affarinternazionali

Asia centrale
Le bravure diplomatiche del Khan kazako
Paolo Calzini
06/08/2013

  più piccolo più grande
Per il vice ministro degli esteri Lapo Pistelli il Kazakistan è un paese interessantissimo. Un’affermazione un po’ enfatica, ma non c’è dubbio che Astana è sempre più rilevante sulla scena internazionale.

Grazie a un processo di evoluzione all’insegna della stabilità politica e della crescita economica fondata su una ricca disponibilità di risorse energetiche, il Kazakistan è stato in grado di districarsi con grande abilità diplomatica tra Russia Cina e Occidente. E di valorizzare una politica estera multidirezionale a sostegno della neo acquisita indipendenza, proiettando l’immagine di un Paese emergente, retto da un regime affidabile e dinamico.

Affermatosi nel 1991 a seguito dell’implosione dell’Unione Sovietica, il Kazakistan è l’esempio di una storia di successo asiatica. Questo è evidente se si paragona il suo processo di nation e state building con quello di altri soggetti post sovietici come Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan. Tutti paesi segnati da conflitti interni a sfondo etnico, religioso e sociale, ai quali sono seguite rivalità territoriali e frequenti oscillazioni di indirizzo nei rapporti con la grandi potenze.

Dinamismo economico
L’ascesa del Kazakistan va attribuita a una combinazione di fattori sinergici che hanno consentito al governo di conseguire una posizione significativa in un’area strategicamente e economicamente cruciale. Un successo che si deve in primis all’estensione del territorio - scarsamente popolato - situato tra Russia e Cina, al centro dell’Eurasia e in una posizione di potenziale raccordo tra est e ovest. Il sud è invece un punto di collegamento con Afghanistan, Iran e Pakistan.

A questo si somma la presenza di ricchi giacimenti. Soprattutto petrolio, ma anche carbone, metalli e uranio che rendono il Paese uno dei primi esportatori mondiali di minerali. Confinato in un ambito continentale, il Kazakistan dipende da una rete di condutture che transitano lungo il territorio russo e il corridoio trans-Caspio per portare energia all’Europa.

A questa linea di esportazione si è aggiunta di recente la rete di collegamento con la Cina destinata a divenire un cliente importante per le sue esportazioni energetiche.

In terzo luogo, il governo si è impegnato a modernizzare e diversificare l’apparato produttivo, che oggi è quasi esclusivamente fornitore di materie prime. A sostegno di questa politica, si sono attivate le grandi multinazionali straniere che, attratte dalle lucrose prospettive di un mercato in espansione, hanno realizzato forti investimenti. Il dinamismo dell’economia kazaka è attestato dalla previsione di una crescita del Pil del 5% per il 2013, dato significativo in vista dell’adesione ormai certa all’Organizzazione mondiale del commercio.

Autoritarismo morbido
La crescita dell’economia è stata una condizione fondamentale per ottenere consenso e legittimità sociale. Il regime kazako rientra infatti nella categoria delle formazioni politiche ibride che combinano istituzioni formalmente democratiche a una pratica politica tendenzialmente autoritaria. Questo tratto accomuna il Kazakistan alla Russia e alla maggioranza degli stati post-sovietici dove sono presenti elementi di contraddizione e di fragilità strutturale.

A questo si aggiunge un tratto che rimanda alla tradizione dei sistemi di potere centro-asiatici: il culto della personalità intorno alla figura del presidente.

Sin dalla sua affermazione, il Paese è stato guidato da Nursultan Nazarbayev, definito da The Economist “un khan moderno che accentra nelle sue mani le leve della gestione del potere”. Attorno a lui si trova una ristretta oligarchia di derivazione sovietica selezionata sulla base di un appartenenza clanica e a sostegno di un sistema mirato ad assicurare il pieno controllo sulla vita del Paese., presentare Il presidente kazako viene presentato come un esempio di “autoritarismo morbido”: una formula ambigua e di comodo, ma, a ben vedere, troppo lontana dalla realtà.

Il regime di Nazarbayev combina una politica - fortemente non egualitaria - di concessioni economiche alla popolazione a un accentramento di poteri nel governo. Le autorità ricorrono a una serie di mezzi formali e informali: controllo dei media; discriminazioni di carattere amministrativo; intimidazioni sul piano personale. Il tutto per bloccare l’azione delle opposizioni la cui influenza risulta in ogni caso marginale.

La prova dello stallo politico è fornita dai risultati delle elezioni tenute in questi anni: consultazioni organizzate su base formalmente pluripartitica, ma chiaramente manipolate, che si sono sempre concluse con la piena vittoria del partito del presidente. Il regime persegue una politica di discriminazione preventiva e selettiva, ma che non esclude il ricorso a un’azione di repressione violenta quando, come lo scorso anno, si registrino movimenti di rivolta provocati da rivendicazioni di carattere sociale.

Lo scorso anno, in particolare, si sono mobilitati i lavoratori del settore del petrolio. L’accentuato divario nelle condizioni di vita tra i settori, spesso aggravato da forti diseguaglianze tra le regioni in espansione e quelle caratterizzate da condizioni di arretratezza, non fanno che alimentare le rivendicazioni.

Legame russo
I risultati ottenuti in politica estera si devono soprattutto alla capacità diplomatica dimostrata in tutti questi anni nel gestire in modo positivo i rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa senza pregiudicare le relazioni con Russia e Cina. Il successo più evidente di questa politica è senza dubbio nel rapporto su basi paritarie instaurato con il principale stato di riferimento, la Russia.

La cooperazione militare con la partecipazione all’Organizzazione di sicurezza collettiva e l’adesione al progetto di Unione economica Euroasiatica sembrano indicare una tendenza al rafforzamento dei legami con Mosca.

Oltre agli interessi strategici comuni, a favorire il rapporto russo-kazako sono l’affinità politica fra i due regimi, l’influenza della cultura e della lingua russa e la presenza di una consistente minoranza russa nel paese. A Mosca si guarda anche per l’appoggio che può offrire in vista del contenimento della Cina, l’altra grande potenza confinante che con la sua presenza discreta, ma pervasiva, cattura l’attenzione kazaka.

L’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai fra Russia, Cina e i quattro stati centroasiatici - di fatto una forma blanda di condominio russo cinese sulla regione - viene vista con favore ad Astana per quei margini di sicurezza e di stabilità che può assicurare. Stati Uniti e Europa, dal canto loro, vengono valutati soprattutto per il contributo economico e tecnologico che possono fornire all’ulteriore sviluppo del Paese.

Il fatto che da questa direzione provengano, a intermittenza, critiche al deficit di democrazia del regime kazako, non sembra motivo di eccessive preoccupazioni, considerato che l’approccio occidentale si conferma, di regola, saldamente ispirato ai principi del realismo politico.

Paolo Calzini è Adjunct Professor di Studi europei alla Johns Hopkins University Bologna Center e Senior Adviser dell'Ispi.
 
Invia ad un amico - Stampa 
Vedi anche
Soluzione per il pasticcio kazako, di Natalino Ronzitti
Spina kazaka nella diplomazia italiana, di Marco Gestri
Il soft power della Cina in Asia centrale e i ritardi dell’Ue, di

Temi
Asia centraleSiria

Politica estera
italiana
Unione
europea
Sicurezza, difesa
terrorismo
Mediterraneo e
Medio Oriente
Economia
internazionale
Est Europa e
Balcani
Usa e rapporti
transatlantici
Africa
Istituzioni
internazionali
Asia
Energia e
ambiente
America
Latina
Gli articoli più letti