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Costi economici e sociali
La Sanità tra Europa, Giappone e Stati Uniti
Jacopo Di Cocco
08/12/2012

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Mercoledì 4 novembre sul Corriere della Sera, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi riprendevano un argomento molto discusso durante le recenti elezioni americane: quello della spesa sanitaria. I due autori auspicavano che anche in Italia lo stato non garantisse più le cure per i più abbienti, al fine di contenere la spesa pubblica. La preoccupazione per l’insostenibilità della spesa sanitaria, senza nuovi strumenti di finanziamento (prevedibilmente a carico dei privati), è stata ripresa il 27 novembre dal presidente Monti, che è ritornato ripetutamente sull’argomento.

Per una valutazione macroeconomica comparabile della situazione sono andato sul sito World Development Indicators della Banca Mondiale e ho estratto i dati relativi alla spesa sanitaria pro capite in dollari correnti, e in Parità di Potere d’Acquisto costanti al 2005 (i PPP sono dollari con un cambio calcolato in modo da avere lo stesso potere d’acquisto che negli Usa). Per un confronto sintetico tra paesi ho scelto tre anni di riferimento: il 2003, dieci anni fa nel pieno della presidenza G.W. Bush, il 2008 alla fine della stessa e all’inizio della crisi finanziaria, il 2010, l’ultimo con dati pubblicati e a metà della prima presidenza Obama.

Ho quindi estratto le quote della spese sanitarie complessive, privata e pubblica, sul Pil e sulla spesa pubblica complessiva. Per avere un indicatore sintetico, l’insieme dei risultati conseguiti e dell’onerosità necessaria a garantire l’assistenza sanitaria ai più anziani, ho estratto gli anni di speranza di vita alla nascita. Da questi dati, con alcune semplici elaborazioni e grafici, si ricavano alcune evidenti verità.

Fonte dati: Banca Mondiale

Si nota che esistono due modelli base di finanziamento della sanità: l’euro-nipponico, dove prevale il finanziamento pubblico e la spesa privata è inferiore ad un quarto della spesa totale; l’americano, imitato da Argentina Brasile e Cina, dove la spesa pubblica e quella privata sostanzialmente si equivalgono, e ovviamente si generano significative differenze nelle cure delle diverse classi sociali. Australia e Svizzera sono in una situazione intermedia.

Si nota che la spesa totale Usa è vicina al 18%, quasi otto punti sopra la media europea che è leggermente superiore al 10%; Italia, Svezia e Giappone sono sotto la media europea, la superano i paesi a reddito pro capite più elevato (la spesa sanitaria è elastica); stanno sotto la media europea Australia, insieme ai paesi a redditi intermedi come Argentina, Brasile e Cina.

Gli Usa spendono di più sia nel pubblico sia nel privato, e la sola quota della spesa pubblica uguaglia quella totale di Giappone, Italia e Svezia. Il sostegno alle esigenze di assistenza dei più poveri tramite sistematiche commesse, via assicurazioni, al sistema privato, senza la concorrenza di quello pubblico, risulta estremamente oneroso. Per contenere i costi complessivi della sanità, appare essenziale la presenza di un consistente, eccellente servizio sanitario pubblico. Questo richiede tuttavia uno sforzo continuo per ottimizzarne la gestione.

Il risultato sintetico di tutto ciò che migliora la salute è rappresentato dalla speranza di vita alla nascita (incluse la riduzione della mortalità infantile e quella al parto e per incidenti); questo indicatore è anche usato in sede internazionale per l’indice complesso di sviluppo umano (HDI). La speranza di vita alla nascita indica anche la tendenza all’invecchiamento della popolazione e quindi alla crescita delle più onerose cure dei vecchi. Quindi è segnale di tensioni sui bilanci sanitari.

