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Ritardi e priorità
La politica industriale che manca all’Italia
Nicola Bellini
31/05/2013

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Ormai da anni l’Italia ha smarrito una propria politica industriale. E in effetti persino sul termine c’è una confusione, a cui ha non poco contribuito l’ultima fase della politica economica italiana, stretta tra le esigenze di austerità ed un pervicace liberismo ideologico. Si parla di politica industriale in Italia in modo discontinuo, ora per invocare salvataggi industriali, ora invece per richiedere sostegno alle piccole e medie imprese, mentre sullo sfondo si snocciola imperturbabile l’antica litania dei lacci e lacciuoli che “non ci fanno lavorare”, degli sgravi fiscali sempre attesi, dell’insufficiente “flessibilità” del lavoro.

Nuovo valore
In realtà negli anni della crisi nuove consapevolezze sono affiorate. Il susseguirsi di crisi aziendali ha convinto molti dell’inutilità di inseguire le emergenze dei singoli casi, che rischiano di assorbire quote significative delle scarse risorse pubbliche per difendere situazioni di mercato e produttive indifendibili, senza risolvere ed anzi aggravando i drammi sociali. Questi si affrontano con politiche attive del lavoro, con imprese nuove e con investimenti pubblici mirati nella formazione, nella ricerca e nel trasferimento di tecnologie.

Il passaggio dalle consapevolezze alle strategie resta tuttavia incompiuto. Avere una strategia significa scegliere, avere priorità concrete e perseguibili, confrontarsi con consapevolezza con i “mega-trend” dell’economia globale. Scelte che parrebbero ovvie (come ad esempio quella sulla sostenibilità e sull’industria “verde”) richiedono volontà collettive forti e decisioni politicamente impegnative, che finora sono mancate.

L’assenza di una strategia di politica industriale è anche funzione di un’interpretazione della crisi che enfatizza l’elemento congiunturale, esogeno, in cui il ruolo determinante è attribuito alle dinamiche della finanza pubblica e dei mercati finanziari internazionali. La crisi è però anche e soprattutto altro, viene da più lontano dei problemi della finanza e ha implicazioni di lungo periodo.

Ciò a cui noi oggi assistiamo è in effetti l’ancora incompiuta ridefinizione delle nuove catene globali del valore, che si ridisegnano in funzione delle eccellenze produttive e tecnologiche espresse dai nuovi grandi paesi industrializzati (Bric e altri). Gli apparati produttivi di tutti i grandi paesi industrializzati sono oggi dunque in un processo di riposizionamento, i cui esiti non sono predeterminati né prevedibili sulla base di assunti semplificati.

Sempre più spesso ad esempio si riflette sulle implicazioni non solo dell’economia verde, ma anche di un ridisegno radicale dei contenuti e dei confini (e degli impatti) della manifattura e dei suoi fondamentali tecnologici ed economici, grazie a nuove efficienze produttive legate a materiali, robotica, software avanzati e integrazione con i servizi.

Il che ha due fondamentali conseguenze: una domanda di lavoro diverso, dove agli stereotipi dell’operaio manifatturiero subentrano profili ad alto livello di conoscenza, e la necessità di ripensare radicalmente le strategie di delocalizzazione. Ormai si parla esplicitamente di una “reindustrializzazione di ritorno” nei paesi occidentali, laddove per molte produzioni il costo della manodopera sia meno rilevante e conti invece la vicinanza al mercato, la qualità delle infrastrutture, la prossimità alla ricerca. Ma questi temi sembrano assenti dal dibattito nazionale.

Incerto rilancio
Del ritardo italiano è stata testimonianza più evidente la complessa vicenda della Fiat, quando una visione aziendale (il cosiddetto progetto “Fabbrica Italia”) ha potuto essere presentata e da molti accolta come un surrogato di una visione collettiva e di un progetto politico, salvo poi essere dichiarato dalla stessa azienda, motu proprio, obsoleto.

Il fatto è che la Fiat è ora un’impresa multinazionale, non più un’impresa italiana, e la sua “lealtà territoriale” (oltre che la leadership che essa è capace di esprimere rispetto al sistema imprenditoriale nazionale) appare sempre più dubbia. Si può certamente discutere quanto sia saggia la politica aziendale nell’allentare così clamorosamente i propri legami con il paese d’origine e con l’immagine e la cultura di stile e tecnologia, che il mondo (e il mercato) ancora ci riconosce: immagine e cultura che, nell’ipotesi dell’ingresso di un nuovo produttore, cesserebbe di essere monopolio del nostro (ormai ex) campione nazionale.

Ma resta il fatto che anche la Fiat chiede di potersi confrontare con una strategia-paese e che senza una strategia-paese si potrà solo subire le decisioni aziendali rispetto al mix di radicamento – distacco su cui si assesterà nei prossimi anni.

Di un simile ritardo è testimonianza anche l’altro grande dramma industriale di questi anni, ossia la crisi della siderurgia a Taranto. Questa vicenda non solo ha rivelato che il paese non ha affrontato questioni vitali che altri hanno ricolto da decenni, ma ha riportato alla luce ipotesi di intervento pubblico che sembravano dimenticate.

Si è parlato (e si parla) di nazionalizzazioni (arma assai spuntata in un’economia globale) e si è riutilizzato, con parecchia ambiguità e confusione, il concetto di “interesse strategico nazionale” (che è appunto difficile da definire quale sia in concreto, se la strategia manca…).

In questo scenario l’Europa sembra non risolvere, ma accentuare le debolezze italiane. Una politica industriale europea non esiste, se non come fissazione di obiettivi con un forte impatto comunicativo, a cui corrispondono piani d’azione il cui impatto invece è scarso anche in termini di comunicazione. La politica industriale europea non è oggi che una cornice all’interno della quale sono sempre le politiche nazionali ad esercitarsi nella costruzione e ricostruzione di fattori di competitività.

Sono altri gli ambiti in cui il ruolo europeo sembra più capace di stimolare l’elaborazione di politiche industrial moderne. Tra questi citiamo in particolare le politiche regionali e quell’esercizio di definizione di “strategie regionali dell’innovazione” che sta attualmente impegnando governi nazionali e regionali in preparazione del prossimo ciclo di fondi strutturali nel nome della cosiddetta “smart specialisation”.

Nicola Bellini è professore ordinario di economia e gestione delle imprese, Istituto di management, Scuola Superiore Sant'Anna, Pisa.
 
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