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Dall’Afghanistan con ottimismo
Francesco Giumelli
09/12/2012

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Attacchi suicidi, insider attacks e green-on-blue sono le notizie quotidiane che arrivano dall’Afghanistan. L’immagine che emerge è quella di un paese nel caos, bloccato dalla minaccia di talebani, Al Qaeda e di altri gruppi terroristici che la missione internazionale Isaf non sarebbe stata in grado di sconfiggere. Questa visione porta il dibattito verso conclusioni affrettate quando eventi drammatici, come la recente uccisione del maresciallo degli Alpini Tiziano Chierotti caduto in un agguato nel distretto di Bakwa, colpiscono le truppe italiane.

Si levano subito richieste di ritiro immediato del contingente e sono sempre più stringenti le critiche nei confronti della decisione di rimanere ancora in Afghanistan. Si tratta però di una percezione molto distante dallo scenario afgano e del lavoro svolto fino a questo momento dalla missione Isaf. I problemi restano tanti e seri, ma ci sono ottimi motivi per continuare su questa linea ancora per diversi anni.

Lo stato che non c’era
Nel 2012, Kabul appare come una città “normale”. Chiunque si può recare a Kabul con voli civili da Istanbul e Dubai a prezzi paragonabili a quelli di una qualsiasi altra destinazione nel mondo. Arrivati all’aeroporto di Kabul è possibile volare ad Herat ed il collegamento con Mazar-e-Sharif sarà presto disponibile. Viaggiando per il paese si parla di distretti, regioni, città, si vedono grandi opere pubbliche ed il dibattito politico verte su temi come la qualità della governance e la riforma elettorale. L’Afghanistan è oggi uno stato, con grandi problemi ancora irrisolti, ma che fino a pochi anni fa non esisteva.

Dall’invasione dell’Unione Sovietica del 1980 le istituzioni nazionali hanno smesso di funzionare. Quando alla fine del 2001 è caduto il regime dei talebani, dopo oltre trent’anni di conflitti nel paese, la forza multinazionale si è trovata a governare un territorio che non sapeva più cosa fossero le istituzioni.

La Nato ha deciso di affrontare il problema creando i team di ricostruzione provinciale (Prt) con il compito di collaborare con le comunità locali per la ricostruzione e la gestione delle risorse provenienti dallo stato centrale. Nonostante alcuni problemi, le Prt hanno funzionato bene contribuendo a creare un rapporto fiduciario tra cittadini e stato centrale.

Afghanistan agli afgani
Nonostante quello che appare dai media occidentali, il primo impatto con Kabul e con le strade afgane è segnato dal traffico, che viene di solito preso come un indicatore negativo per la qualità della vita. Ma per l’Afghanistan è il contrario: le strade affollate, le attività commerciali ed il dinamismo della società civile sono elementi di eccezionale normalità che, però, “prima, non si potevano fare” come mi ha fatto notare un giovane autista locale.

La creazione di questo clima, seppure ancora in nuce, è principalmente dovuta all’operato di Isaf, che dal 2009 si impegna nell’addestramento delle Forze di sicurezza nazionali afgane (Ansf). Le elezioni presidenziali che si terranno nel 2014 saranno il primo vero test che l’Afghanistan dovrà affrontare. Solo dopo questa tornata elettorale le autorità locali avranno il pieno controllo del paese, ma già oggi l’Ansf è avviata verso la gestione del 75% del territorio nazionale.

L’Ansf comprende sia le forze di polizia locale sia l’esercito afgano, e conta circa 300 mila unità, insieme agli altri 100 mila uomini della missione Isaf. Gravi problemi di sicurezza si registrano nelle province di Kandahar e Helmand, nel sud del paese, e anche altrove c’è ancora guerra, ma il futuro oggi fa meno paura.

Da “parte del problema” a “parte della soluzione”
Dalla presa di Kabul da parte dei talebani nel settembre 1996, l’Afghanistan era diventata una fonte di instabilità per gli altri stati nella regione, ad esempio per Tagikistan, Uzbekistan e Pakistan. Ma anche a livello globale, come confermato dagli attacchi alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania nel 1998, alla Uss Cole in Yemen nel 2000 e dai ben più famosi attacchi dell’11 settembre 2001. Nel 2012 gli occhi della comunità internazionale hanno iniziato a guardare da altre parti per combattere la minaccia del terrorismo internazionale.

I talebani stanno lottando per mantenere il controllo di alcune aree del paese, ma le loro basi operative sembrano provenire dalle regioni confinanti del Pakistan. Non è un caso che i bombardamenti aerei tramite l’utilizzo di droni, velivoli senza pilota, alle basi in Pakistan siano stati intensificati dal presidente Obama. Anche l’influenza dell’Iran minaccia la stabilità dell’area e vi sono sospetti di ingerenza attraverso pressioni a parlamentari e uomini del governo nazionale.

La missione Isaf come la conosciamo oggi si concluderà a dicembre 2014, ma una presenza militare potrebbe (e dovrebbe) rimanere nel paese ben oltre quella data per sostenere la transizione democratica, come baluardo contro il ritorno delle forze radicali al potere e per lanciare azioni dirette contro minacce alla stabilità ed ordine internazionali.

L’Afghanistan è strategico per partecipare alla lotta contro il terrorismo internazionale, diventando parte della soluzione e non più causa del problema.

Permanenza responsabile
Gli argomenti fin qui utilizzati non intendono nascondere i problemi e le grandi sfide che l’Afghanistan si trova ad affrontare. In primis, la costruzione delle istituzioni nazionali rappresenta una grande incognita al successo dell’operazione. Qualsiasi tipo di istituzione ha bisogno della legittimità per radicarsi. Mentre il processo di institution-building che abbiamo vissuto in Europa è durato alcuni secoli, non si può chiedere al popolo afgano di farlo in pochi anni.

La pretesa è decisamente ambiziosa ed è legittimo aspettarsi problemi di tenuta democratica e di governance nel futuro prossimo, come lo scandalo che ha coinvolto la Banca Kabul. La tenuta delle istituzioni è un tema centrale, come quello della corruzione che altera il funzionamento delle istituzioni e crea effetti distorsivi molto pericolosi per la crescita economica del paese, senza dimenticare il nodo cruciale della sicurezza.

Tuttavia, nel 2012 si parla di problemi che affliggono un paese normale, soprattutto se paragonati a quelli di alcuni vicini regionali. Un’attenta analisi dei paesi confinanti mostra infatti come corruzione, fondamentalismo, problemi derivanti dalla frammentazione identitaria delle popolazioni siano malattie croniche comuni a molti. In altre parole, l’Afghanistan è oggi un paese “normale”, di cui si può parlare negli stessi termini in cui si discute di molti altri contesti. Questa “normalizzazione” la dobbiamo anche e soprattutto alle forze Isaf. Abbandonare il paese prima della scadenza del 2014 o non considerare una permanenza oltre questa data potrebbe compromettere quanto di buono è stato fatto fino ad oggi.

Francesco Giumelli è Assistant Professor presso il Dipartimento di Relazioni internazionali e Studi europei della Metropolitan University Prague e autore di «Coercing, Constraining and Signalling» (Ecpr press, 2011).
 
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L’Italia per l’Afghanistan, di Federica Mogherini
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