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Medio Oriente
L’onda siriana sul petrolio
Chiara Proietti Silvestri
10/09/2013

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Al di là della fondatezza o meno di un intervento militare occidentale in Siria, l’incertezza che ne è derivata si sta riflettendo sull’andamento del prezzo del greggio a livello internazionale. L’energia, seppur indirettamente, resta uno degli aspetti fondamentali delle vicende geopolitiche mediorientali e una variabile strategica imprescindibile per le potenze dell’area.

Brent in rialzo
Le quotazione del Brent Dated, il benchmark europeo di riferimento internazionale, sono aumentate durante il mese scorso fino a toccare, il 29 agosto, il picco massimo degli ultimi 6 mesi, sfiorando i 117 dollari al barile ($/bbl). In un solo mese, il prezzo del greggio europeo ha guadagnato quasi 8 dollari in più al barile. Se il 31 luglio si attestava a 107,83 $/bbl, il 30 agosto ha superato i 115 $/bbl.

Questo rialzo sconta il cosiddetto war premium, il rischio cioè di un potenziale scenario di guerra in Siria dalle conseguenze imprevedibili per la stabilità del Medio Oriente. L’effetto bullish di un probabile intervento occidentale è motivato dall’impatto di una eventuale crisi regionale sull’offerta petrolifera mondiale, in un contesto di mercato già corto a causa delle difficoltà produttive registrate in altri paesi.

Grandi vicini
La minaccia che un attacco occidentale al regime di Assad pone al lato dell’offerta non può, tuttavia, essere ricondotta al semplice mercato siriano. Damasco è un esiguo produttore di petrolio. Prima dello scoppio del conflitto, produceva circa 380.000 b/g di petrolio, ben poco se pensiamo ai 3 milioni di b/g dell’Iraq o ai quasi 10 milioni del gigante saudita. Questa quota è scesa ulteriormente durante gli scontri degli ultimi due anni, arrivando a toccare i 20.000 b/g a maggio 2013.

Il timore diffuso è piuttosto riferito alla possibilità di un “contagio” del conflitto siriano ai suoi ben più importanti – energeticamente parlando – vicini. Le divisioni settarie e religiose trasversali a tutto il mondo arabo, gli interessi regionali di alcuni paesi come Qatar, Iran, Arabia Saudita, Russia e Turchia, la fragile stabilità e il controllo interno di stati come l’Iraq e il Libano, rischiano di alimentare uno scontro non più contenibile al mero suolo siriano.

Il pericolo di una guerra per procura che coinvolga produttori come Iraq, Iran e Arabia Sauditae la paventata (seppur improbabile) ritorsione iraniana di chiusura dello stretto di Hormuz in caso di attacco occidentale in Siria si riflettono sui prezzi del petrolio.

Non solo Siria
Le tensioni in Siria non sono le uniche cause dell’aumento dei prezzi del petrolio. I volumi delle forniture in calo in Libia e Iraq e gli scontri in Egitto e Nigeria concorrono ad alimentare il trend in rialzo.

L’instabilità politica del Nord Africa e del Medio Oriente si conferma un fattore chiave nell’andamento del mercato petrolifero internazionale. Le infrastrutture petrolifere restano uno dei bersagli principali dell’instabilità regionale. Prima fra tutte, la pipeline Kirkuk – Ceyhan oggetto, negli ultimi mesi, di numerosi attacchi che hanno ridotto le esportazioni petrolifere irachene di circa 300.000 b/g.

Non sorprende quindi che, ad agosto, l’offerta Opec si sia ridotta di 165.000 b/g rispetto al mese di luglio, la peggior performance dal giugno del 2011. A poco sono servite le prospettive incoraggianti sulla produzione interna statunitense, trainata dallo sviluppo delle risorse non convenzionali di shaleoil, e le performance non esaltanti dell’economia mondiale.

Questi fattori avrebbero dovuto mantenere una spare capacity, capacità inutilizzata effettivamente disponibile, elevata e limitare gli spunti rialzisti. Ciononostante, non sono serviti ad allentare la morsa sul prezzo del petrolio, che dall’inizio dell’anno ha registrato una media di circa 108 $/bbl.

Scenario possibile
L’escalation di tensione tra gli attori in gioco nella delicata questione siriana è riprova della strategicità degli interessi coinvolti.

L’Arabia Saudita ha proposto alla Russia un accordo storico di cooperazione per il controllo del mercato del petrolio e del gas qualora Mosca abbandonasse l’alleato siriano, salvo poi minacciare ritorsioni con l’assoldamento di gruppi ceceni in vista delle prossime olimpiadi invernali.

Stati Uniti e Russia hanno mostrato i muscoli con test missilistici più o meno confermati dai rispettivi governi nel Mediterraneo, alimentando i timori dei paesi dell’area.

L’incertezza degli sviluppi futuri rende un calo del prezzo del petrolio sotto i 115 $/bbl sempre meno probabile, almeno fino al pronunciamento del Congresso statunitense a cui Obama ha rimesso la decisione finale sulla Siria.

In caso di attacco alla Siria, i prezzi, scontando già un war premium, potrebbero aumentare in modo più contenuto di quanto alcuni analisti paventano e cioè un salto fino a 150 $/bbl. Questo è quello che è accaduto in Libia nel 2011 quando, dopo lo scoppio della guerra, le quotazioni ebbero un significativo, ma non drastico aumento, poiché il war premium, già accumulato nelle settimane precedenti, aveva attenuato la reazione del mercato al verificarsi del conflitto.

L’andamento delle quotazioni petrolifere risulta sempre più spesso agganciato ai timori geopolitici nelle aree produttrici, tendendo ad incorporare le aspettative e le percezioni relativamente ad un certo evento prima ancora che esso accada.

Il risultato è un inevitabile fear premium, premio della paura, spesso di matrice (geo)politica, che acquista sempre più rilevanza nei mercati energetici.

Chiara Proietti Silvestri è analista di Relazioni internazionali. Collabora con il Rie di Bologna.
 
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