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Strage di Lampedusa
L'Europa non ha la bacchetta magica
Ferdinando Nelli Feroci
09/10/2013

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I morti di Lampedusa hanno provocato un’ondata di polemiche strumentali e di dichiarazioni non sempre necessarie o opportune. Si è in un primo momento stigmatizzata la mancanza di soccorsi tempestivi, ma una ricostruzione più corretta della sequenza degli eventi ha dimostrato che privati cittadini e forze dell’ordine si erano prodigati nell’assistenza ai naufraghi riuscendo a salvarne un numero importante.

Ad essere attaccato è stato anche il presunto “buonismo” dell’attuale governo, che costituirebbe un fattore di attrazione dei flussi migratori. Ed è stata criticata la sciagurata politica dei respingimenti, cui in passato l’Italia aveva fatto ricorso. In questa tragedia buonismo e respingimenti non c’entrano.

È stata chiamata in causa la legge Fini-Bossi. Ciononostante, malgrado i suoi limiti e le sue incongruenze che la fanno apparire al tempo stesso eccessivamente punitiva ed inefficace ai fini del controllo dei flussi migratori, appare francamente difficile stabilire un collegamento diretto fra questa legge e il naufragio al largo di Lampedusa.

Europa più solidale
Ma soprattutto si è chiamata in causa l’Europa che non ha una politica comune per la gestione dei flussi migratori, che non è capace di mostrare il volto umano della solidarietà e che ci lascia soli di fronte all’emergenza umanitaria di flussi crescenti di migranti. Critiche sicuramente fondate, in parte comprensibili e già registrate in analoghe precedenti occasioni.

Il governo italiano si è impegnato a chiedere nelle sedi appropriate una risposta europea più adeguata e a inserire la questione di una più efficace gestione in comune delle politiche migratorie fra le priorità del nostro semestre di presidenza dell’Unione europea (Ue). Ma che cosa può realisticamente chiedere - e ottenere- il governo in sede europea?

In primis più solidarietà nell’accoglienza di migranti o richiedenti asilo. Centrale è la richiesta di una ridistribuzione, fra i paesi membri della Ue, dei migranti che arrivano in Italia via mare, sulla base di un sistema di quote nazionali. Una sorta di burden sharing dei flussi migratori, senza distinzione fra richiedenti asilo e immigrati illegali.

Appelli analoghi da noi lanciati nel passato si sono regolarmente scontrati con l’opposizione più ferma dei nostri partner europei, molti dei quali - va riconosciuto - accolgono un numero ben maggiore di migranti di quelli che arrivano via mare in Italia.

Gli unici schemi di “ricollocazione” che hanno funzionato finora sono stati adottati su base rigorosamente volontaria, esclusivamente per richiedenti asilo, e a fronte di emergenze politico-umanitarie (Iraq a suo tempo e ora Siria). Inutile chiamare in causa la Commissione se gli stati membri non sono disposti ad accollarsi la loro parte di responsabilità.

L’Italia può invocare una maggiore condivisione degli oneri, ma dobbiamo essere consapevoli che la grande maggioranza di chi sbarca in Sicilia prosegue il viaggio della speranza verso il nord Europa, realizzando così di fatto il burden sharing.

Normative da rivedere
Il nostro governo può chiedere anche una revisione della normativa comune in materia di asilo. La questione è stata sollevata in collegamento con la richiesta di un ritocco della normativa europea - il regolamento Dublino II - che dispone che l’esame (e quindi, qualora ricorrano le condizioni, l’accettazione) delle richieste di asilo è responsabilità dello stato di prima accoglienza.

Ma la revisione delle tre direttive e del regolamento in cui si articola la normativa europea in materia di asilo è stata completata solo pochi mesi fa. Proprio in sede di rinegoziato del regolamento Dublino II ci siamo trovati isolati - con la sola Grecia - a difendere la proposta di un alleggerimento del criterio della responsabilità dello stato di prima accoglienza.

I paesi del nord Europa che hanno contrastato duramente qualsiasi ipotesi di deroghe a quel principio hanno potuto esibire, cifre alla mano, numeri molto più alti dei nostri (in termini assoluti e proporzionali rispetto alle popolazioni) di richiedenti asilo.

Molto difficile quindi che qualcosa possa cambiare sotto il profilo delle responsabilità del paese di prima accoglienza. Una ragione di più per realizzare condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo -e più in generale dei migranti - più compatibili con gli standard europei.

Frontex
Più parti hanno poi sollecitato un intervento più efficace di Frontex, l’agenzia europea che assiste gli stati membri nel controllo delle frontiere esterne. Questo non dispone di risorse proprie utilizza mezzi - anche navali - che devono essere messi a disposizione degli stati membri su base volontaria. Se non c’è chiarezza sulle regole di ingaggio, ha poco senso invocare Frontex.

Vogliamo chiedere a questa agenzia di pattugliare le acque del canale di Sicilia per intercettare le imbarcazioni con migranti a bordo per riaccompagnarle nei porti di provenienza o per scortarle nei nostri? Prima di farlo dovremo chiarire che cosa ci attendiamo da Frontex e verificarne la compatibilità con la sua missione.

È giusto invocare un maggior ruolo dell’Ue e ricordare ai nostri partner - più che all’Europa in astratto - che la gestione dei flussi migratori deve essere una responsabilità comune, ma bisogna avere chiaro che cosa vogliamo e che cosa possiamo ottenere.

In una prospettiva di medio termine dovremmo soprattutto contribuire in maniera più efficace alla stabilizzazione delle aree di crisi dove si sviluppano le condizioni che sono all’origine dei grandi flussi migratori emergenziali.

Nell’immediato dovremmo sollecitare all’Ue un’azione più efficace nei confronti dei paesi di origine e di transito, impegnando e incentivando i rispettivi governi in una seria politica di gestione dei flussi, soprattutto nella lotta alle organizzazioni criminose che lucrano sul traffico di esseri umani.

Dovremmo infine utilizzare di più e meglio le risorse finanziarie del bilancio dell’Unione per creare condizioni più accettabili e più umane di accoglienza. Occorrono richieste mirate e praticabili se vogliamo ottenere risposte che siano in grado di sostanziare il principio di solidarietà.

Ferdinando Nelli Feroci è Presidente dello IAI.
 
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