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Speciale giovani e rivoluzioni
La speranza fuori dal palazzo
Paola Caridi
23/05/2013

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Le immagini possono condensare più delle parole, talvolta, lo stato dell’arte di un preciso momento storico. Così è anche per il ruolo delle generazioni di giovani che sono state cuore, massa e “carne da cannone” delle rivoluzioni arabe dal 2011 a oggi.

Giovani fuori obiettivo
A scorrere le foto che immortalano i cambiamenti di regime, i giovani sono assenti. Espunti dall’obiettivo. Al loro posto, ci sono spesso – certo – facce di un nuovo establishment, oppure personalità già note della dissidenza e delle opposizioni ai regimi precedenti. Mancano, però, i protagonisti della cultura politica apparsa in modo così dirompente dalla rivoluzione tunisina in poi.

Che cosa è successo? L’emarginazione de facto delle generazioni più giovani è stata solo frutto degli errori e delle ingenuità dei ragazzi di Tahrir e dei loro coetanei nelle varie piazze arabe? È stato il risultato dell’intelligenza e del pragmatismo di politici più anziani e navigati? Certo, ognuna di queste letture ha il suo posto nell’analisi ex post dei primi due anni delle transizioni alla democrazia (o ai cambi di regime) in corso nella regione araba. È limitato, però, leggere il tono minore assunto dai giovani protagonisti del Secondo Risveglio arabo come un sostanziale soccombere alle leggi non scritte della politica navigata.

Linguaggio e organizzazione nuovi
La questione nodale si può condensare in due punti.
Anzitutto, la nuova cultura politica emersa con la presenza dei giovani non solo nelle piazze, ma in particolare nelle richieste. È un fatto che i giovani abbiano espresso un linguaggio diverso rispetto a quello che aveva caratterizzato le opposizioni arabe. Più inclusivo, più concreto, innovativo, fresco. Un linguaggio che ha avuto anni, sulla piattaforma digitale, per raffinarsi, condensarsi in una dissidenza vera e propria, diventando infine richiesta – richiesta socio-economica, richiesta di diversi codici sociali, richiesta di diritti – che ha accomunato l’intero spettro politico-culturale, dalla sinistra laica ai liberali, passando per l’islam politico.

Non basta – è evidente – la novità del linguaggio per fare una nuova èlite che riesca a scalzare un’intera struttura precedente. Altrettanto evidente, però, è il fatto che la nuova cultura politica inciderà necessariamente in una longue durèe delle transizioni, che ora sono solo ai loro primi vagiti.

Il secondo punto riguarda l’organizzazione delle forze giovanili espresse nella prima fase movimentista del Secondo Risveglio arabo. Nell’espressione del loro dissenso, diversificato e magmatico, le nuove generazioni hanno sempre tenuto a distinguersi dai modi precedenti di fare politica. Rifiuto del leaderismo che aveva contrassegnato gli ultimi decenni, lontananza dalle organizzazioni di massa dei regimi precedenti e delle stesse forze tradizionali – islamiste – dell’opposizione, sostegno a una concertazione più allargata all’interno di un movimento di massa molto variegato. Sono questi i concetti ripetuti centinaia, migliaia di volte dai protagonisti giovani delle rivoluzioni.

Emarginati, ma presenti
L’emarginazione attuale delle nuove generazioni dai cambiamenti in corso nelle istituzioni, nei singoli paesi, è dunque dovuta anche alla mancata sistematizzazione della loro forza, sia organizzativa sia politico-culturale. Ciò non vuol dire che i giovani, ora, siano assenti. Non lo sono per nulla. Continuano, soprattutto attraverso le battaglie in corso sui diritti (umani, civili, di genere, sindacali), che combattono sia per strada sia sul piano legale, ma non dentro le istituzioni rappresentative come quelle parlamentari.

In parte perché i giovani ne sono stati tenuti fuori, a causa del pragmatismo dei politici più di lungo corso. In parte perché la battaglia sui diritti viene gestita dalle nuove generazioni secondo modelli diversi da quelli parlamentari, e più simili a quelli codificati negli ultimi decenni in Occidente nelle campagne transnazionali su ambiente, diritti sindacali, diritti umani.

È indubbio, comunque, che il ruolo delle nuove generazioni continui a essere centrale, seppure sotto tono. Ne sono conferma gli arresti, le denunce, le azioni legali contro molti dei protagonisti (giovani) delle rivoluzioni del 2011, che in questi ultimi mesi si stanno intensificando. Come se rispondano a una precisa strategia: indebolire le personalità emerse dal secondo risveglio arabo e arrivate alla ribalta delle opinioni pubbliche internazionali, per evitare che la loro capacità di pressione sui nuovi regimi aumenti.

Il tempo, infatti, è dalla parte dei ragazzi, e della rivoluzione degli shabab. La pressione delle masse di giovani -la maggioranza della popolazione- che chiedono un nuovo contratto sociale, diritti inclusivi e protetti dalle istituzioni e rappresentanza sarà ogni giorno che passa più forte. Sono, per ora, il convitato di pietra, nascosto all’occhio della telecamera, ma ben presente sulle strade e sul web.

Paola Caridi, (www.invisiblearabs.com) è giornalista e autrice di “Arabi Invisibili” e “Hamas”, editi da Feltrinelli.
 
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