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Verso le elezioni di settembre
Europa tedesca o Germania europea?
Paolo Pombeni
24/06/2013

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Europa tedesca o Germania europea? Il famoso dilemma lanciato da Thomas Mann nel 1953 agli studenti dell’università di Amburgo e risolto ovviamente a favore del secondo corno sembra riproporsi oggi, sia pure in termini piuttosto diversi da quelli a cui alludeva l’autore dei Buddenbrook. Allora si trattava di uscire definitivamente dal folle sogno di potenza nazista - con radici anche nel secondo Impero tedesco - prendendo coscienza che aveva senso solo un futuro “europeo” come quello che si andava delineando per la Repubblica Federale Tedesca di Adenuaer.

Grazie a questo impegno la Germania “occidentale” sarebbe tornata sempre più a pieno titolo nel consesso delle nazioni. Allora la riunificazione era quantomeno un orizzonte lontano e problematico, mentre parlare di “potenza” per la Bundesrepublik Deutschland, Brd, la Germania dell’Ovest, era assolutamente improprio. Ma anche l’Europa, qualunque fosse il significato che si voleva dare a quel termine, era qualcosa di molto vago.

L’Europa fuori dalla riunificazione tedesca
Oggi, evidentemente, non è più così. Non solo quella riunificazione che sembrava impossibile se non al prezzo di una “neutralizzazione” della Germania (e di una sua conseguente deminutio) si è realizzata, ma è stata un’operazione di successo. Se non comprendiamo questo non capiamo una delle radici dell’attuale orgoglio tedesco.

La Brd ha prima piegato il “nemico” dell’Est estendendo progressivamente su di lui la forza della sua “potenza civile”: ricordiamoci almeno il suo controllo sul debito polacco e la sua capacità di ricatto sulla politica economica di Gorbacëv. In secondo luogo ha gestito la riunificazione rimettendo in piedi la riunificata parte orientale con un esborso notevole, ma senza che questo l’avesse fiaccata, anzi ottenendo di trasformarlo in un motore di sviluppo. Ha persino contenuto, ovviamente nei limiti delle imprese umane, i traumi sociali derivanti dalla inserzione di un sistema arretrato in un sistema altamente sviluppato.

L’Europa non ha giocato una grande parte nella vicenda. Si dice, a titolo consolatorio, che alla Germania la riunificazione è stata consentita perché la sua appartenenza alla Unione europea (Ue) suonava come una garanzia. Questo è vero solo parzialmente. Quando Giulio Andreotti e l’allora ministro degli esteri Gianni De Michelis hanno cercato di inserirsi come parte dell’Unione nei negoziati per la chiusura della vicenda tedesca , la risposta del ministro degli esteri tedesco Hans Dietrich Genscher fu secca: “You are not part of the game”( Non siete parte del gioco).

In effetti la partita del 1989-90 è stata giocata come una appendice, più o meno credibile, del 1945: Usa, Urss, Gran Bretagna e Francia a fronte della “nuova Germania”, che si è ben guardata dal partecipare a quella partita nell’ambito della sua “qualificazione europea”.

La riconquista dell’antico ruolo
L’attuale politica tedesca è figlia di quella svolta, a mio giudizio troppo sottovalutata. Teniamo anche conto che questa ha prodotto il crollo del sistema di Yalta, ma solo molto parzialmente come frutto di una autentica “politica europea”. Piuttosto la Ue è diventata il “contenitore” in cui inserire, a volte in maniera plausibile, a volte in maniera affastellata, la vecchia Europa ex comunista. Su quella poi, la Germania ha steso un sistema di influenze e di potenza che la rilanciavano non più in quanto partner del famoso asse franco-tedesco che doveva essere il motore della nuova Europa, ma in quanto potenza autonoma che riconquistava il suo antico ruolo. Sia detto per inciso: anche la Francia ha cercato di inserirsi nella “nuova” Europa orientale, ma con risultati assai modesti.

Non bisogna sottovalutare che l’operazione dell’unificazione tedesca veniva dopo una stagione di rilancio degli studi sul Reich bismarckiano (e vale la pena di ricordare che un influente consigliere di Kohl era lo storico Michael Stürmer, uno dei protagonisti di quel rilancio). La Germania degli anni Ottanta era già un sistema culturale molto consapevole di una grandezza storica che poteva adesso considerare il nazismo una “parentesi” estranea alla propria cultura e se non da dimenticare, da ridimensionare.

Il sogno di un’Europa tedesca
La Brd ha fatto grandi passi lungo la strada che abbiamo indicato ed è oggi più che mai impegnata in quel cammino. Gli investimenti che fa a sostegno del suo sistema di istruzione, specie delle università di eccellenza che vuole rendere competitive col sistema americano, non sono una ciliegina: sono la ripresa di quel filone che a metà Ottocento puntò sulla deutsche Wissenschaft per affermare una leadership mondiale. Ovvio che i tempi sono cambiati, ma certe persistenze reggono a dispetto di tutte le rimodulazioni.

I tedeschi di oggi non sono così ignari del loro passato da ritenere possibile la ripresa del sogno di una “Europa tedesca”, ma sono abbastanza realisti da dubitare che, almeno attualmente, ci sia la possibilità di mettere il loro paese semplicemente al servizio di una “identità europea” che non si è saputo o voluto costruire.

La crisi attuale del ruolo della Germania è tutta qui: i tedeschi non sono convinti che l’attuale Ue abbia in sé le potenzialità per diventare quei famosi “Stati Uniti d’Europa” di cui si è favoleggiato sin dall’inizio dell’avventura comunitaria. Se però quello non è l’orizzonte, cresce il timore di divenire semplicemente il “puntello” che tiene in vita altre sovranità concorrenti, per di più di loro assai poco virtuose.

Naturalmente questo sentimento ha un versante popolare e populista e un versante elaborato da parte di classi dirigenti che sono ben consapevoli che la Germania dalla sua inclusione nella Ue non solo ha guadagnato, ma continua a guadagnare molto.

I ceti dirigenti tedeschi faticano però a capire che non si può stare eternamente in mezzo al guado. Se vogliono salvare e far progredire quelli che, per comodità, definirei i vantaggi dell’Ue devono accettare di lavorare per prendere la leadership del cambiamento e del progresso collettivo di essa. Il che implica guadagnare consenso dai partner, convincere che si lavora per tutti e che quel tanto di “potenza” che la Germania ha (e non è poco) si metterà a disposizione di tutte le élite nazionali disposte a spendersi nella battaglia per superare l’attuale stallo di un’Unione che così com’è rischia di impantanarsi.

Paolo Pombeni è professore ordinario di Storia dei Sistemi Politici Europei all’Università di Bologna. Direttore dell’Istituto Storico Italo-Germanico presso la Fondazione Bruno Kessler di Trento e membro del comitato direttivo delle riviste “Ricerche di Storia Politica” e “Journal of Political Ideologies”. È anche editorialista de“Il Messaggero”.
 
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