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Elezioni del Bundestag
Nessun miracolo dalla Germania
Ferdinando Nelli Feroci
17/09/2013

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Bruxelles e le maggiori capitali europee attendono le elezioni federali tedesche del 22 settembre con la speranza che l’esito della consultazione nel paese leader in Europa possa sbloccare una agenda europea sostanzialmente paralizzata e priva di un grande progetto unificante.

Speranze e previsioni
Sarebbe però un errore attendersi un esito salvifico che porti a una radicale svolta nella gestione delle questioni più urgenti su cui l’Unione europea dovrà pronunciarsi.

È improbabile che dopo le elezioni la Germania si trasformi da un “egemone riluttante” - come la definiva a giugno The Economist - in un attore pronto ad assumersi pienamente le sue responsabilità di stato membro più forte dal punto di vista dell’economia, dei conti pubblici e della competitività, più stabile e affidabile dal punto di vista politico, e potenzialmente più interessato al successo del progetto europeo.

I sondaggi danno stabilmente in testa il partito dei Cristiani democratici uniti (Cdu) guidato da Angela Merkel e che deve, in gran parte, alla stessa cancelliera il consenso di cui gode.

Più incerte le previsioni per gli altri partiti. Il distacco tra Cdu e il partito socialdemocratico (Spd) rende però improbabile il sorpasso da parte della sinistra.

Altro dubbio è quello che riguarda i voti che otterrà Alternativa per la Germania (Afd), la nuova formazione politica con un programma elettorale marcatamente anti-europeo. Vi è la possibilità, anche se remota, che questa formazione superi la soglia di sbarramento del 5%.

Coalizione dal colore incerto
La vera incertezza riguarda quindi la composizione della coalizione di governo. Ma tutto lascia ritenere che sarà ancora la Merkel a guidare il governo e ad imporre la sua agenda.

Le combinazioni più probabili sono quindi nell’ordine: una riedizione della grande coalizione tra Cdu e Spd (che aveva governato nella legislatura che ha preceduto quella appena conclusa, con esiti elettorali disastrosi per i socialdemocratici); una prosecuzione della coalizione tra Cdu e i liberali della Fdp (praticabile solo nell’ipotesi che questi ultimi recuperino consensi, superando la soglia del 5%); una nuova e inedita coalizione tra Cdu e “verdi” (difficile, ma non impossibile da immaginare).

Frenate sull’Europa
Per troppi mesi l’agenda europea è stata di fatto “sospesa” in attesa delle elezioni in Germania. Sono però da escludere grandi sorprese nell’atteggiamento tedesco nei confronti dell’Europa.

Il primo banco di prova sarà la riforma della “governance” economica dell’Unione e dell’eurozona. La Germania su questo fronte è riuscita a far passare tutte le riforme che ha ritenuto necessarie per garantire un controllo più efficace sulle politiche di bilancio degli stati membri, con l’obiettivo, condivisibile, di ridurre deficit e debiti pubblici e di costringere anche gli stati dell’Europa meridionale alla disciplina di bilancio. Non senza imporre una linea di austerità che si è rivelata disastrosa per alcuni.

Quando si è trattato di avviare una riforma in profondità delle regole necessarie per la gestione della moneta comune, Berlino ha però tirato il freno. Dopo un avvio pieno di promesse, qualche effettivo progresso è stato realizzato solo sul tema dell’unione bancaria.

La Germania ora frena su aspetti qualificanti del meccanismo unico di risoluzione (single resolution mechanism), una componente essenziale del progetto. Berlino si è anche mostrata restia ad assumere impegni sulla creazione di meccanismi più efficaci, perché più vincolanti, di coordinamento delle politiche economiche nazionali.

La Germania è ancora più negativa sull’ipotesi di un autonomo bilancio dell’eurozona, fiscal capacity, in grado di completare l’unione monetaria con effettivi meccanismi di solidarietà.

L’argomento, non privo di fondamento, utilizzato da Berlino per resistere a queste pur essenziali riforme è stato quello della necessità di una previa revisione dei trattati, in nome di una cultura della legalità che caratterizza in maniera bipartisan la cultura politica tedesca.

Altrettanto improbabile è una modifica radicale della grande prudenza che ha ispirato finora la linea della Germania sul tema degli stimoli alla crescita e all’occupazione. Difficile immaginare una svolta radicale da parte di un paese che, con un discorso pubblico ampiamente condiviso e quasi mai contestato, ha con insistenza ossessiva ribadito che l’economia non si rilancia con iniezioni di spesa pubblica, ma con riforme puntuali e incisive in grado di stimolare la competitività.

Complesso infine immaginare un atteggiamento tedesco più condiscendente, almeno in pubblico, nei confronti della Banca centrale europea e della sua politica monetaria. Anche in questo caso si tratterebbe di rimettere in discussione una cultura della disciplina di bilancio e della stabilità che affonda le sue radici nel Dna del paese.

Possibili interlocutori
Se il nostro governo potrà contare su un minimo di stabilità, potremo però presentarci come interlocutori credibili del nostro maggiore partner in Europa.

Per farlo dobbiamo mantenere gli impegni in materia di sostenibilità dei nostri conti pubblici; attuare quelle riforme minime, ma complicate da realizzare, che sono irrinunciabili per recuperare competitività in Europa e nel mondo; e accettare di verificare con i tedeschi un’agenda praticabile per rilanciare il progetto europeo attraverso una riforma del governo europeo dell’economia.

Questo deve comprendere anche revisioni mirate dei trattati per rendere possibili le necessarie riforme del governo dell’economia.

Potrebbe sembrare un programma poco ambizioso, ma avrebbe il merito di proporci come interlocutori preziosi per il nuovo governo tedesco.

Ferdinando Nelli Feroci è presidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).
 
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