità e ragion d’essere.

La crisi economica e finanziaria ha contribuito ad aggravare le difficoltà interne dell’Unione che ha dovuto concentrarsi quasi esclusivamente sulle riforma delle propria “governante” economica. Si è persa la percezione dei meriti della “prospettiva europea”, come fattore di stabilizzazione, prosperità e sviluppo economico per paesi candidati che sono anche nostri vicini.

Abbandonare la prospettiva di integrazione nell’Unione perlomeno dei paesi dei Balcani Occidentali sarebbe un grave errore. Resta pienamente valido il nostro interesse a garantire a questa regione un percorso credibile verso l’adesione, come garanzia di stabilità, di rapporti di buon vicinato e di rispetto delle regole di democrazie funzionanti.

Il ricordo dei conflitti che caratterizzarono la regione negli anni ‘90 è ancora troppo vivo per di rinunciare al potente incentivo costituito dalla prospettiva europea.

I costi per l’Unione dell’integrazione dei paesi dei Balcani occidentali appaiono pienamente sostenibili sia sotto il profilo economico che sotto quello del funzionamento delle istituzioni.

Si tratterà di graduare il ritmo di avanzamento del processo così da renderlo compatibile con il necessario consenso politico nei paesi membri, ma anche con l’esigenza di continuare a mobilitare le necessarie energie politiche da parte dei paesi candidati, assicurando che ogni anno si riesca a realizzare un qualche visibile progresso.

Turchia sfuggente
Più complesso è invece il caso della Turchia. Attualmente non sembrano sussistere le condizioni politiche che consentano di mantenere in vita una credibile prospettiva di adesione. Ciò è vero per alcuni importanti paesi membri dell’Unione che hanno fatto una scelta assai chiara sull’argomento, ma è altrettanto vero per la stessa Turchia, che appare sempre più proiettata in una sua autonoma dimensione di potenza regionale.

Si tratterà di valutare come, quando e in presenza di quali circostanze, avviare con Ankara una seria e costruttiva riflessione su soluzioni alternative che consentano di non pregiudicare ulteriormente il potenziale di collaborazione. Il rischio è che questo si logori in un negoziato di adesione senza concrete prospettive e destinato a provocare frustrazioni reciproche.

Ferdinando Nelli Feroci è presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).
 
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