Fonte dati: Banca Mondiale

La tabella ci mostra che ormai la speranza di vita alla nascita supera diffusamente i 70 anni per i paesi industrializzati, che è crescente (meno negli Usa) che sono al livello più basso dei paesi ricchi, che il Giappone è in testa seguito dall’Italia, che supera la media Ue (e quella dell’area euro), mentre un paese socialmente evoluto come la Danimarca è sotto. La differenza tra Danimarca e Svezia (che spende meno) mostra che un’analisi completa richiederebbe d’includere altri fattori oltre il livello di spesa sanitaria totale.

Il confronto della spesa pro-capite espressa in dollari correnti (gioca l’inflazione) e al tasso di cambio di mercato (che non gioca tra i paesi euro); se si escludono i paesi in via di sviluppo, emerge che nonostante le speranze di vita maggiori, le spese italiana e giapponese sono più contenute e quella italiana si è addirittura ridotta dal 2008 al 2010 (primi effetti crisi). Le dinamiche, in valore assoluto, nell’Unione europea sono decisamente più contenute dei paesi esterni: Giappone, Svizzera, Usa, Canada e Australia. Quindi gli Usa, dove il dibattito sulla spesa sanitaria è acceso, farebbero bene a studiarsi attentamente il modello europeo mentre, anche durante le elezioni e affrontando i problemi fiscali, paiono ignorarlo.

Fonte dati: Banca Mondiale.

I dati in moneta corrente rappresentano la quota annua di spesa sanitaria totale e in particolare quelli della quota pubblica consentono di valutare il peso sulla spesa delle amministrazioni registrata con gli stessi criteri, ma non consentono di valutare l’evoluzione reale. Per depurare i dati dall’inflazione e dalla variabilità dei cambi, usiamo i valori in Parità di potere d’acquisto (PPP) a prezzi costanti (anno base: 2005).

Fonte dati: Banca Mondiale.

Il grafico soprastante mostra l’evoluzione della spesa sanitaria in termini reali dal 2003 sino al 2008 e al 2010. Si nota che dal 2003 al 2008 l’aumento dell’Italia è del 30%, in media Ue, mentre resta sostanzialmente invariata tra 2008 al 2010. Questo significa un recupero dell’inflazione tramite una revisione della spesa ed un recupero dell’efficienza media. La media europea sale di altri 15 punti. L’evoluzione della spesa Usa rispetto ai valori 2003 è sostanzialmente di poco superiore a quella media europea. Fisiologicamente superiore l’incremento dei paesi in via di sviluppo che stanno recuperando il ritardo rispetto a quelli sviluppati (la Cina nel 2010 ha un indice 250% sul 2003).

Come mostra il grafico sottostante la quota italiana della spesa sanitaria su quella pubblica è aumentata in Italia sopra le due medie europee (sotto quella Usa, i dati canadesi 2010 non sono disponibili); questo si verifica anche nel biennio della crisi quando altri paesi la stabilizzano, questo può dipendere dall’evoluzione negativa del Pil in Italia e conseguentemente delle risorse pubbliche. La tendenza può aver allarmato il governo, dato che alcune Regioni si sono mostrate incapaci di un serio controllo della spesa sanitaria è può emergere al recupero di una spesa in linea con la media europea.

Fonte dati: Banca Mondiale.

Anche se la politica sanitaria non è tra quelle a coordinamento europeo, il grafico seguente mostra che esiste un modello europeo di politica sanitaria, condiviso con il Giappone. Esso è caratterizzato da una spesa sanitaria per almeno ¾ pubblica, un servizio sanitario generalizzato e conseguentemente a prevalente produzione collettiva e non come imprese private remunerate tramite i rimborsi delle assicurazioni dei pazienti, che faticano a rinnovarle quando divengono affetti da patologie croniche e questo è una concausa della minore speranza di vita.

Fonte dati: Banca Mondiale.

Pare che seguire l'Europa potrebbero consentire agli Usa di contenere la spesa sanitaria. Lecito domandarsi perché la soluzione non venga seriamente discussa, neanche nelle università.

Jacopo Di Cocco è professore di Contabilità nazionale all'Università di Bologna.
 
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