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Dopo il voto all’Onu
Il futuro della Palestina nelle mani di Hamas
Roberto Aliboni
01/12/2012

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L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato il 29 novembre a favore dell’affiliazione del Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) come membro osservatore. Lo ha fatto con una larga maggioranza (138 paesi favorevoli su 193, nove contrari, 41 astenuti), alla quale si sono aggiunti dei voti europei, in particolare – e a sorpresa – quello dell’Italia (con l’emergere di un inedita solidarietà sud-europea sulla questione rispetto a un Nord Europa più cauto). Quale significato ha questo sviluppo nell’agitato contesto del Medio Oriente?

Se, poco prima del già previsto voto sullo status della Palestina alle Nazioni Unite, il destino non avesse causato la crisi di Gaza fra Israele e Hamas, per la quale in questo momento si sta trattando al Cairo, probabilmente la votazione avrebbe avuto minore rilevanza. E, forse, la posizione dell’Italia sarebbe rimasta nelle mani della diplomazia invece che essere presa da Palazzo Chigi.

Ma dopo due anni di primavera araba, la crisi di Gaza ha del tutto inaspettatamente riportato sul proscenio il conflitto palestinese-israeliano, accelerando i tempi di un ritorno che doveva comunque avvenire. Ed ecco che l’affiliazione dell’Olp all’Onu, che l’anno scorso aveva suscitato grande interesse, poi era stata bocciata, poi era parzialmente rientrata divenendo l’affiliazione di uno stato osservatore, è stata di nuovo percepita dall’opinione pubblica mondiale come uno sviluppo importante.

Vittoria di Pirro
Occorre sottolineare, tuttavia, che fra i negoziati indiretti in corso al Cairo fra Hamas e Israele e il riconoscimento dell’Olp come osservatore all’Onu è decisamente il primo sviluppo a dare significato al ritorno del conflitto israelo-palestinese sulla scena. Il successo di Abbas all’Onu resta limitato nel suo significato politico, specialmente nella percezione degli elettori palestinesi, che sin dall’inizio avevano trovato la mossa piuttosto inutile.

Allora, la decisione del governo di Ramallah di acquisire una posizione più legittimante in seno all’Onu fu presa per significare che il quadro degli accordi di Oslo (del ’93-’95) era ormai finito. E che, dunque, invece di continuare a cercare inutilmente la pace in collaborazione con Israele, Ramallah cambiava quadro e partner: dal quadro di Oslo e dal patrocinio occidentale, al più vasto quadro delle Nazioni Unite e al patrocinio del pianeta.

Tuttavia, come questo cambiamento di quadro rafforzasse l’Olp e i suoi obiettivi non era davvero chiaro. Avrebbe avuto senso se nel nuovo quadro si fosse rafforzato il sostegno degli europei e degli americani, ma non è stato affatto così. L’Olp si trova in mano un’arma più nobile ma un po’ spuntata, perché nel frattempo la primavera araba ha rafforzato Hamas.

Il rafforzamento di Hamas, come parte dell’ascesa islamista nella regione, è il fatto chiave. Gli europei che si sono spostati verso il voto a favore dell’affiliazione dell’Olp intendono avvicinarsi ai nuovi governi del Nord Africa e, più in generale, all’emergente asse sunnita. È anche probabile che alcuni di questi stati europei, prima o poi, riconosceranno Hamas.

D’altra parte, è evidente che i cittadini palestinesi sono soddisfatti del successo all’Onu, ma continuano a pensare che questo successo ha poco a che fare con l’obbiettivo dell’autodeterminazione e, dopo la nuova crisi di Gaza e i suoi esiti politici, non possono che vedere in Hamas la vera leadership nazionale – anche se molti palestinesi continueranno ad avere riserve di altro genere nei confronti dell’islamismo e dei Fratelli musulmani.

Dunque, il quadro sta cambiando, ma non è il nuovo quadro Onu di Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità nazionale palestinese e dell'Olp, quello utile. Il quadro politicamente significativo è quello in cui sta emergendo Hamas, anche se è difficile dire come si articolerà la nuova strategia, soppiantando il Quartetto e tutto il resto.

Obama, Morsi e l’Ue
Non è chiaro se gli Usa siano consapevoli di questo. Le congratulazioni di Obama a Morsi per l’intervento egiziano fra Israele e Hamas farebbero pensare di sì, ma il voto all’Onu farebbe invece pensare di no. Probabilmente le circostanze all’Onu non erano mature e, mentre la politica Usa sta in effetti guardando verso nuovi orizzonti, la retorica è restata immutata.

Come che sia, per gli Usa si annuncia un difficile passaggio da un quadro in cui avevano ormai il pieno controllo dell’Alta Autorità e di Fatah, a un quadro in cui non controllano Hamas e devono affidarsi ad una mediazione egiziana ben diversa da quella di Mubarak e che non hanno avuto ancora il tempo di collaudare. Il riordino degli interessi di sicurezza occidentali in Medio Oriente dopo i cambiamenti apportati dalla primavera araba, che sembrava rinviato all’avvenuta stabilizzazione dei nuovi regimi islamisti, invece con la crisi di Gaza è già cominciato.

Quanto agli europei, a parte la frammentazione delle posizioni, non è dato di sapere se stanno anche solo riflettendo alla necessità di ripensare la loro posizione trentennale alla luce di cambiamenti che, per altri versi, invece percepiscono.

I sì all’Onu della Francia, dell’Italia e degli altri paesi che hanno votato per il riconoscimento dell’Olp si preparano a spalleggiare (inutilmente) Abbas contro Hamas, o sono un passo verso una nuova linea, come qui sostenuto? Sono dettati da interessi nazionali tattici ed economici o sono l’annuncio di una strategia? Sono passi concepiti in un’ottica europea o solo nazionale? La risposta a queste domande non mancherà di arrivare, e speriamo che sia una buona risposta.

Malgrado circolino espressioni di rallegramento, come se il voto al’Onu dovesse ora favorire una ripresa dei negoziati israelo-plaestinesi, è vero il contrario: Israele – a meno di cambiamenti nelle prossime elezioni – non ha alcuna intenzione di aprire alcun negoziato e al voto dell’Onu ha risposto annunciando nuovi insediamenti a Gerusalemme Ovest.

Gli Stati Uniti credono che il negoziato possa risorgere ma che ciò deve avvenire nel quadro storico aperto dai trattati di Camp David e poi da Oslo, anche se l’amministrazione Obama ha fallito in modo particolarmente doloroso proprio in questa prospettiva.

Gli europei, anche quelli che hanno votato sì, lo hanno fatto immaginando che Ramallah si autolimiterebbe e mai userebbe il suo posto nell’Onu per adire la Corte internazionale contro Israele, ma neppure essi hanno più idee su come riesumare il processo di pace.

Questo non vuol dire che il negoziato sia morto per sempre: occorre però prendere atto che esso deve tenere conto degli attori oggi vincenti nella regione, considerare infine Israele un paese normale, e basarsi su un processo interamente diverso da quello che, già morto prima della primavera araba, si è con quest’ultima completamente dissolto.

Roberto Aliboni è consigliere scientifico dello Iai.
 
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