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Vittoria di Borut Pahor
La sorpresa delle presidenziali in Slovenia
Mario Arpino
05/12/2012

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Domenica 2 dicembre, mentre in Italia si svolgeva il ballottaggio delle primarie del centrosinistra tra Bersani e Renzi, dall’altra parte del confine aveva luogo l’ultima fase delle elezioni presidenziali slovene. Protagonisti, l’ex primo ministro Borut Pahor (socialdemocratico) e il presidente uscente Danilo Turk (sinistra liberale). Vincitore di larga misura è stato Pahor, con mandato di un quinquennio a partire dal prossimo 22 dicembre. In Italia non se ne è parlato granché, anzi, quasi nulla. Ma l’avvicendamento al vertice in questo paese confinante non è affatto irrilevante. Lo sanno bene i cittadini del Friuli-Venezia Giulia (FVC), l’interesse dei quali sembrerebbe diretto maggiormente ai rapporti di “buon vicinato” piuttosto che alle stucchevoli beghe nazionali.

Vittoria trasversale
Il nuovo presidente conosce bene l’Italia. Nato nel 1963 a Postumia, ha trascorso la sua infanzia a San Pietro, a un passo dal confine con l’Italia, e nel 1987 si è laureato in scienze sociali all’Università di Lubiana. Iscritto all’epoca, come quasi tutti durante il regime, alla Lega dei comunisti della Slovenia, divenne subito uno dei maggiori sostenitori dell’ala riformista del partito, confluita dopo la secessione nel Partito democratico riformista, trasformatosi a sua volta, tra il 1997 ed il 2005, in Partito socialdemocratico.

Parlamentare europeo, nel 2007 è alla testa della formazione quando diventa seconda forza politica nazionale e, quindi, leader dell’opposizione al partito di centro-destra del primo ministro Janez Jansa. Nel 2008 ottiene dal presidente Danilo Turk, suo attuale antagonista, l’incarico di primo ministro di un governo di centro-sinistra, che mantiene fino alle elezioni del 2011, in seguito alle quali si avvicenda nuovamente con Janez Jansa, il primo ministro attuale.

L’elezione di Pahor non era data affatto per scontata, se si considera che al primo turno la distanza tra i due candidati era di soli quattro punti (Pahor 40% e Turk 36%). Nella tornata di domenica, a sorpresa, Pahor ha ottenuto il 67,4 per cento, contro il 32,6 di Turk. È evidente, quindi, che il socialdemocratico neopresidente è stato eletto anche da una porzione significativa di elettori del centro-destra, in un contesto in cui, come in Italia, la così detta “antipolitica” sta lasciando pesantemente il segno. Prova ne è che l’affluenza alle urne è stata molto scarsa: ha votato poco più del 40 per cento degli 1,7 milioni degli aventi diritto - la percentuale più bassa dall’epoca dell’indipendenza, nel 1991.

Fattori sorpresa
Gli analisti locali, italiani e sloveni, attribuiscono la sorpresa a vari fattori. Pahor è riuscito a prevalere nonostante nell’ultimo periodo in cui era stato a capo del governo il suo partito avesse perso tutte le sfide elettorali e non fosse riuscito a far approvare nessuna delle riforme presentate. I sondaggi davano per vincitore il presidente uscente, parlando anche di una possibile vittoria al primo turno. Una spiegazione può avere origine dalla precaria situazione economica in cui si trova il paese. Il governo ha messo in atto una serie di misure economiche molto restrittive, al fine di evitare la richiesta di un programma di salvataggio all’Unione europea.

L’economia slovena, infatti, ha dovuto affrontare una delle recessioni più forti tra i paesi dell’Eurozona: il prodotto interno lordo, dal 2009, si è ridotto dell’8 per cento, causando un pesante calo delle esportazioni e un aumento della disoccupazione, che si avvicina al 12 per cento. In questo contesto Borut Pahor, nonostante la sua appartenenza al partito socialdemocratico, ha appoggiato in campagna elettorale le riforme del governo in carica, composto da una maggioranza di centro-destra, ottenendo così in ballottaggio un sostegno trasversale. Il liberale Danilo Turk era invece nettamente contrario alla severità delle misure governative, proponendo di avviare, in caso di sua rielezione, una serie di trattative politiche per la formazione di un governo tecnico in grado di affrontare al meglio la crisi economica.

Nel paese il clima di tensione è alto, le manifestazioni di protesta contro la disoccupazione si susseguono ed i fermi di polizia sono all’ordine del giorno. Anche in Slovenia, la figura del presidente della Repubblica è soprattutto di alta rappresentanza, ma, come in Italia, in questa difficile situazione e con un consenso bipartisan potrà probabilmente avere un maggiore peso politico, in particolare nelle scelte più strategiche.

Buon vicinato
Per l’Italia questo rapporto di buon vicinato è importante. Non tanto perché rientra come dato di fatto nella politica dell’Ue, ma perché localmente è talmente sentito e voluto da aver anticipato di molto gli indirizzi comunitari. Un paio di esempi. È datata 1978 “ Alpe Adria”, la comunità di lavoro costituita con la firma di un protocollo di intesa tra gli organi esecutivi regionali di Baviera, Friuli-Venezia Giulia, Carinzia, Croazia, Austria Superiore, Slovenia, Stiria e Veneto, con il Salisburgo come osservatore attivo. Il territorio di Alpe Adria, dove tutte le decisioni locali, culturali, energetiche, di economia dei trasporti, turistiche, paesaggistiche e commerciali sono prese di comune accordo, abbraccia una superficie di oltre 136 mila chilometri quadrati ed è la patria di circa 15 milioni di cittadini europei. Veri europei.

L’incostante - talvolta tragica - storia vissuta fino al 1945 è stata di stimolo, anziché di ostacolo. Il legame è particolarmente sentito e proficuo tra FVG, Slovenia e Carinzia. Altra iniziativa più recente e strutturata è il Gruppo europeo di cooperazione territoriale tra comuni (Gect), la cui diffusione, altrove rimasta lettera morta, è auspicata dall’Unione per tutta l’Europa. Da noi, al contrario, il primo di questi gruppi è già attivo dall’inizio del 2012, finalizzato all’attuazione di programmi, progetti, azioni specifiche ed altro. Inutile dirlo, si tratta di quello tra comuni del FVG e della Slovenia. Il secondo è in corso di finalizzazione tra comuni dell’Alto Friuli e della provincia di Klagenfurt. È per questo che l’elezione di ”uomini di confine” come Pahor viene salutata con grande favore, anche questo trasversale, dalle nostre forze politiche locali.

Ora è più facile comprendere il motivo per cui questo tipo di accadimenti oltre confine in Friuli Venezia Giulia sia seguito con crescente interesse: la Regione, assieme a Carinzia e Slovenia, costituisce un “unicum” sotto vari profili, e questo in un certo senso anticipa l’Unione europea come tutti noi vorremmo che fosse. È una piccola Europa che lega tre territori molto simili, riportandoli verso una sorta di identità comune che, dopo la caduta dell’Impero austro-ungarico e salvo gli eventi bellici, non è andata del tutto perduta. Potrebbe essere un buon esempio, oltre che un ottimo caso di studio per gli Istituti di formazione comunitari.

Mario Arpino è giornalista pubblicista, collabora con diversi quotidiani e riviste su temi di politica militare, relazioni internazionali e medio-oriente. È membro del Comitato direttivo dello IAI.
 
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