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Il caso marò
Una via negoziale per lo scontro Italia-India
Natalino Ronzitti
18/03/2013

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Meglio tardi che mai! Finalmente il governo, quantunque dimissionario, ha adottato una decisione che avrebbe già dovuto prendere il 20 dicembre scorso, quando ai due marò italiani era stato consentito di tornare in patria per una breve licenza natalizia. Già allora ci pronunciammo per la non riconsegna all’India. Valide ragioni giuridiche potevano (e possono ancora) essere adotte.

Ragioni giuridiche
In primo luogo, la rottura dell’affidavit, reso dal nostro ambasciatore, con cui si sottoscriveva l’impegno a far ritornare i marò in India, poteva essere giustificata a titolo di “contromisura” per un comportamento ingannevole tenuto dalla guardia costiera indiana nell’attirare i militari italiani nel porto di Kochi.

In secondo luogo, coerenza avrebbe voluto che i nostri militari godessero di un diritto costituzionalmente protetto e non fossero sottratti al loro giudice naturale, che è quello italiano, avendo noi sostenuto che la giurisdizione era italiana e che i nostri militari godevano dell’immunità funzionale.

In terzo luogo, la restituzione avveniva senza nessun procedimento giurisdizionale, con l’aggravante che i militari italiani, essendo imputati di omicidio volontario, correvano il rischio di essere condannati alla pena di morte, in contrasto con la Costituzione italiana e con le convenzioni internazionali di cui l’Italia è parte (Convenzione europea dei diritti dell’uomo e Protocollo aggiuntivo contro la pena di morte).

La sentenza della Corte suprema indiana del 18 gennaio u.s., pur avendo avocato il caso sottraendolo alla competenza delle corti del Kerala, ha tuttavia ribadito la giurisdizione indiana, affermando nello stesso tempo che i due militari dovevano essere giudicati da una corte speciale, che non è ancora stata istituita.

Il fatto che la sentenza della Corte suprema facesse riferimento al dovere degli stati di cooperare per reprimere la pirateria, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del diritto del mare, era stato interpretato come uno spiraglio per poter risolvere diplomaticamente la questione. Ma così non è stato e la Corte speciale non ha visto la luce. Il Ministro degli esteri italiano, che ha agito in accordo con altri membri dell’esecutivo, si è visto costretto a dichiarare che i due marò non faranno ritorno in India, al termine della licenza per motivi elettorali, che era stata loro concessa il 22 febbraio.

Rappresentanti diplomatici italiani
Della vicenda si vedono gli effetti innanzitutto sul piano dei rapporti diplomatici. Tanto in occasione della prima licenza, quanto in occasione della seconda, l’ambasciatore italiano, che nel frattempo è cambiato, ha dovuto rilasciare una dichiarazione giurata (affidavit nella terminologia di common law), con cui s’impegnava a far rientrare i marò in India. Niente di più sbagliato. Un ambasciatore non giura, ma firma (o sigla e basta), come ha sostenuto su queste colonne un nostro ex ambasciatore in India, che si è occupato del caso. Sarebbe stato opportuno limitarsi ad inviare una nota al Ministro degli affari esteri indiano.

Tranne che non si voglia sostenere che l’affidavit sia invalido per qualche vizio della volontà di chi lo ha sottoscritto, il mancato ottemperamento apre la via alla pretesa indiana di sottoporre il rappresentante diplomatico italiano alla giurisdizione penale locale per “comptent of the Court” (oltraggio alla Corte).

Pretesa tuttavia inconsistente. L’agente diplomatico gode nello stato di accreditamento dell’immunità assoluta dalla giurisdizione penale, secondo la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961, e non si può sostenere, come si afferma da parte indiana, che con l’affidavit egli abbia implicitamente rinunciato all’immunità. Sul punto la Convenzione di Vienna è assolutamente chiara: la rinuncia deve essere esplicita e i precedenti giurisprudenziali depongono in questo senso.

Corte internazionale di giustizia o arbitrato internazionale
Occorre naturalmente trovare un modo per risolvere la controversia e mettere la parola fine ad una vicenda che ha esacerbato i rapporti tra i due paesi. È stato proposto, da parte italiana, di sottoporre la questione alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja o ad un Tribunale arbitrale da costituirsi nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Niente di tutto questo. La Corte o il Tribunale dovranno giudicare non solo in base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ma anche (e soprattutto) in base alla consuetudine internazionale, parte di una branca del diritto che, essendo non scritto, è oggetto spesso di contrastanti interpretazioni.

L’anno scorso l’Italia ha perso una controversia con la Germania dinanzi alla Corte internazionale di giustizia per i risarcimenti delle vittime dell’occupazione tedesca, nonostante avesse dalla sua parte le ragioni della storia e del diritto. Non ripetiamo l’esperienza. Cosa accadrebbe se la Corte o il Tribunale nelle more della sentenza o con la stessa sentenza ci obbligassero a rinviare i marò in India? Tra l’altro la rottura dell’affidavit non aiuta e potrebbe impressionare negativamente il giudice internazionale.

Il negoziato è il modo migliore. I buoni uffici e l’intervento del terzo, magari con l’interessamento del Segretario generale delle Nazioni Unite o la stessa Unione europea ora che Lady Ashton si è finalmente attivata, dopo essersi in un primo tempo limitata a prendere atto di quanto era successo.

Niente impunità
La sottoposizione alla giurisdizione italiana non significa impunità. La procura militare e quella ordinaria possono intervenire secondo le proprie competenze. I tribunali italiani offrono adeguate garanzie di giustizia, anche per le vittime (cioè i due pescatori), qualora nel corso del procedimento fosse provato che effettivamente a far fuoco siano stati i marò italiani. Tra l’altro le vittime sono già state risarcite, sia pure a titolo “grazioso” e, qualora si ritenessero insoddisfatte, potrebbero addirittura presentare un ricorso contro la sentenza italiana alla Corte europea dei diritti dell’uomo, poiché la Convenzione di Strasburgo risulterebbe applicabile extraterritorialmente.

Libera l’India, se lo ritiene opportuno, di iniziare un proprio procedimento. In un articolo pubblicato il 16 scorso sul quotidiano The Hindu, due giuristi indiani propongono di iniziare il procedimento nei confronti dei due marò, come se questi fossero presenti in India. A tal fine dovrebbe essere istituita la Corte speciale prevista nella sentenza della Corte suprema, con la possibilità di emanare un ordine di arresto internazionale che, per quanto ci riguarda, resterebbe lettera morta.

La storia diplomatica è piena di questi precedenti. Essi servono in qualche modo a calmare la tensione, rinviando a tempi migliori una definitiva soluzione della controversia.

Natalino Ronzitti è professore di Diritto Internazionale e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali.
 
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