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Competizione crescente
L’opposizione siriana tra Arabia Saudita e Qatar
Silvia Colombo
19/06/2013

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Un recente rapporto dell’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha fissato a 93 mila il numero delle vittime del conflitto siriano. Le proporzioni della catastrofe che si è abbattuta sul paese mediorientale nel corso degli ultimi 27 mesi sono mostrate chiaramente anche dal numero dei rifugiati, più di un milione e 400 mila secondo l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, e da quello delle persone disperse all’interno del territorio siriano che ormai ha superato i cinque milioni di unità, ovvero più di un quarto della popolazione totale.

Mentre Stati Uniti ed Europa continuano a non decidere sulle modalità di un possibile intervento nel conflitto, i paesi arabi del Golfo Persico, in particolare Arabia Saudita e Qatar, stanno conducendo una guerra indiretta contro Al-Asad e i suoi alleati, in particolare l’Iran e Hizbollah, servendosi dell’opposizione siriana.

Il secondo incontro del dialogo strategico tra Stati Uniti e Golfo, organizzato a Roma dall’Atlantic Council di Washington in collaborazione con lo Iai, rappresenta un’importante occasione per discutere delle prospettive americana, europea e dei paesi del Golfo riguardo al futuro della Siria.

Soldi e armi all’opposizione
Arabia Saudita e Qatar rappresentano i più importanti finanziatori dell’opposizione siriana al regime di Bashar Al-Asad attraverso la fornitura di fondi privati, armi ed equipaggiamenti che raggiungono il territorio siriano attraverso la Giordania e la Turchia. La maggior parte delle spedizioni hanno avuto luogo a partire dal novembre 2012, all’indomani delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e del fallimento dei precedenti tentativi di soluzione negoziale.

I paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) avevano fin dall’inizio della crisi avanzato promesse di assistenza economica e finanziaria a favore del regime siriano in cambio di riforme che andassero incontro alle domande dei manifestanti.

Alcuni membri di alto livello delle famiglie regnanti del Golfo si erano anche recati a Damasco facendosi latori di questo messaggio per tutto il 2011. Poco dopo i sanguinosi avvenimenti di Dara'a del marzo 2011 che hanno scatenato la rivolta siriana, re Abdullah dell'Arabia Saudita aveva parlato tre volte di persona con il presidente Al-Asad, incoraggiandolo a intraprendere vere riforme per uscire dalla crisi.

Di fronte allo scarso successo di questi tentativi di convincimento e di mediazione, i paesi del Golfo hanno rivolto la propria attenzione a una soluzione regionale sul modello della road map, di indubbio successo, appena messa in atto in Yemen per favorire l’uscita di scena del presidente Saleh nel 2011. Al fine di esercitare maggiore pressione sul presidente siriano, il piano è divenuto ben presto un’iniziativa della Lega araba, guadagnando così un più ampio sostegno e una maggiore legittimità.

In seguito al fallimento di tali sforzi, esemplificato dall’insuccesso della missione degli osservatori incaricati di monitorare il rispetto del cessate il fuoco, il passaggio successivo è stato quello di portare l’iniziativa diplomatica dei paesi del Golfo a livello del Consiglio di sicurezza (Cds) delle Nazioni Unite, nel tentativo di coinvolgere la comunità internazionale negli sforzi per porre fine al conflitto.

Di fronte alla situazione di stallo all'interno del Cds protrattasi per molti mesi e causata dai veti congiunti russo e cinese nei confronti di tre proposte di risoluzione e un di ampio numero di dichiarazioni, la decisione da parte degli stati del Golfo di armare l'opposizione siriana ha rappresentato, a detta di Riyadh e Doha, il punto di arrivo obbligato e l’unica opzione percorribile.

Il cambiamento qualitativo intervenuto nella risposta dei paesi del Golfo al conflitto siriano è stato recentemente riconosciuto e avallato dagli Stati Uniti. In occasione della visita del Segretario di Stato Kerry nella regione del Golfo a marzo 2013, il responsabile della diplomazia americana ha affermato, nel corso di una conferenza stampa congiunta con il primo ministro del Qatar e ministro degli esteri, lo sceicco Hamad bin Jassim al-Thani, che le armi fornite dai paesi del Golfo ai ribelli siriani vanno a finire nelle mani giuste, cioè nelle mani dei moderati.

Nonostante queste parole rassicuranti, la realtà appare molto diversa. Le forniture di armi provenienti dal Golfo hanno infatti raggiunto, a giudizio di alcuni in misura sproporzionata, anche i gruppi estremisti che compongono il diversificato panorama dell'opposizione siriana. Tra questi, il Fronte Al-Nusra (Jabhat Al-Nusra) sta emergendo come l’organizzazione più foraggiata e meglio equipaggiata tra quelle all’interno dell’opposizione siriana e per questo è stata in grado di attrarre nella propria orbita combattenti che facevano precedentemente parte dell’Esercito siriano libero.

Allargamento della Coalizione
Il coinvolgimento dei paesi del Golfo quali principali sponsor dell’opposizione tende anche a mettere in luce le crescenti divergenze e la competizione in atto tra Qatar e Arabia Saudita per il controllo dell’opposizione. Mentre il primo continua nella propria missione di supporto economico, militare e logistico anche alle frange più estremiste dell’opposizione siriana, il peso massimo tra i paesi del Golfo, l’Arabia Saudita, sta mostrando crescenti segni di disagio di fronte all’ascesa dei jihadisti e dei Fratelli Musulmani in Siria.

Non soltanto Riyadh ma anche gli Emirati Arabi Uniti, infatti, considerano la Fratellanza Musulmana come un potenziale avversario e una minaccia reale non soltanto nella regione ma anche all’interno dei propri sistemi politici. L’atteggiamento dell’Arabia Saudita nei confronti delle componenti più estremiste dell’opposizione siriana, se mantenuto, potrebbe modificare i rapporti di forza a favore delle forze più moderate.

Una trasformazione di questo tipo si è già manifestata all’interno della Coalizione nazionale siriana, il gruppo che riunisce tutte le anime dell’opposizione, costituito a Doha nel novembre 2012 e fino a fine maggio dominato dalle forze islamiste. Un braccio di ferro ha infatti recentemente avuto luogo tra la componente della Fratellanza Musulmana sostenuta dal Qatar e le forze liberali, la cui inclusione all’interno dell’organizzazione costituita da 60 membri ha rappresentato una chiara vittoria per l’Arabia Saudita, principale paese sponsor di questo allargamento.

Tuttavia, questo passaggio cruciale potrebbe avere risvolti negativi per l’unità e l’efficienza dell’organizzazione stessa, che ne risulterebbe ulteriormente indebolita anche a causa della rivalità esistente tra Doha e Riyadh. La riconquista della città strategica di Al-Qusayr da parte delle forze di Al-Asad e la loro avanzata verso Aleppo sembra avallare questo tipo di scenario.

Con la crisi siriana che ha ormai assunto proporzioni regionali e con il Libano in bilico, il rischio di una corsa alle armi a livello regionale, sostenuta da Russia, Iran, paesi del Golfo, Stati Uniti e alcuni paesi europei, potrebbe essere imminente. Tutto ciò determinerebbe soltanto un’escalation del conflitto con ripercussioni disastrose e di lungo termine per tutta la regione. Intanto, la prospettiva di una soluzione negoziale sul modello della conferenza di Ginevra tenutasi nel giugno 2012 si allontana sempre più. Sarà un’estate molto calda sul fronte mediorientale.

Silvia Colombo è ricercatrice dello IAI.
 
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