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Futuro Nazioni Unite
Multilaterale e Italia, crisi al quadrato
Sergio Vento
08/10/2013

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A partire dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica nel dicembre 1991, gli equilibri di potenza a livello globale avevano evidentemente, e necessariamente, registrato una radicale modifica.

Il passaggio da un assetto bipolare (contestato debolmente e spesso velleitariamente dal Movimento dei non allineati, da Nasser a Nehru passando per Tito) ad un assetto sostanzialmente unipolare si attuava sia sul terreno dei rapporti bilaterali che ai vari livelli di aggregazione multilaterale, regionale (ad esempio la Nato) ovvero globale (le Nazioni Unite).

L’allargamento della Nato e la sua proiezione “out of area” - “out of area or out of business” era infatti la pragmatica dottrina coniata dalla metà degli anni ’90 - si manifestavano così nella crisi kosovara del 1998-99 e nella campagna afgana, dove tuttavia l’operazione Isaf si affiancava soltanto in un secondo momento a quella statunitense “Enduring freedom” per l’allergia di Washington nei confronti dei vischiosi meccanismi di un comando congiunto.

Geometrie alternative
La guerra irachena del 2003 faceva tuttavia registrare una pesante battuta d’arresto e una frattura all’interno della Nato e fra i suoi stessi membri europei (la “nuova” e la “vecchia” Europa nella caustica battuta di Donald Rumsfeld).

Nella transizione dalle “Bush wars”, con i loro pesanti strascichi da Kabul a Bagdad, alla confusione dell’era di Barack Obama, il ruolo strumentale della Nato si riproponeva nel 2011 in Libia, in verità sulla scia dell’attivismo francese e britannico - umiliato a Suez nel 1956 da Dwight Eisenhower - che nelle settimane scorse si è nuovamente manifestato nella crisi siriana.

L’agitata “supplenza” di Parigi (e Londra) alle esitazioni di Washington meriterebbe una trattazione a parte: in questa sede basti ricordare che gli interessi sia concreti che storici di Parigi nel Nord Africa e nel Levante siro-libanese trovano la loro “rappresentazione” nell’inesauribile serbatoio di valori “universali” e nelle loro declinazioni (ingerenza umanitaria, diritto di protezione).

L’evocazione dei valori universali conduce direttamente alla debolezza sistemica delle Nazioni Unite. In Scontro di civiltà, Samuel Huntington ammoniva magistralmente che “quello che per l’Occidente è universalismo dagli altri è percepito come imperialismo”.

L’illusione unipolare di Bill Clinton e George W. Bush aveva condotto all’aggiramento dei veti russo e cinese nel Consiglio di sicurezza, Cds, attraverso le coalizioni di volenterosi nei casi del Kosovo 1999, dell’Iraq 2003 e della Libia 2011, anche attraverso interpretazioni unilaterali e distorte di precedenti risoluzioni interlocutorie e procedurali dello stesso Cds che sostituivano le nozioni di legalità e sovranità con quella di una imprecisata “legittimità”.

In parallelo alle pragmatiche coalizioni di volenterosi veniva esplorata, da Madeleine Albright prima e da Condoleezza Rice poi, l’ipotesi di una comunità di democrazie alternativa alle Nazioni Unite ed ai meccanismi di voto (e di veto) in seno al Cds.

Su queste operazioni grava, da circa 25 anni, il teorema del superamento dei Trattati di Westfalia del 1648 e del loro assioma cuius regio, eius religio ossia un processo di affiancamento al diritto internazionale positivo, pattizio e consuetudinario, centrato sulla sovranità degli Stati, del diritto naturale e dei suoi valori, in se lodevoli ma purtroppo opachi, la cui credibilità è inficiata da un doppi standard evidenti.

Basti pensare al rapporto tra l’infausta Primavera Araba e le petromonarchie del Golfo, ovvero tra queste ultime e le radici lontane della crisi afghana e di quella irachena a partire dall’inizio degli anni ‘80 nello scontro tra l’Occidente e, rispettivamente, l’Unione Sovietica e l’Iran khomeinista.

