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Spagna
Catalogna a un passo dall’autodeterminazione
Elena Marisol Brandolini
20/06/2013

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Presto la Catalogna disporrà di una propria legge per la celebrazione di consultazioni, senza carattere vincolante, su qualunque tema di competenza della Generalitat, secondo quanto prevede l’articolo 122 dell’Estatut catalano: lo ha deciso il parlament nei giorni scorsi, approvando la proposta avanzata dal governo di Convergència i Unió (CiU), con 104 voti su 135.

Favorevoli, dunque, tutte le formazioni politiche catalane che considerano irrinunciabile il diritto del popolo catalano a decidere del proprio futuro, compresi i socialisti (Psc). Per i due partiti di maggioranza, CiU e Esquerra Republicana de Catalunya (Erc), questa rappresenta una delle possibilità per realizzare, in Catalogna, la consultazione di autodeterminazione entro il 2014, anno in cui è già previsto il referendum in Scozia sull’indipendenza dal Regno Unito.

Fattori di crisi
È questo l’ultimo atto di una serie di iniziative del parlamento catalano, che erano nel programma del nuovo governo della Generalitat, sorto con le elezioni locali del novembre 2012.

A fine gennaio, infatti, era stata già approvata dal parlament una dichiarazione di sovranità sul diritto a decidere, presentata da CiU e Erc, recentemente sospesa dal Tribunal Constitucional. In quell’occasione, i socialisti catalani avevano votato contro, pagando perciò il prezzo di una frattura con l’ala catalanista interna al partito.

Appena un mese dopo, il fronte catalano del diritto a decidere era però tornato a ricomporsi, quando era stato chiamato il parlamento spagnolo a pronunciarsi su una mozione presentata da CiU, Erc e Iniciativa (Icv), per la celebrazione di una consultazione concordata tra governo della Generalitat e governo spagnolo: allora i socialisti catalani avevano votato a favore, smarcandosi dall’orientamento contrario del partito socialista spagnolo (Psoe), rompendo così, per la prima volta, la disciplina di partito. La stessa mozione era dunque stata approvata dal parlamento catalano, su istanza dei socialisti del Psc.

Fin qui il percorso intrapreso dalle istituzioni catalane verso la ridiscussione del patto di convivenza tra Catalogna e Spagna. Conflitto datato nei secoli, che ha vissuto momenti di scontro e fasi di armonia tra le due entità nazionali; esploso l’11 settembre del 2012 - giorno della Diada de Catalunya che si celebra in memoria della resa di Barcellona, nel 1714, al Borbone Filippo V di Spagna - con la grande manifestazione di popolo a Barcellona, per l’indipendenza. Dove è apparso chiaro che il sentimento indipendentista, fino a poco tempo prima minoritario nella società catalana, stava assumendo dimensioni sociali importanti, e questo per alcune ragioni essenziali.

La prima, determinata dalla sentenza del Tribunal Constitucional del 2010 che, indifferente alla ratifica per via referendaria del nuovo Estatut approvato nel 2006, ne contestava gli elementi più innovativi.

La seconda, opera della crisi economica che, da un lato, metteva in maggior evidenza lo squilibrio esistente tra il contributo della Catalogna alla solidarietà intraterritoriale e il corrispettivo statale in termini di investimenti e finanziamento della spesa pubblica locale e, dall’altro, caricava le Comunità autonome di parte dell’aggiustamento finanziario dovuto dallo Stato centrale.

Il tutto aggravato da un sentimento di disprezzo che spesso i catalani avvertono nei loro confronti da parte del resto della Spagna, come nel caso dell’attacco alla lingua catalana.

Il disegno di legge del governo spagnolo di riforma del sistema scolastico, voluto dal ministro José Ignacio Wert, ne è un chiaro esempio. Perché non solo costituisce un vulnus alla scuola pubblica e alla laicità dell’insegnamento, ma rappresenta anche la volontà di smantellare il sistema vigente in Catalogna, basato sulla lingua catalana come veicolare, da tutta la comunità educativa considerato un successo nell’integrazione sociale degli ultimi decenni.

Opzioni diverse
Quale sarà l’esito della partita è difficile a dirsi, le posizioni nel parlamento della Catalogna sono abbastanza rappresentative della pluralità di orientamenti presente nella società catalana: le proposte vanno dalla creazione di uno Stato proprio, alla costruzione di un modello federale/confederale, alla rivisitazione del modello autonomico nato con la Costituzione spagnola del 1978, alla riforma del sistema di finanziamento.

La stragrande maggioranza dei partiti e della società catalana ritiene comunque che vada fatto qualcosa, che l’attuale modello di relazioni tra Catalogna e Spagna non sia più sufficiente a rappresentare la singolarità della nazione catalana. Certamente un elemento importante verrà giocato dalla presenza dell’immigrazione in Catalogna, che rappresenta circa il 50% della popolazione residente e dal fatto che la Catalogna contribuisce per il 20% al Pil spagnolo.

L’importante, però, è che il processo aperto sia democratico, moderno, profondamente radicato in un ideale europeista. Ciò che conta è che il popolo catalano possa decidere del proprio destino, liberamente, democraticamente. E che si trovino le migliori condizioni per realizzare questo obiettivo.

La legge Wert certo non aiuta un avvicinamento di posizioni tra governo catalano e governo spagnolo. La crisi economica, in questo caso, invece, può giocare a favore, perché la Generalitat ha bisogno di una flessibilizzazione dell’obiettivo di deficit assegnatole per ovviare ad ulteriori gravi manovre correttive e il governo spagnolo ha bisogno di normalizzare il più possibile le relazioni con la Catalogna. Mentre i socialisti catalani sembrano aver reimboccato il sentiero del rientro in gioco nella mappa politica catalana.

La situazione politica è dunque in movimento e questo è uno degli elementi interessanti del processo aperto in Catalogna verso l’autodeterminazione. Ma il suo successo dipenderà anche dalla capacità di tenere insieme identità nazionale e progresso sociale.

Elena Marisol Brandolini è giornalista. Laureata in economia è esperta di politiche di sicurezza sociale. È autrice del volume Catalunya-Espana. Il difficile incastro.
 
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