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Diplomazia Usa
Pace in Medioriente, Kerry non demorde
Andrea Dessì
08/07/2013

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In un Medioriente sempre più caldo e imprevedibile la diplomazia statunitense fatica a stare al passo con i tempi. Mentre la Siria brucia e al Cairo si consuma il secondo colpo di stato militare dell’era post-Mubarak, il Segretario di stato americano John Kerry si concentra su un obiettivo che in pochi credono davvero raggiungibile: la pace tra israeliani e palestinesi. Eppure Kerry non vuole indietreggiare, dichiarandosi fiducioso su una ripresa dei negoziati, in stallo ormai dal 2010.

È ancora presto per dare un giudizio complessivo sui cinque mesi di pressing diplomatico che Kerry ha fatto sulle parti in conflitto. Né aiuta il quasi completo black-out mediatico sul contenuto dei colloqui. La recente visita del Segretario di stato in Israele e nei territori palestinesi - la quinta da quando è a capo della diplomazia statunitense - si è svolta in un clima di diffuso pessimismo. Sotto la superficie però, sembra che questa volta qualcosa si muova.

L’iniziativa di Kerry
In quattro giorni, dal 27 al 30 giugno, Kerry ha totalizzato tredici ore di colloqui con il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e tre incontri con Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Ciononostante non è riuscito a convincere le parti a riprendere il dialogo. Era dai tempi della shuttle diplomacy di Henry Kissinger che un Segretario di stato non si dedicava con tanta determinazione a convincere arabi e israeliani a sedere allo stesso tavolo. Kerry sta agendo peraltro su iniziativa quasi personale, contro l’opinione di gran parte degli esperti di Washington e, secondo alcuni, le perplessità dello stesso Presidente Obama, che non condivide l’ottimismo del suo Segretario di stato.

Sulla questione israelo-palestinese, Kerry si avvale del sostegno di un team ristrettissimo di collaboratori, sfruttando la fitta rete di contatti personali che ha stretto, quando era senatore, con i principali attori regionali. Bersagliato dalle critiche a casa - prima fra tutte quella di aver trascurato le tante altre crisi regionali e internazionali - Kerry non demorde e continua a dare priorità al suo impegno in Medioriente.

La sua iniziativa si sviluppa lungo tre direttrici. La prima riguarda gli aspetti di sicurezza, principalmente in risposta alle condizioni poste da Israele: uno stato palestinese demilitarizzato e la permanenza di truppe israeliane nella valle del Giordano, oltre a un accordo formale di protezione Usa-Israele nell’eventualità di un ritiro dai territori occupati. Sui problemi di sicurezza sta lavorando, in particolare, il generale statunitense John Allen, ex-comandante delle truppe Nato in Afghanistan.

La seconda linea di azione, che ha per oggetto gli aspetti economici, si concentra su un piano per attrarre quattro miliardi di dollari di investimenti nei territori palestinesi. L’obiettivo è di far aumentare il Pil della Cisgiordania del 50% in tre anni. C’è infine il filone diplomatico: Kerry punta sull’iniziativa di pace araba (Arab Peace Initiative) che prevede una normalizzazione dei rapporti del mondo arabo con Israele in cambio di un ritorno ai confini del 1967, con minimi aggiustamenti, e la creazione di uno stato palestinese indipendente. Al momento, però, sui dettagli del piano diplomatico, in particolare riguardo alle iniziative ‘ponte’ emerse durante i recenti colloqui con Abbas e Netanyahu, ci sono solo indiscrezioni.

Le posizioni delle due parti sono invece ben note. I palestinesi insistono per una completa moratoria degli insediamenti israeliani nei territori occupati, la scarcerazione di 107 cittadini detenuti nelle carceri israeliane dal 1993 e il riconoscimento formale dei confini del 1967 come base dei negoziati, salvo eventuali aggiustamenti da concordare. Israele, dal canto suo, si oppone a una completa moratoria delle costruzioni, così come all’idea di concordare in anticipo i confini, e chiede che i palestinesi riconoscano il carattere ebraico dello stato d’Israele.

Considerata la completa mancanza di fiducia tra Abbas e Netanyahu e la grande distanza tra le posizioni negoziali delle due parti in conflitto, l’iniziativa di Kerry non sembra avere grandi possibilità di successo. C’è inoltre un importante assente nella sua strategia: Hamas, il gruppo islamista palestinese che controlla la Striscia di Gaza. Pensare che lo si possa continuare ad escludere dal processo di pace è miope ed ingenuo. La profonda divisione tra la striscia di Gaza e la Cisgiordania è uno dei principali ostacoli a una ripresa della trattativa. C’è poi una semplice, ma cruda realtà: l’attuale governo israeliano non ha mai espresso un sostegno formale alla soluzione dei due stati.

Cauto Ottimismo
In questo contesto appare decisamente fuori luogo l’ottimismo espresso da Kerry quando al termine del suo ultimo viaggio ha parlato di “reali progressi” nei tentativi di riportare la parti al tavolo dei negoziati, promettendo tra l’altro un suo imminente ritorno in Israele-Palestina.

Secondo alcune indiscrezioni, Kerry preme per un compromesso, rispolverando i principi enunciati dal presidente Barack Obama nel suo discorso del maggio 2011. In questa occasione furono citati come base per il rilancio dei negoziati sia i confini del 1967 che il riconoscimento del carattere ebraico dello stato d’Israele.

Peraltro, Tel Aviv, si dice ora disposta a rispettare una moratoria parziale, seppure non ufficialmente dichiarata, sospendendo le costruzioni al di fuori delle grandi comunità di colonie (settlement blocks) e a liberare gradualmente gran parte dei prigionieri palestinesi arrestati prima della firma dei trattati di Oslo. In contemporanea con la ripresa dei negoziati, si attiverebbe anche il piano economico d’investimenti proposto da Kerry per dare ossigeno all’economia palestinese.

Se Kerry riuscisse a rilanciare il processo di pace dopo tre anni di fallimenti sarebbe un risultato notevole. Non bisogna però illudersi. La ripresa del dialogo rappresenta solo il primo dei molti ostacoli da superare, tra cui spiccano la convivenza a Gerusalemme, la questione dei rifugiati palestinesi e la permanenza di oltre mezzo milione di coloni israeliani nei territori occupati.

L’iniziativa di Kerry potrebbe essere l’ultima chance per rilanciare la formula dei due stati. Un suo fallimento, viceversa, complicherebbe gli sforzi per contenere le dinamiche conflittuali che sono venute sviluppandosi nell’area e che potrebbe essere alimentate, fra l’altro, dalla nuova crisi egiziana. Una soluzione del problema palestinese resta, a tutti gli effetti, una delle condizioni chiave per una duratura stabilità regionale.

Andrea Dessì è junior researcher nell’area Mediterraneo e Medio Oriente dello IAI.
 
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