Russia alla ribalta
Dal 1991 ad oggi, il doppio passaggio da un assetto bipolare al miraggio unipolare e da quest’ultimo ad un multipolarismo alquanto improvvisato (oltre ai franco-britannici si segnalano in particolare Turchia, Iran, Arabia Saudita, Qatar) ha riportato alla ribalta l’ex superpotenza uscita sconfitto dalla Guerra Fredda.

Dopo il 1991 Mosca ha dovuto infatti incassare una serie di rovesci, dal Kosovo all’Iraq, alla Libia. Pur condividendo con Washington gli obiettivi della lotta al terrorismo di matrice islamica e del contrasto alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, i russi sono convinti che le iniziative militari dell’Occidente e dei suoi alleati nella regione nascondano, dietro lo schermo umanitario, esigenze ed obiettivi strategici sia pur confusi e contraddittori.

Mosca è pertanto uscita dall’angolo in cui la sconfitta nella Guerra Fredda l’aveva relegata e con il suo recente tentativo di recupero bipolare a Ginevra ha al tempo stesso offerto a Obama un sia pur stretto sentiero politico-diplomatico sul quale lavorare bilateralmente così come a New York.

Europa
Circa l’Europa si è detto: le evidenti asimmetrie risalgono al 1945 ed all’architettura del Cds, con i suoi due membri permanenti europei e i corollari del loro status nucleare e della loro capacità di proiezione convenzionale a vocazione post-coloniale.

La Politica estera e di sicurezza comune, Pesc, e la Politica europea di sicurezza e difesa, Pesd, sono praticamente sterilizzate ed il tentativo italiano di rivitalizzare nel 2002 a New York ed a Bruxelles il sia pur timido articolo 19 del Trattato di Amsterdam è archiviato anche per effetto del pesante scontro tra Parigi e Londra in CdS sulla vicenda irachena.

La freddezza della Germania è evidente e reiterata: dopo la partecipazione alla campagna kosovara nel 1999 e all’ Isaf in Afghanistan (unico caso con l’avallo unanime del Cds), Berlino ha mantenuto una linea di disimpegno sull’Iraq nel 2003, la Libia nel 2011, la Siria oggi, attivandosi invece nella ricerca di una soluzione politica alla crisi del nucleare iraniano attraverso la partecipazione al 5+1.

Questi atteggiamenti hanno condotto la Germania verso un affiancamento, oggettivo e certamente non dichiarato, alle posizioni di Mosca, con la quale peraltro non sono mancati spunti polemici sui temi per i quali la sensibilità geopolitica di Berlino è più acuta, dalla Georgia alla Bielorussia fino ai diritti politici nella stessa Russia.

Sfumato il miraggio del seggio permanente al Cds, per la riluttanza “conservatrice” di Stati Uniti e Cina a modificare lo status quo, la Germania si è limitata ad incassare il sostegno interessato di Parigi e Londra, evidentemente attente ad assorbire le pressioni dei paesi emergenti (India e Brasile) e del Giappone per una revisione degli anacronistici assetti del 1945 che premiano gli ex Imperi coloniali europei.

E l’Italia? Prigioniera della propria posizione “fisica” ad alto valore strategico nel bacino mediterraneo, Roma ha visto sfumare sistematicamente le proprie autonome ambizioni geopolitiche: nei decenni ’70 ed ’80 a causa dei condizionamenti della Guerra Fredda, in quelli successivi per effetto della crisi istituzionale, politica e culturale che la attanaglia.

Il classico tentativo di armonizzare vocazione atlantica, costruzione europea ed interessi nazionali non ha funzionato per le carenze del processo integrativo europeo: anzi l’astuzia dell’esportazione delle responsabilità monetarie e finanziarie verso l’Europa rischia di trasformarsi nel boomerang del declino economico e della irrilevanza politica.

È evidente la necessità di un vigoroso processo di ridefinizione delle priorità per evitare che l’Italia torni ad essere quella “espressione geografica” della provocatoria definizione di Metternich.

Sergio Vento è Ambasciatore d’Italia.
 
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