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Una formula vincente per l’Europa
La metamorfosi del modello tedesco
Angelo Bolaffi
26/06/2013

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All’inizio di questo millennio, la Germania era “il malato d’Europa”: un paese in crisi che non sembrava in grado di riprendersi dallo shock della riunificazione. Basso tasso di crescita, alto tasso di disoccupazione e un debito pubblico fuori controllo a fronte di un preoccupante calo degli investimenti privati. Oggi a poco più di un decennio di distanza la Germania è una nazione ammirata e invidiata - forse anche temuta - in tutta Europa.

Miracolo tedesco
Secondo Fareed Zakaria, giornalista di Newsweek, il sistema tedesco potrebbe “rivelarsi il più efficiente e il più adatto a un mondo globalizzato”. Per Claudio Magris “in questo momento la Germania è, in Europa, il paese leader”. Ma quali le cause di questa straordinaria e vincente metamorfosi? Sono di duplice natura: storico-strutturali - hanno cioè a che fare con quello che viene definito Modell Deutschland - ma anche contingenti - dovute cioè all’azione degli attori politici e alle loro decisioni.

La principale spiegazione di questo ‘nuovo miracolo tedesco’ ha un nome preciso: Agenda 2010, la più radicale riforma dello Stato sociale nella storia del dopoguerra tedesco che ha permesso una riconversione strutturale del sistema economico-produttivo. A realizzarla fu il governo di Gerhard Schröder per rispondere alla sfida della globalizzazione.

L’agenda non solo ruppe con una consolidata tradizione di relazioni industriali, ma ridisegnò il rapporto tra diritti dei cittadini e compiti dello Stato. Si trattò di una decisione molto difficile per un leader del partito socialdemocratico tedesco (Spd) che, dopo aver abbandonato il ‘mito’ della lotta di classe, aveva fatto della tutela ‘dalla culla alla bara’ dei diritti sociali acquisiti la propria ragion d’essere.

La radicale riforma alla quale Schröder ha sottoposto lo Stato sociale (Sozialstaat) ha dato i suoi frutti: oggi la Germania è il paese leader - come lo era stata la Repubblica di Bonn a cavallo del decennio ’80-‘90 del secolo scorso - dell’export mondiale e vanta al tempo stesso il più basso tasso di disoccupazione giovanile in Europa.

Questo non significa però che in Germania non si sia prodotta in questi anni una drammatica divaricazione sociale a causa della polarizzazione della ricchezza e della crescita esponenziale delle differenze economiche a danno del ceto medio e delle classi più deboli. Questo è avvenuto però in una forma socialmente molto più tollerabile di quanto sia successo altrove grazie al buon funzionamento dei sistemi di sicurezza sociale e di regolazione del mercato del lavoro.

Ascensore sociale
Per quanto riformato, dunque, il ‘modello tedesco’ è riuscito a tenere assieme, anche in una situazione radicalmente trasformata dai processi di globalizzazione, gli imperativi sistemici del mercato e quelli etici della ragione sociale, coniugando sapientemente la necessaria flessibilità nell’uso della forza lavoro con la garanzia della difesa del posto di lavoro.

Per questo le riforme tedesche hanno puntato non sulla moltiplicazione del precariato ma sulla mobilità interna all’impresa. Una mobilità attraverso la quale i lavoratori con un ritmo costante, ma soprattutto nei periodi di crisi, approfondiscono le proprie conoscenze e apprendono mansioni diverse, generalmente di livello più elevato e che produce una formazione continua a tutti i livelli.

Secondo Romano Prodi, la mobilità è, in questa forma, “un ascensore sociale e professionale che viene soprattutto utilizzato all’interno dell’azienda e contribuisce (…) alla formidabile e sorprendente affermazione dell’industria tedesca nel mondo”.

Si crea quindi un partenariato sociale espressione di un ‘compromesso di classe’ che assicura un importante ruolo di controllo e di codecisione al sindacato senza che tale ‘alleanza dei produttori’ istituzionalizzata nella cogestione (Mitbestimmung) paralizzi i processi decisionali o ostacoli l’introduzione di innovazioni produttive nelle aziende.

Semmai il contrario. L’ontologica divaricazione tra i modelli di relazioni industriali - quello consensuale che caratterizza il Modell Deutschland e quello conflittuale dei paesi dell’area mediterranea (Francia, Italia, Spagna in primo luogo) - si riverbera nella pratica di differenti strategie seguite da sindacati e imprenditori ed è all’origine del crescente differenziale di produttività tra le aree economiche dello spazio dell’euro che è la ragione principale, assieme alla differenza del tasso di indebitamento degli Stati, dell’odierna crisi della moneta unica.

Capitalismo renano
“La forza che fa oggi della Germania un punto di riferimento della politica europea, nei grovigli di una sconvolgente e fantomatica crisi finanziaria” scrive Claudio Magris in un articolo di elogio del Modell Deutschlandha origini antiche, ha radici in quel capitalismo ‘renano’ che - rigorosamente capitalistico e alieno da qualsiasi tentazione di terze vie - si distingue decisamente da quello anglosassone e specialmente americano (..). Una tradizione capitalistica che valorizza il risparmio, che non abbandona la produzione - anzi la privilegia - per la speculazione (…). Una tradizione che ha visto i sindacati contribuire sotto vari aspetti alla gestione e ha elaborato un sistema di previdenze, pensioni, assistenza sanitaria che ha creato un mondo decente senza cedere troppo agli abusi assistenzialistici”.

Il modello di ‘capitalismo renano’ risulta in grado di rispondere alle sfide economiche del mercato globale molto meglio del modello anarchico-conflittuale dei paesi mediterranei - fatte salve le debite differenze tra quello inflazionistico all’italiana e quello neocolbertiano della Francia - e di quello liberal-manchesteriano dei paesi anglosassoni - anche qui fatte salve le dovute differenze tra Inghilterra e Stati Uniti - mantenendo al tempo stesso le conquiste e i diritti sociali.

Al Modell Deutschland dovrà necessariamente orientarsi qualsiasi politica che voglia salvaguardare le conquiste sociali, economiche e normative del modello europeo evitando al tempo stesso di imboccare la via senza ritorno del declino strutturale.

Angelo Bolaffi, filosofo della politica e germanista. Dal 2007 al 2011 è stato direttore dell’istituto italiano di cultura di Berlino. In questi giorni è uscito il suo ultimo libro: Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea ( Roma, Donzelli).
 
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