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Siria
Le trappole del disarmo chimico
Roberto Aliboni
16/09/2013

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La crisi siriana continua ad essere al centro della diplomazia internazionale ma, dopo l’iniziativa congiunta russo-americana, l’attenzione è rivolta soprattutto alla questione del disarmo chimico, mentre le dinamiche del conflitto - e le sue stesse conseguenze umanitarie - rischiano di essere relegate sullo sfondo.

Non-proliferazione
Questa evoluzione è stata percepita con molta chiarezza dai sauditi e non gli è piaciuta. Anche in Turchia, dove ci si aspettava la decapitazione o l’indebolimento del regime di Assad, la delusione è palpabile. In effetti, un accordo per lo smantellamento dell’arsenale di Damasco potrebbe indebolire la posizione politica delle opposizioni al regime, già tanto degradata negli ultimi mesi, e rafforzare Assad (e la Russia). È un rischio che merita di essere valutato.

La proposta russa, inizialmente respinta dal Dipartimento di Stato, è stata subito presa al volo dal presidente Barack Obama. Questi ha subito compreso che essa gli permetteva, innanzitutto, di sospendere il tormentato processo politico interno che egli stesso aveva avviato, chiedendo al Congresso di pronunciarsi sull’intervento militare in Siria. Si andava infatti profilando una bocciatura da parte del Congresso che avrebbe rappresentato una bruciante sconfitta per il presidente.

La proposta russa consente agli Stati Uniti di accantonare, almeno per il momento, un’azione militare che potrebbe coinvolgere gli Usa nel conflitto (un rischio che Obama ha fin qui accuratamente evitato) e di promuovere un’iniziativa internazionale di contrasto alla proliferazione di armi chimiche (un tema caro a Obama).

Si vedrà nei prossimi giorni che cosa deciderà il presidente americano. La sua posizione politica e i suoi obiettivi strategici (non essere coinvolto nel conflitto) lo spingono certamente ad apprezzare che il fuoco sia spostato sulla proliferazione. Dall’Europa, che sulla questione ha raggiunto al Consiglio affari esteri di Vilnius una posizione unanime, gli viene un appoggio non trascurabile.

Anche i paesi dell’Unione si sono concentrati sulla questione delle armi chimiche e della non proliferazione. L’11 settembre, in un discorso alla Camera dei Deputati, il presidente del Consiglio Enrico Letta ha non solo sottolineato che l’Italia agirà esclusivamente nell’ambito delle Nazioni Unite, ma ha anche messo l’accento sulle armi chimiche, con un generico auspicio che ciò apra la porta a un processo politico.

È quindi possibile che gli Stati Uniti accettino un processo di disarmo anche lungo e incerto, condotto dalla Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, cioè sotto l’egida internazionale, con le garanzie e le clausole che il Consiglio di sicurezza vorrà stabilire.

Assad rafforzato
Ma il conflitto non può sparire dal radar dei governi, né è detto che il disarmo sfoci in un riavvio del processo politico. Gli europei insistono sulla ripresa della preparazione della conferenza di Ginevra 2. Ma in che condizioni si presenterà la prospettiva politica dopo la crisi “chimica” nel caso che essa si traduca nel piano di disarmo internazionale di cui si parla?

Se, a conti fatti, il disarmo chimico si dovesse palesare come un ulteriore distacco degli Stati Uniti dal conflitto, le conseguenze politiche per Washington nella regione sarebbero assai pesanti. D’altra parte, il lancio di un processo di disarmo chimico in una cornice internazionale è destinato paradossalmente a rafforzare il regime di Assad.

Secondo gli esperti, questo processo si preannuncia lungo e difficile: il regime attuale deve restare in piedi per garantirne la riuscita. Non si può certo pensare che il processo di smantellamento possa passare nelle mani dell’esercito di liberazione siriano o addirittura nelle sabbie mobili di quella che Domenico Quirico ha chiamato “rivoluzione tradita”.

La stessa adesione alla Convenzione sulle armi chimiche darà al regime di Assad una legittimazione internazionale. Infine, l’attuazione di qualsiasi piano di disarmo non può avere luogo nell’attuale contesto di guerra civile.

Esso richiede un cessate il fuoco, che a sua volta - ammesso che possa realizzarsi - finirebbe per rafforzare Assad piuttosto che le opposizioni. In questo quadro, non è possibile credere che, eliminate le armi chimiche, ci sia dietro l’angolo la conferenza di Ginevra 2.

L’opposizione sarebbe ancora meno interessata alla conferenza di quello che è stata fin qui: rifiuterebbero di negoziare con il “responsabile” Assad non solo gli estremisti, ma anche i “moderati”. In realtà, il successo della diplomazia “chimica” dei russi rischia di ridurre le possibilità di una soluzione politica inclusiva del conflitto siriano.

Obiettivi russi
I russi appoggiano Assad per tanti motivi, fra cui l’opportunità di condurre una dura e brillante competizione con gli Stati Uniti e l’Occidente. Ma il motivo forse principale è che la Russia ha scelto nei confronti del suo sud musulmano una politica di appoggio ai regimi autoritari, come quello di Nursultan Nazarbayev in Kazakistan, affinché tengano a bada gli islamisti e invece cooperino fruttuosamente con Mosca.

Per i russi Mubarak, Gheddafi e Ben Ali svolgevano nel sud “occidentale” la stessa funzione dei dittatori che essi appoggiano nel loro sud e garantivano che non ci fossero contagi e infezioni verso le aree musulmane di loro interesse.

Perciò, Il piano russo di disarmo chimico ha un obiettivo centrale per Mosca: dare ad Assad una veste di ordine e responsabilità in contrasto con quella di disordine e estremismo di tutta la Primavera Araba, che in Russia non ha mai convinto.

La piega cha ha preso la crisi aperta dall’attacco chimico del 21 agosto scorso può offrire ad Obama il destro per salvare la faccia, ma rischia anche di dare un alibi agli Stati Uniti per disimpegnarsi dal conflitto ancora più marcatamente di quanto abbiano fatto finora.

Questo sviluppo potrebbe avere due inconvenienti: indebolire ulteriormente il legame degli Stati Uniti con i suoi alleati arabi nella regione e rafforzare considerevolmente il regime di Assad, rendendo ancora più improbabile una sua sconfitta militare nella guerra civile in corso.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello IAI.
 
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