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Processo di integrazione
Balcani ai margini dei pensieri europei
Andrea Cellino
16/09/2013

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Nella lista degli obiettivi dell’Unione europea c’è la stabilizzazione dei Balcani tramite il processo di integrazione. Dopo l’ingresso, il primo luglio, della Croazia nel club di Bruxelles, si può valutare l’efficacia della strategia europea.

Qualora ci si ponesse la classica domanda se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, la risposta dovrebbe necessariamente essere ambigua. Dipende infatti da quale prospettiva si adotta per osservare i Balcani e dal metro con cui si giudica una regione che, meno di 15 anni fa, era teatro di conflitti e interventi di peacekeeping. Inoltre, importante è la valutazione dell’azione politica europea di ancoraggio dei Balcani al sistema continentale.

Bicchiere mezzo pieno per Croazia e Serbia
Il bicchiere appare certamente mezzo pieno se visto da Zagabria, capitale del 28° stato membro dell’Unione. Nonostante la difficile contingenza economica -il disavanzo pubblico non consentirà l’entrata nell’euro per qualche anno - la Croazia ha una situazione politica stabile e una leadership apprezzata nella regione.

Il ruolo che giocherà nella stabilizzazione balcanica sarà quindi importante. A dimostrarlo è stato più volte il presidente Ivo Josipovic che in luglio ha anche visitato la Bosnia Erzegovina. Il superamento delle profonde divisioni in questo Paese - che ora condivide il più lungo confine con l’Ue e dove i croati sono uno dei gruppi nazionali costitutivi - ha enorme importanza per gli sviluppi regionali.

Un altro panorama positivo è quella che intravede Belgrado. L’accordo tra Serbia e Kosovo dell’aprile scorso ha convinto il Consiglio europeo ad aprire a gennaio i negoziati con la Serbia per l’adesione.

Kosovo e Albania incerti
Purtroppo, tale accordo non è ancora stato attivato sul terreno e gli scontri di luglio tra serbi e forze di polizia Ue, inviate in Kosovo con la missione Eulex, non riflettono un’attitudine conciliante da parte dei serbi kosovari. A nulla sono servite le pressioni internazionali e di Belgrado.

Secondo l’accordo, a novembre dovrebbero tenersi elezioni municipali nei quattro comuni del nord del Kosovo a maggioranza serba. Il tutto sotto l’egida dell’Organizzazione per la sicurezza della cooperazione europea, Osce. Da queste dipende anche un accordo di stabilizzazione e associazione offerto da Bruxelles al Kosovo. Sarebbe il primo passo verso un’eventuale candidatura.

Situazione incerta in Albania, dove si è votato a giugno e un nuovo governo guidato dal partito socialista di Edi Rama potrà contare su una solida maggioranza parlamentare.

Il Paese ha voltato pagina dopo i due decenni del controverso leader Sali Berisha, il cui partito democratico si è già dotato di un nuovo giovane leader. È presto per esprimere giudizi, ma la ricetta europea per Tirana prevede drastiche riforme politiche ed economiche.

Bosnia Erzegovina e Macedonia nel pantano
Due sono tuttavia i paesi balcanici in cui il famoso bicchiere appare sicuramente mezzo vuoto: Bosnia Erzegovina e Macedonia. La prima si trova da mesi nell’impasse politica, con una coalizione di governo centrale debole e divisa. Una delle due entità, la Federazione, è ingovernabile a causa di una struttura istituzionale e amministrativa complessa e costosa.

La crisi economica accentua le divergenze tra i tre gruppi costitutivi, bosgnacchi, serbi e croati, rendendo difficili le minime riforme richieste dall’Ue per far progredire l’integrazione. L’Unione stessa, che mantiene a Sarajevo la delegazione più numerosa al mondo, pare a corto di strategie per favorire qualsiasi progresso.

La Macedonia, paese candidato dal 2005, ma bloccata dalla disputa con la Grecia per la questione del nome, non ha ancora iniziato i negoziati. Atene sostiene che il nome Macedonia implicherebbe pretese territoriali sulla sua provincia settentrionale così chiamata.

I continui rinvii da Bruxelles hanno logorato la classe politica e il delicato equilibrio tra maggioranza slava e minoranza albanese, sprofondando il paese in una grave crisi politica. Anche a Skopje, l’azione Ue è poco incisiva.

I prossimi mesi daranno indicazioni sul futuro dei dossier balcanici, ma è già chiaro che oltre alla cerchia degli addetti ai lavori, le questioni balcaniche resteranno ai margini della grande politica europea.

L’allargamento è questione puramente secondaria nelle grandi capitali. A portarlo avanti è soprattutto la burocrazia della Commissione di Bruxelles e i capi di governo che sono chiamati a prendere decisioni soltanto nei momenti fondamentali. La strategia dell’allargamento rischia quindi di essere vittima d’interessi di singoli membri, com’è il caso della Macedonia.

Il problema principale della politica europea di allargamento, e di tutta la sua politica estera, appare la mancanza di una strategia coerente, di un progetto di peso politico che vada oltre la gestione burocratica, seppure competente. Non a caso è sui dossier più difficili, come quelli di Bosnia e Macedonia, che s’impantana la macchina dell’Unione.

Quando la politica fa sentire il suo peso, come nel caso di Serbia e Kosovo, la diplomazia di Bruxelles trova il passo giusto e riesce a ottenere risultati.

Andrea Cellino è Direttore del Dipartimento politico e di pianificazione presso la Missione Osce in Bosnia Erzegovina. Le opinioni qui espresse sono sue personali.
 
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